Tuesday, September 4, 2012

Dallo stato di natura alla selezione naturale


Forse uno tra i maggiori contributi non riconosciuti di Sigmund Freud è quello di aver fornito elementi determinanti per il superamento della teoria degli istinti così come viene concepita da Richard Darwin e dai suoi epigoni. Darwin descrive e caratterizza l’esistenza di comportamenti istintivi nell’uomo e questi “concetti darwiniani”, così come altri, verranno poi incorporati nella psicologia ottocentesca, principalmente grazie a Wilhelm Wundt. Lo stesso Freud passa attraverso una fase in cui, nei suoi scritti e appunti, fa uso del termine instinkt, ma in seguito spiega che l’istinto non pertiene autenticamente agli umani, almeno non nel senso in cui questo può essere utilizzato per definire il comportamento di altri animali. In Freud comportamento e agire non sono più sinonimi anche perché nell’agire umano si trovano insospettabili profondità conscie, inconscie e simboliche: una tra le tante implicazioni della Traumdeutung, ma anche della teoria degli atti mancati (Fehlleistung) è che anche l’inconscio parla o, per meglio dire, trabocca nel linguaggio e nelle azioni umane (Sigmund Freud, Zur Psychopathologie des Alltagslebens, Psicopatologia della vita quotidiana, 1901). Non a caso Freud parla della sua teoria degli istinti come di una “nuova soluzione” in cui il maestro di Vienna contrappone l’Eros e la pulsione di morte tornando, in un certo modo, al tema della vitalità nietzschiana.

Utilizzata in un senso rigido, la parola istinto è tra i tanti concetti creati dalla modernità e divenuti, in seguito, strumenti di manipolazione sociale. Il termine “istinto”, coniato nel Settecento in francese prendendo a calco il latino instinctae naturae, che indubbiamente traduce il tedesco instinkt, ma viene meglio reso da Naturtrieb o pulsione naturale, è un concetto figlio della modernità – gli antichi avrebbero usato altri termini, vedi l’Iliade quale maestoso esempio. Nel 1760 Hermann Reimarus scriveva che l’istinto è una “mechanische Triebe der Thiere”, cioè una “pulsione meccanica degli animali”, mentre per Darwin (1872) è un comportamento non appreso ossia innato. Come già osservato, Freud stesso passa attraverso l’utilizzo del termine istinto che sostituisce, poi, con il più accurato “Trieb”, “pulsione”, da cui l’intera Triebtheorie, la Teoria delle pulsioni.

L’intera teoria degli istinti è un costrutto che piace molto non soltanto a coloro che vogliono manipolare la società per i loro fini ma anche a quelli che rigettano l’analisi di se stessi. Tale teoria è anche una comoda spiegazione per un’epoca che vuole vedere l’essere umano meccanicamente e confondere la malattia sociale con i presunti istinti: è infatti più comodo dire che l’uomo possiede un istinto aggressivo, invece di osservare che viene reso aggressivo dalle condizioni sociali (questo viene spiegato efficacemente da Erich Fromm in gran parte della sua opera e, in particolare, in Anatomie der menschlichen Destruktivität, Anatomia della distruttività umana, 1974). Allo stesso modo anche l’amore viene, già in Schopenhauer (che, guarda caso, su questo punto era un hobbesiano convinto), ridotto alla bieca manifestazione dell’istinto di conservazione: l’essere umano che scende al livello dell’automaton! Chissà quanti secoli ci vorranno ancora per comprendere il danno compiuto, a partire dall’Ottocento, dal meccanicismo riduzionista darwiniano. Stupisce anche che a nessuno venga in mente che Darwin, similmente a Martin Lutero o Karl Marx, è servito anche da pretesto e strumento politico ad una certa classe sociale che voleva una giustificazione al suo agire. Ancora più stupefacente pensare che lo stesso Karl Marx, il cui acume politico era sicuramente fuori dal comune, colto dalle ubriacature ottocentesche, apprezzava a tal punto l’opera di Darwin da volergli dedicare Il Capitale – dedica che Darwin rifiutò, ma Marx mantenne. Un secolo dopo, Burrhus Frederic Skinner (1904-1990) con il suo comportamentismo radicale (Radical behaviorism), sarà il campione del modello istintuale, finendo con il negare persino il desiderio di libertà nell’uomo! Ma anche questa è sciocca ideologia contemporanea. Se l’aggressività, per limitarsi ad un esempio ideologicamente rilevante, viene categorizzata come un “istinto” si rifiuta, al tempo stesso, di riconoscervi altre ragioni profonde e, magari, provare a comprendere queste ragioni secondo una lettura più vasta. L’antidoto che Erich Fromm propone è di uscire da uno stadio necrofilo della società ed accedere ad uno stadio di riscoperta dell’umano (biofilia vs necrofilia), sostanzialmente un nuovo umanesimo. Fromm era infatti ben convinto della relazione tra umanesimo e psicoanalisi. In questo contesto si evince come una società impostata sulla competizione e non sulla cooperazione sia generatrice di aggressività. Un tale modello competitivo su basi antietiche, spinto poi alle estreme conseguenze cui assistiamo oggi, educa i membri delle società all’aggressività sotto qualunque forma. È l’assurdo modello dell’antropologia negativa del Bellum omnium contra omnes offerto da Hobbes (De Cive (1642) e Leviatano (1651)), definito da Nietzsche come “grossolano”, che tanto comodo ha fatto agli organizzatori delle società successive per giustificare un assetto repressivo. Persino Freud, analizzando la società dai suoi sintomi, cadrà, come rileva Herbert Marcuse, nel “convincimento che una civiltà non repressiva sia impossibile” (Eros e civiltà, 1955)  questo apre anche alla possibile analisi e interpretazione del rapporto tra repressione manu militari e repressione psicologica.

La nostra società non mira ad un orizzonte futuro più umano, quanto al suo contrario e questo anche perché ad un certo punto della storia si è voluto iniziare a credere che la società esista per il soddisfacimento dei bisogni ed il sollazzo e non per il miglioramento degli uomini. «Ostendo primo conditionem hominum extra societatem civilem (quam conditionem appellare liceat statum naturae) aliam non esse quam bellum omnium contra omnes; atque in eo bello jus esse omnibus in omnia, Mostro in primo luogo che la condizione degli uomini senza società civile (la cui condizione può essere chiamata lo stato di natura) non è altro che quella di una guerra di tutti contro tutti, e che in quella guerra, tutti hanno diritto a tutte le cose» (De Cive). Nonostante il modello qui descritto della guerra di tutti contro tutti sia presociale, una società costruita su tali basi concettuali sarà appena un agone più sofisticato per la continuazione della stessa lotta “con altri mezzi” (Carl von Clausewitz, 1780 – 1831); ad esempio la competizione e la “selezione naturale” (concetto, quest’ultimo brutalmente estrapolato dall’adattamento particolare dei sistemi biologici).

Come si può evincere da questi pochi e brevi accenni, il pensiero hobbesiano confluirà pari pari nell’ideologismo darwiniano in cui gli si rammenda una veste biologista e svolgerà tragiche conseguenze nel Novecento indossando anche i panni del diritto razziale con Carl Schmitt e il concetto di amico-nemico (Freund und Feind). In sostanza si tratta di moderne ideologizzazioni, in varie forme, del motto medievale mors tua vita mea. E tutto questo spacciato, come al solito, sotto i vecchi panni lucenti del nuovo.
 
(Sergio Caldarella, Dallo stato di natura alla selezione naturale in «Dibattito. Rivista di Studi Politici», Settembre 2012, pp. 109-113).

Tuesday, July 31, 2012

L’uomo mancante a se stesso


Emanuele Severino, in una recente intervista, ha affermato che quello che l’uomo cerca sempre di evitare è il dolore e la morte. La dichiarazione dell’accademico potrà forse dirsi vera entro certe filosofie o per le epoche antiche, ma bisognerebbe notare che l’uomo contemporaneo è fatto, in proposito, di ben altra pasta. L’uomo del mondo nuovo ha ormai smarrito gli orizzonti della morte e del dolore, non perché questi siano stati cancellati, ma perché è diventato talmente incosciente e inconsapevole di sé da non sentirli più quali orizzonti propri. L’uomo contemporaneo si indirizza al consumo, alla pianificazione materiale, all’acquisizione di cose e certificati, ai programmi ed al guadagno economico e questo è tutto quanto gli è rimasto della vita. La sua esistenza gli appare come un grande gioco di profitti, perdite e pianificazioni dal cui orizzonte è scomparsa la morte, il dolore, ma anche la passione, l’amore, l’empatia, la ricerca di senso e la conoscenza. Anzi, l’uomo contemporaneo sacrifica sull’altare delle sue illusioni proprio quei sentimenti che rendono l’umana misura alla vita. L’uomo contemporaneo ha annullato se stesso fino al punto da non riconoscere più l’annullamento (in altri termini si direbbe che si è abbandonato all’alienazione). Quest’uomo nuovo ha sposato il non-senso in maniera talmente radicale da non riuscire a riconoscere null’altro dalle sue illusioni e per questo pianifica, sceglie e programma come se la sua vita ed i suoi giochi fossero indubitabili e infiniti. L’uomo contemporaneo, come i suoi progenitori, ha certamente ancora paura di ciò che potrebbe accadergli domani, ma ha al tempo stesso completamente rimosso il pensiero di dove conduca il cammino della vita. Fino a poche generazioni addietro si aveva ancora coscienza, anche linguistica, della temporaneità e caducità dell’esistenza e la si accettava per la sua naturalità: pulvis et umbra sumus. L’uomo contemporaneo sembra abbia invece dimenticato tutto di sé, abdicando ad un pseudo dover-essere dettato da deliri collettivi e globali e pare raggiunga ormai il dolore e la morte in maniera puramente accidentale.

L’uomo contemporaneo, perso nei suoi costrutti, è così convinto della sua potenza da pensare di poter pianificare anche contro il destino e contro il cuore. Suddito della tecnica, crede di poter pre-vedere l’esistenza e, per questo, si illude di riuscire a pianificare fino ad aggirare gli orizzonti umani di dolore e morte, anche perché spera nel soccorso della tecnica che, secondo lui, lo aiuterà a sconfiggere il dolore e posporre la morte. Per questo l’uomo contemporaneo si allontana dalla religiosità, anche se la sua è più una defezione che un allontanamento dal divino; avendo per millenni interpretato l’Eterno come la potenza suprema egli ha ora liberato la tecnica, ossia una potenza più materiale e vicina cui allearsi, abbandonando il divino solo perché non lo rassicura tanto quanto la tecnica (ma ci sono anche quelli che, tanto per non farsi mancare nulla, tengono da una parte la tecnica e dall’altra la religione). Autenticamente vivo è, però, chi sente e comprende, come i poeti, che nella vita c’è più delle cose (Hegel ribadiva che la coscienza è più forte della morte perché la oltrepassa), ma l’uomo nuovo è stato astutamente accecato alla luce.

E’ evidente che un individuo che ha rimosso dall’esistenza la morte, il dolore e le passioni, ha anche rimosso ogni forma di pensiero profondo e di sapientia perché queste lo ricondurrebbero nuovamente a quelle verità e quegli enigmi che preferisce invece provare ad aggirare. Da qui il sorgere di un mostruoso apparato (l’Odradek?) per conseguire la negazione dell’esistere dentro la vita: mezzi di distrazione di massa, traguardi apparenti, finti conseguimenti, giochi sociali ed economici con i quali provare ad eludere e ingannare il tempo e respingere la coscienza del memento mori. La nostra è un’epoca di scombinata stultitia e incoscienza, come pensare allora che possa invocare o avvicinarsi a ciò che non le assomiglia per niente? 

(Dr. Divago)

Friday, July 27, 2012

Brevissima digressione sull’alienazione



Quando Theodor Adorno, riecheggiando il concetto di alienazione in Marx, dichiara «Es gibt kein richtiges Leben im Falschen» che, tradotto per quanto possibile, significa «Non può esserci vera esistenza in una vita falsa», questo significa anche che il gergo dell’inautenticità non può parlare la lingua della veram vitam. Tra la perduta gente, però, l’alienazione appare non come la forma d’esistenza migliore, ma come la sola forma d’esistenza possibile. All’hombre-masa (uomo-massa), spiegato e sezionato da Ortega y Gasset, le bieche prebende dello Spätkapitalismus bastano e avanzano. Diversamente da quanto si possa credere a prima vista, il mondo massificato e deumanizzato in cui vive la medietà è proprio quel mondo in cui si trova a suo agio e che aveva in testa fin dal primo momento e farebbe davvero fatica persino ad immaginare un mondo diverso.

Per comprendere la disperazione è necessaria la riflessione, ma l’hombre-masa rigetta la riflessione (e Adorno questo lo sa molto bene perché ha studiato Kierkegaard in profondità). L’hombre-masa considera se stesso pressappoco come uno dei personaggi in cerca d’autore pirandelliani, il suo carattere è quello che gli viene attribuito sulla scena collettiva, ma egli non è una comparsa quanto un protagonista attivo della storia: la silent majority, la maggioranza silenziosa, cara a Richard Nixon. Aldous Huxley, invece, li chiamerà i gamma: «We’re not too stupid, we’re not too bright, to be a Gamma is to be just right, Non siamo troppo stupidi, non siamo troppo intelligenti, ed essere un Gamma significa essere normali». Il mondo intero, lasciato al dominio della medietà, sembra sia così precipitato nel griogiore di una spaventosa pseudo-normalità che vuole tutto uguale a se stessa: «Masa es todo aquel que no se valora a sí mismo – en bien o en mal – por razones especiales, sino que se siente “como todo el mundo”, y, sin embargo, no se angustia, se siente a salvo al saberse idéntico a los demás. Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri» (La rebelión de las masas). L’hombre-masa è anche un relativista assoluto e così non si astiene dal male, ma vi è indifferente (così come al bene), la sola cosa che sembra intenda è ciò che ritiene utile a sé e per questa ragione è pronto e capace a tutto.

Nell’ambito della desperatio della società contemporanea l’uomo ha sconfinato nei territori del nulla e tutto ciò che sa d’umano lentamente scompare: sembra conti unicamente il minimo comun denominatore; svaniscono allora il vero amore, l’empatia, la solidarietà o l’amicizia autentica e tutto viene omologato e fatto in serie, si tratti di sentimenti o pensieri. Tutto ciò che c’è ancora di umano svanisce dunque sotto gli strali del sole nero dell’omologazione e resta solo la somiglianza primordiale agli atteggiamenti dominanti del branco che trasforma gli uomini in ambigue copie di carta carbone gli uni degli altri. In un decennio particolarmente significativo riguardo al trionfo delle masse Emile Cioran, poco più che ventenne, scrisse un trattato memorabile sulla disperazione: «Gli uomini in perfetta salute, normali e mediocri, non hanno né esperienza dell’agonia né il sentimento della morte. Vivono come se la loro vita avesse un carattere definitivo» (Al culmine della disperazione, 1934, trad it. p. 34). Proprio nella stessa epoca in cui Cioran approfondiva la tragedia dell’uomo moderno, l’attrice e regista di regime Leni Riefenstahl invocava invece l’altisonante Triumph des Willens, il Trionfo della volontà, associando, implicitamente, quantomeno nell’intento del suo filmetto propagandistico, una sorta di gioioso asservimento collettivo alla presunta volontà delle masse. Eppure, già a suo tempo, il grande Socrate parlava sempre ad un uomo solo e l’arguto Cicerone insegnava a diffidare della presunta volontà collettiva Senatores probi viri, Senatus autem bestia che, reinterpretato, diventa: un uomo solo è buono e onesto, ma una massa è una mala bestia.

Il “gamma” non può né sa più riconoscere in sé nulla che sappia ancora di umano, anzi, per colui che vive nell’alienazione più profonda, ogni parola autentica gli sembrerà una parola d’orrore. Per questo sono subito pronti e proni a trasformarsi in volenterosi funzionari volontari dell’apparato (cfr. il libro di Daniel Goldhagen, Hitler’s Willing Executioners‎, 1996, trad it. I volenterosi carnefici di Hitler, 1998), per discriminare e uccidere con tanto zelo i diversi, oppure per vilificare e trasformare in merci anche le parole dei sapienti.

Mai, come nella nostra epoca, le domande fondamentali degli esseri umani sono state taciute fino a questo punto, oppure vi si sono date risposte ad altezza della banalità del tempo. Negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, basta guardare pochi minuti di un canale dove sbraitano dei telepredicatori (cor exercitatum avaritiae habentes maledictionis filii, II Pietro 2:14) e ci si accorge con chiarezza come un messaggio complesso e strutturato come quello biblico venga vilipeso e ridotto a brandelli da gettare ad una folla ormai resa cieca da quella luce che fa risplendere la terra di trionfale sventura (Adorno). La sintesi concettuale che emerge dall’annientamento delle Scritture proposto da questi nuovi barbari è che l’Eterno, l’universo, l’esistenza intera sono per le misere concupiscenze dei piccoli uomini. Del resto, chi ignora il significato svuota tutto di significato (sull’argomento televangelisti suggerirei la lettura dello splendido articolo di John MacArthur, A Colossal Fraud, Una frode colossale, http://www.gty.org/Blog/B091207).

In quanto società, gli uomini agiscono sempre secondo sistemi di credenze, ma per coloro che vivono in quel particolare sistema questo appare come naturale e non come il prodotto di un contratto sociale, anzi appare come il solo mondo possibile. Quando in Campo de’ Fiori bruciavano Giordano Bruno c’era una folla festante e urlante che non aveva neppure lontanamente idea di chi fosse quell’uomo che portavano al patibolo o cosa significasse il suo pensiero, ma aveva il solo gusto di veder ardere sul rogo uno che non gli assomigliava. Questa è la stessa folla, massa, gamma o perduta gente che, da sempre, accompagna i dettami del non-essere. Non sono mai cambiati, hanno appena svestito una veste per indossarne un’altra.

Se c’è un personaggio astorico questo è proprio l’hombre-masa: oltre duemila anni fa urlava Barabba mentre oggi vota nel chiuso di una cabina elettorale di compensato, ma la sua bava non cambia. L’ hombre-masa è talmente impegnato da se stesso, dai suoi follicoli ed escrementi, da non avere tempo né passione per null’altro e per questo gli piacciono tanto questi poveri ricchi del nostro tempo, una minoranza di piccoli incoscienti senza fantasia né senso di alcunché ma con uno spropositato senso di se stessi. Gli piacciono così tanto da metterli a capo della tribù globale. La scomparsa delle capitali culturali è, poi, solo l’ennesimo segno di un’epoca che ha abdicato all’avere ciò che invece spetta all’essere.

Tutto ciò che la medietà intende, e attraverso cui definisce se stessa, è la sola sopravvivenza materiale e questo è tutto il suo povero mondo senza orizzonte, questa è la sola realtà con cui si confronta. Oggi, poi, è l’epoca trionfale delle masse e della medietà incontrastata e incontrastabile! L’omologazione sembra abbia raggiunto ogni vetta anche in virtù del fatto che pochi furbettini con le tasche piene, controllando con cura i mezzi di condizionamento di massa, propongono una lunga schiera di minus habens quali modelli da emulare. L’hombre-masa pare abbia così conquistato ogni rocca trovando facce uguali alla sua in ogni luogo: capi di Stato e premi Nobel gli assomigliano e forse anche per questo l’arte non riesce più ad esprimere neppure i volti, non riuscendo a mettere una faccia su una tela o su una statua, trovandosi così costretta a ripiegare e rifugiarsi nell’informe, su ciò che non assomiglia al volto di quell’opprimente mediocrità che scruta da ogni dove. E guai a non assomigliare a quella faccia piatta che appare ovunque, poiché se l’uomo dello Spätkapitalismus è profondamente patetico è, allo stesso tempo, anche estremamente pericoloso: We’re not too stupid, we’re not too bright, to be a Gamma is to be just right.

(Dr. Divago)

Thursday, July 5, 2012

Fantasy Physics o del ritorno dell’etere


Di recente il Cern sta dilettando il pubblico mondiale con annunci tanto plateali quanto mirabolanti: prima un neutrino più veloce della luce, adesso la scoperta del “bosone finale” – i lettori potrebbero forse già chiedersi: ma se è un bosone, ossia se appartiene ad una specifica famiglia di particelle subatomiche, come può essere così definitivo come dicono? La risposta che, tra le altre, darebbero i “cernofili” è: perché dimostra l’esistenza del campo di Higgs. L’attuale vicenda del bosone di Higgs ha del resto radici lontane nel mondo della fisica contemporanea ossia nell’aver ormai da tempo radicato la scienza nella tecnica, lasciando che siano le macchine a fare il lavoro della mente umana: di recente è persino stato attribuito un premio Nobel (Smoot e Mather) ad un satellite (COBE) che ha misurato alcuni aspetti della radiazione cosmica di fondo. Solo a titolo di aggravante, George Fitzgerald Smoot III, uno dei vincitori del Nobel per la misurazione effettuata da COBE, ha anche partecipato ad una trasmissione televisiva a quiz negli Stati Uniti, vincendo oltre un milione di dollari, così come ha anch’egli partecipato ad una puntata dello show televisivo The Big Bang Theory (cfr. il post precedente Inequality and Instability). Bisogna ancora aggiungere altro?

A proposito del bosone di Higgs alcuni potrebbero anche affermare che rappresenta il tracimare della cosmologia nella fisica teorica, poiché questa particella è particolarmente rilevante per le teorie sull’origine dell’universo.

Un lettore del Corsera ha brillantemente commentato l’annuncio della mirabolante scoperta scrivendo con grande arguzia: “la Monade!”, eccellente appunto che, con una sola battuta, denuncia il feticismo monista della nostra cultura. Poi ci sono i soliti scellerati che parlano di fine della fisica, spiegazione ultima, particella di D-o, etc. Ma dover subire sciocchezze è uno dei molti tratti di quest’epoca dell’opinione. Pochi hanno ricordato che i dati dell’esperimento non sono quelli che ci si attendeva – e questo in fisica dovrebbe essere significativo. Il fatto che si provi a “pensare positivo” dipende anche dalla speranza che esperimenti futuri cancelleranno queste discrepanze. Forse bisognerebbe anche ricordare che è dagli inizi dell’avventura nel mondo subatomico che ad ogni nuova scoperta si pensa di aver finalmente trovato la particella fondamentale: prima era l’elettrone, poi il protone, dopo i quark, poi i prioni... ed ogni volta l’illusione monista è stata spazzata via dalla meravigliosa complessità della physis.

Ora, oltre al fatto che i bosoni posseggono una natura estremamente complessa: possono essere elementari o composti e sono opposti ad un’altra categoria di particelle detti fermioni che obbediscono ad altra legge (Principio di esclusione di Pauli), ci sono ancora un numero di problemi innumerevoli da risolvere riguardo ai bosoni che non necessiterebbero davvero di tutta quest’attenzione mediatica su un bosone scalare come quello di Higgs se non fosse per gli imponenti finanziamenti che sono stati versati ai signorini del Cern. Meccanismi dati per certi, se meglio analizzati, mostrano una natura completamente ambigua (per una mente attenta il contrasto con i fermioni è in sé rilevante). Il modello standard ha certamente una sua coerenza ed è funzionale agli esperimenti, ma si basa anche su un numero tale di assunti che mostrano ancora la sua natura di teoria di transizione (i gravitoni sono, ad esempio, parte del modello e sono “particelle” non rilevabili). E’ evidente che le interazioni di H0 [Leptoni; Quark; W+, W-, Z0; Gluoni] contengono ancora altre interazioni, ma allora perché questi signorotti non se ne accorgono? Se una particella finale potesse davvero “esistere” questa non sarebbe computabile né, tantomeno, rilevabile – un esempio classico, anche se ormai dimenticato o ignorato, di particelle non rilevabili è quello offerto dai tachioni, ossia una conseguenza della relatività non dimostrabile sperimentalmente. E per coloro che sottovalutano le conseguenze teoriche bisogna ricordare che i tanto famosi Buchi Neri sono una conseguenza teorica delle equazioni di campo di Einstein elaborate da Karl Schwarzschild e da altri in seguito.

Ma torniamo al mirabolante bosone di Higgs: un’ottima intervista è stata rilasciata dal decano della fisica sperimentale italiana Ugo Amaldi su http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/amaldi-dopo-il-bosone-altre-sorprese.aspx. Il fatto che noi pensiamo “esista” (questo termine applicato al mondo subatomico avrebbe mandato Niels Bohr su tutte le furie) o possa esistere qualcosa come una “particella finale” testimonia solo la nostra mentalità monista che ci impedisce di vedere altre relazioni nella materia e comprendere fatti pertinenti all’intricata natura del reale. Oppure questa scoperta ci dirà in che genere di universo viviamo? Scusate la mia ignoranza (è l’unico infinito che posso permettermi), ma questa scoperta è davvero in grado di spiegare il rapporto di 1032 tra la forza debole e quella gravitazionale (problema della gerarchia)? Oppure a cosa è dovuta la differenza tra la massa di H0 e quella di Planck? I nuovi risultati offrono davvero una soluzione al problema μ? Avremo allora a breve anche gli higgsinos? Oppure sono caduti nel dimenticatoio? Si potrebbe continuare a lungo poiché le vie della fisica subatomica sono particolarmente belle, intricate e piene di svolte repentine e trabocchetti affascinanti da investigare con l’ausilio di domande proprie e mirate (Ah! Se magari qualcuna tra queste menti eccelse si fosse presa la briga di guardare meglio nelle equazioni di campo di Einstein come già fece a suo tempo il grande Gödel...), ma ormai abbiamo scoperto la particella che tutto spiega e fino a qualche giorno fa ne avevamo persino una che andava più veloce della luce, allora che ce ne facciamo delle domande attente? Ancora una volta: aut tempora...
(Dr. Divago)

Thursday, May 31, 2012

Inequality and Instability


Il 7 maggio 2012 al Massachusetts Institute of Technology è stato presentato il libro di James Galbraith (figlio di J. K. Galbraith) dal titolo Inequality and Instability: A Study of the World Economy Just Before the Great Crisis di cui, sicuramente, si avrà a breve notizia anche in Italia visto che gli editori italiani sono in genere ghiotti di novità dall'inglese, ma si interessano poco o nulla al pensiero in lingua italiana, a meno che non sia roba proveniente dalla televisione o da qualche luogo di aggregazione collettiva. Anche in questo siamo, del resto, periferia dell'impero.
James Galbraith è un figlio d'arte, ossia un economista figlio d'economista che insegna all'università di Austin - non è del resto solo il Bel Paese a produrre questi fenomeni di discendenze professionali.
Alla presentazione del libro di Galbraith a Cambridge c'erano non più di una trentina di persone tra cui qualche postdottorando, un paio di docenti, alcuni venuti da fuori e forse uno o due studenti. Stupisce che gli studenti siano proprio i grandi assenti da quasi ogni manifestazione culturale, forse è il modo in cui sono stati cresciuti o forse intuiscono che a questi eventi c'è molto fumo e poco arrosto.
Sia come sia, la tesi nel libro di Galbraith junior, che è poi un libro che, a quanto ammette lui stesso nei ringraziamenti, è un'opera alla quale hanno contribuito in molti, è un insieme raffazzonato di molti argomenti il cui filo conduttore sembra essere quello secondo cui la disuguaglianza degli ultimi tre decenni, prodotta principalmente dalla finanza, ha condotto alla crisi attuale. Una tesi nella sostanza nota. Nel corso del dibattito seguito alla conferenza il professor Galbraith junior si è tralaltro dichiarato convinto che non vedremo presto un altro conflitto a causa delle controversie che vi sono state a proposito della guerra in Iraq! Il pargolo di J. K. Galbraith pare non abbia neppure capito la natura politica dei conflitti e crede davvero che esista davvero qualcosa come l'opinione pubblica! Thomas Jefferson osservava che una persona la quale non legga alcunché è più colta di una che legga solamente i giornali. Chissà cosa avrebbe detto Jefferson se avesse potuto contemplare lo scempio culturale che è il mondo contemporaneo.
Oggi sembra quasi che, per passare da competenti, basti imbastire un discorsetto basato su ciò che tutti approvano e condividono per poi cambiarne un paio di virgole e gridare entusiasti "Eureka!". Nell'epoca dei persuasori occulti l'entusiasmo conta ben più della verità. Viene anche in mente quel tipo che, negli Stati Uniti, è diventato un eroe intellettuale per aver proposto la sottrazione di Plutone dal novero dei pianeti (pare che Plutone sia ora un pianeta nano) ed è persino apparso in una puntata della serie televisiva The Big Bang Theory, oltre ad un largo numero di altri programmi. Chissà perché non acclamano allora qualcuno che voglia eliminare il Plutonio come elemento, adducendo la ragione che si tratta di Uranio arricchito (si arriva infatti a 239Pu attraverso 238U → 239U→ 239Np→239Pu)? Tra l'altro la paternità della proposta di ridurre lo status di Plutone andrebbe magari all'astronomo inglese Ian Ridpath che pose la questione in un saggio del 1978. Ma la scienza contemporanea è ridotta a queste cose, dai neutrini più veloci della luce (come Superman e Buzz Lightyear in Toy Story: "To Infinity and Beyond!") a particelle magiche capaci di spiegare ogni cosa, fino alla retrocessione nominalista dei pianeti. Cinquecento anni fa questi stessi signori avrebbero sicuramente parlato e difeso il geocentrismo, mille anni fa la terra piatta e tutti si sarebbero trovati d'accordo con loro e avrebbero magari messo al rogo colui che raccontava altrimenti. Sono cambiati i tempi ed i modi, ma non la sostanza del conformismo intellettuale. La grande differenza è che in passato il conformismo intellettuale si basava sulle credenze diffuse e, in ultima analisi, sul potere costituito, mentre oggi possiede un immenso apparato accademico in grado di propagare qualunque teoria che non dissenta dall'opinione generale e generalizzata. Il potere costituito continua però a restare inquietantemente sullo sfondo.
Inequality and Instability è un libro malfatto come lo sono molti libri d'oggi, pieno di generalizzazioni non sostanziate, approssimazioni e categorizzazioni manualistiche. Galbraith, o chi per lui, scrive di un'altisonante "Simple physics of inequality measurements" (cap. I) e considera la diseguaglianza come una questione di diseguaglianza salariale – approccio del resto estremamente contemporaneo.
La realtà è che se davvero si vogliono comprendere le ragioni della disuguaglianza bisogna partire da due elementi: l'uomo e il sistema sociale che egli ha generato e in cui vive oggi sempre più quale involontario prigioniero di se stesso.

E' un panorama profondamente deprimente quello offerto dall'accademia contemporanea e dallo scempio profondo che sta compiendo sul sapere. Gli intellettuali come Galbraith junior, Bordieux, Chomsky, Žižek etc. piacciono perché sembrano radicali senza esserlo, perché raccontano una storiella che fa sentire progressisti i piccolo borghesi e, dunque, in pace con la loro coscienza da salotto buono. Quando qualcuno chiede di guardare al tramonto il compito dell'intellettuale autentico dovrebbe essere quello di guardare verso le terre dell'alba, ma quello di contrastare il proprio tempo è da sempre un mestiere pericoloso e ingrato che si sobbarcano in pochi. Il ruolo degli intellettuali organici (questo concetto gramsciano ha una lunga storia poiché già Sofisti erano degli intellettuali organici par excellence) è anche quello di intrattenere con falsi problemi dai quali derivano false soluzioni che consentono ai burattinai di continuare a tirare le fila della farsa. Il verme è nel formaggio anche perché quello di cui si parla è un formaggio da vermi.
Quello che sfugge completamente a Galbraith ed a molti critici presunti è che la diseguaglianza in un sistema capitalista non è un accidente della storia, ma un ben preciso criterio di fondazione. L'idea di base della società capitalista sta proprio ben radicata nell'idea che gli uomini siano diseguali ed Huxley lo ha colto egregiamente nella famosa frase della Fattoria degli Animali in cui i maiali (guardacaso) dichiarano: "All animals are equal, but some animals are more equal than others, Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri". Se si volesse "spiegare" l'essenza umana del capitalismo basterebbe questa sola frase. Altrimenti come si spiega che la nostra società sia basata sul fatto che una persona deve avere tanta ricchezza quanta ne basterebbe alla sopravvivenza di diversi milioni di persone? Non è quella sola persona considerata, anche istituzionalmente, più uguale di milioni di altre? Poi, quella sola persona, o quel gruppo di pochi più uguali di altri, costringono o convincono i molti a partecipare al gioco che garantisce loro privilegi sulla base della diseguaglianza grazie a piccole prebende o coercizioni. E' chiaro che un'analisi più complessa è possibile e fiumi d'inchiostro e di sangue sono stati versati sull'argomento, ma l'elemento alla base del sistema sociale contemporaneo è quello secondo cui ci sono animali che si credono più uguali di altri e, per mantenere i loro meschini privilegi, sono disposti davvero a tutto, ma proprio tutto.
Fino all'epoca contemporanea a questa gente si opponevano i profeti, i filosofi, i pensatori, gli intellettuali, ma ora sono riusciti a tappare la bocca anche a questi e così altro non ci rimane se non guardare attoniti le presentazioni/prestazioni dei vari Galbraith junior che da una parte ti dicono di stare con quello che viene detto il 99% pur non essendolo, ma dall'altra stanno con la mano tesa verso quell'1% che gli dice: "Bravi! Ancora una volta siete stati capaci di innalzare una cortina di fumo per abbagliare e confondere quelli che avrebbero potuto vedere".

(© Sergio Caldarella)


Sunday, May 20, 2012

Appena un appunto sul tempo e le cose


Michel Foucault darà il titolo di Les Mots et les Choses. Le parole e le cose, ad uno dei testi chiave della sua riflessione sottotitolandolo con: Une archéologie des sciences humaines. Ma che ne è invece del tempo e le cose? Cosa succede alle cose nel tempo e, inoltre, cosa succede al tempo quando si smarrisce tra le cose? L’ipseità del mondo viene rafforzata dal tempo o ne viene rettifficata, plasmata, soggiogata? Con una certa approssimazione terminologica, la scienza moderna dichiara che il tempo non esiste, anche se l’esistenza è già una funzione del tempo e bisognerebbe magari invocare qualche altra categoria. Nella teoria della relatività, il tempo diviene un’ulteriore coordinata, creando non pochi problemi e paradossi. Kurt Gödel, poi, deriverà dalle equazioni della Relatività Generale persino un universo con linee di tempo chiuse. Per i Greci molti erano invece i volti del tempo: era Chronos (Χρόνος) e Aion (αἰών), materiale e divino allo stesso tempo, cosmico e particolare, presente e assoluto, infinito e finito. In quanto divinità il tempo dei Greci sapeva soggiogare il finito. Ma il tempo non si annulla nelle cose, sono queste che invece si sciolgono nel tempo, come gli orologi liquefatti di Dalì, soggiogati dalla misura dell’eterno. La stessa cosa diranno, in modi tra loro diversi, anche autori come Kafka e Borges.

Cosa succede allora all’uomo quando decide di sottrarsi all’eternità e nuotare solo nelle paludi del tempo? Tra quelle paludi l’essere umano e il suo sentire sembrano allora una piccola cosa e per coloro incapaci di vedere oltre l’infinitesima misura delle cose, tutto si riduce e riconduce alla fosca ombra delle lancette. Chi, invece, sa come aprire gli occhi davanti al vero scopre che l’eternità è già contenuta nel presente di un istante, che si può vivere il tutto nel nulla e viceversa, che si può guardare un fiore e pensare ad un tramonto, coprire una rosa e vederla più vera, cogliere il battito d’ali di una farfalla e trovarvi i segreti dell’amore o dell’infinito. Se il tempo degli antichi soggiogava le cose era però incapace di soggiogare la volontà vera dell’uomo. Il cuore umano per le mitologie e le fiabe è sempre stato più forte di qualunque fiamma e più duro di ogni lancia con la quale lo si voleva trafiggere. Daniele entra nella fossa dei leoni con cuore sereno perché egli sa, conosce una verità interiore che gli altri, quelli che dei leoni hanno paura, non conoscono. Peccato che nessuno potrà mai spiegare nulla della verità vera a coloro che preferiscono abitare nelle tenebre chiamandole luce: Loco è là giú non tristo da martiri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri (Purgatorio, VII). Osservando i fatti del mondo è particolarmente sorprendente scoprire la gran quantità di errori con i quali l’uomo contemporaneo si trastulla e distrugge la sua vita ed il suo ambiente. Scrutando la società contemporanea che, a dispetto dei tanti menestrelli che ne cantano sedicenti lodi, non è ancora una società autentica ma appena una grande tribù, ci accorgiamo di innumerevoli ingiustizie e cose sbagliate che, però, passano per scontate e impossibili da cambiare. Viene detto: sono così e basta! E non soltanto le aberrazioni criminali, ma l’ambito ben più pericoloso di quello che viene considerato “normale”. Il terreno del “normale” su cui la borghesia ha costruito questo nuovo mondo. È sbagliato il modo di vivere dei molti che vede il mondo come il terreno della competizione e non della cooperazione. È sbagliato il nostro modo di muoverci perché inquina l’aria che respiriamo, è sbagliato il nostro modo di impacchettare cibi perché produce un’immensità di rifiuti inutili, è sbagliato il nostro modo di utilizzare e consumare le acque perché inquina una risorsa primaria e chiunque sia davvero capace di pensare autonomamente sa che quest’elenco potrebbe continuare a lungo. Dai più remoti angoli dell’Asia passando per l’Africa, l’Europa o le Americhe ovunque ci sono scatoloni di metallo, plastica e gomma che producono incessantemente rumori e inquinamento per spostare uomini e merci. E tutto questo lo chiamiamo economia, sviluppo, progresso e tante altre banalità ideologiche. Per questo devono poi cambiare il nome a tutto, un po’ come nell’avvertimento di Tacito: Ubi solitudinem faciunt pacem appellant, Dove creano un deserto lo chiamano pace.
(© Sergio Caldarella)

Thursday, May 17, 2012

Sonorità e pensiero


Per quanto sonoro possa esser un pensiero, non potrà mai produrre alcuna eco in un’epoca disperatamente sorda.

 (Dr. Divago)