Sunday, July 17, 2016

Il dialogo della cultura


La cultura, quando è tale, contiene sempre relazioni, connessioni, rapporti, echi e  rimandi continui: nella magione della conoscenza, che è un castello dalle mille stanze, tutto dialoga ed ogni cosa è ricca di sensi e significati che arricchiscono costantemente le anime di coloro che fanno delle terre del sapere e dei libri una casa,[1] poiché la cultura cammina sempre attraverso le gambe e le teste degli uomini buoni. Nella cultura vi sono connessioni innumerevoli che conducono, direttamente, da Platone a René Descartes fino a Immanuel Kant, passando magari per David Hume, così come c’è un rapporto, magari più evidente, tra Isaac Newton, Albert Einstein e Bertrand Russell[2] ed uno, magari meno evidente, tra Ludwig Boltzmann, il padre della termodinamica, e Max Planck, Niels Bohr ed Erwin Schrödinger (e, naturalmente, di nuovo Einstein). C’è una relazione, anche se non diretta e immediata, tra Charles Dickens e Karl Marx, tra il Trattato sui galleggianti di Archimede di Siracusa ed il Trattato sull’equilibrio dei liquidi e sul peso della massa dell’aria di Pascal, così come c’è nuovamente un rapporto tra Pappo di Alessandria e Blaise Pascal (la retta di Pascal è, anche, una retta di equilibrio geometrico presente in moltissime altre forme e figure) e si trova, qui, l’ennesimo rapporto con il grande Archimede,[3] così come c’è ancora un tocco di Agostino d’Ippona (si fallor, sum) in Cartesio e di quest’ultimo in John Locke ed un po’ di Charles Darwin già in Athanasius Kircher.

Quando Nikolaj Bucharin – finito a sua volta vittima di quella stessa “macchina infernale, che si serve di sistemi medievali, e maneggia un potere immane” che anch’egli aveva appassionatamente contributo a mettere in piedi – con una triste espressione divenuta ormai parte della storia, parlava dell’uomo come di una mera salsiccia da riempire, stava qui semplicemente riecheggiando quel topos del materialismo storico, ereditato dal darwinismo, secondo cui è l’esistenza sociale a determinare la coscienza, utilizzando un esempio – quello della salsiccia – che, anche coloro non particolarmente avvezzi alla terminologia marxista, potevano immediatamente recepire e così, quella che appare come un’espressione sociologica, vista attraverso la lente della cultura che conosce le cose e ne intende i tanti legami, si presenta, invece, come una semplice riduzione ideologica e manipolativa di concetti filosofici ben più raffinati e complessi. Quando, però, queste vaste correlazioni non si riescono più né a scorgere né a intendere è perché siamo forse troppo distratti nel camminare impettiti e con il nasino in aria perdendo, così, quel senso del contenuto umano e profondo della cultura, e della vita, che consiste nel continuo dialogare con se stessa, o perché ci è stato inculcato che l’apprendimento avviene in maniera finalizzata, procedurale ed a compartimenti stagni.
            Jorge Luis Borges, uno scrittore dall’immaginazione mirabolante, ed un grande maestro nell’interpretare il dialogo della letteratura con se stessa, ricordava che Robert Louis Stevenson sognò la scena centrale de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886) e dovette poi costruire, da sveglio, intorno a quel nucleo significante che il sogno gli aveva rivelato, similmente al chimico Friedrich August Kekulé al quale venne rivelata, proprio in un sogno fatto durante una penichella in tram, la struttura chimica del benzene. Lungo sarebbe poi ricordare il complesso e antichissimo rapporto tra sogno e mantica cui persino il grande medico empirista Sigmund Freud sarà costretto a ricorrere per la costruzione di una tra le sue più grandi formulazioni teoriche, ossia la teoria dell’intepretazione dei sogni, Die Traumdeutung (1899), la cui prefazione rappresentava, all’epoca, il più approfondito studio culturale sulla teoria dei sogni dall’antichità fino a quel momento.

Il Candide di Voltaire discende da Marziale passando per gli Adagia di Erasmo e, quando Wittgenstein scriveva “Wenn der Selbstmord erlaubt ist, dann ist alles erlaubt”,[4] stava riecheggiando, consapevolmente o meno, un altro detto che Fedor Dostojewsky metteva in bocca a Rodion Romanovič Raskol’nikov: “se l’Onnipotente è morto, tutto è permesso” che in tedesco era stato tradotto, per l’appunto, con “Wenn es keinen Gott gibt, dann ist alles erlaubt”. Questo è, poi, anche un discorso indiretto sul concetto di necessità – in altre parti Dostojewsky scriverà: “tutto è permesso. (...) quando non s’ha nulla da mangiare” e questo discorso potrebbe facilmente condurre direttamente ad altri libri come Les Misérables di Victor Hugo, oppure all’ispirazione filosofica di Jean-Jacques Rousseau sul rapporto tra uomo e natura. Nella landa della cultura i discorsi sono sempre molteplici, non univoci.
Ne Il Maestro e Margherita, è Woland, ossia il satanasso, a dire al Maestro «I manoscritti non bruciano», mostrandosi come colui che si rende ben conto del peso della cultura, e Bulgakov utilizza qui proprio la minuscola citazione del nome Woland che viene presentato una sola volta nel Faust di Goethe che, a sua volta, lo riprendeva da nomi antico-germanici del satanasso. Michail Bulgakov, abilissimo nelle scelte simboliche, nel libro ricordato chiamerà “Behemoth” il gattone satanico e bizzarro “grosso come un maiale, nero come il carbone o come un corvo, con tremendi baffi da cavalleggero” sintetizzando, proprio nella scelta di questo nome e dell’animale, molteplici tradizioni tutte in un’unica figura. Innanzitutto il nome “Behemoth”, contiene il riferimento all’antica ed ambivalente immagine biblica di un “immenso animale”, una delle tre creature straordinarie: Leviatano, Behemoth[5] (plurale di behemah, bestia) e Ziz, menzionate nel libro di Giobbe (40:15-24) che alcuni hanno identificato con l’ippopotamo ed in russo il nome “Behemoth” ha un’assonanza linguistica proprio con “ippopotamo”. Bulgakov, però, associandolo al gatto, combina qui un’altra tradizione esoterica in cui il felino è rappresentante di ambigue figure dell’oscurità e, magari, pone anche un certo riferimento al gatto di Alice nel Paese delle meraviglie o chissà se l’animale ne Il Maestro e Margherita è la sintesi del gatto Murr di E. T. A. Hoffmann, quello di Aleksandr Puskin e un po’ quello di Schwarz. Tutti questi riferimenti sono possibili attraverso la scelta del carattere di un libro e di un nome, ma anche attraverso quell’eterno e continuo dialogo che la cultura intrattiene con se stessa; per chiunque però legga con occhi estranei al contesto significante della cultura Behemoth è solo il nome di una creatura bizzarra: A rose is a rose is a rose, avrebbe detto Gertude Stein.

Friedrich Nietzsche dirà che il pensiero dell’Eterno ritorno era stato la sua più grande illuminazione, ma questo concetto era già presente nei Pitagorici e in Kierkegaard che, a sua volta, lo collegava proprio all’anamnesi del pensiero greco, così il più grande pensiero di Nietzsche, il «più abissale» come si esprimerà egli stesso, se contemplato attraverso le prospettive della vasta landa della cultura, appare come un pensiero che era già stato pensato e che il filosofo di Röcken veste di nuovi panni, mentre quello straordinario personaggio che era Louis Auguste Blanqui, ne L’Eternité par les astres (1872), riteneva di aver persino dimostrato matematicamente la dottrina dell’Eterno ritorno!
«La ripetizione rende gli uomini felici, mentre la rimembranza li rende infelici» dirà ancora Kierkegaard, «ripetizione e ricordo sono la stessa cosa», continuerà sibillinamente il filosofo danese e ancora: «La rimembranza ripete e la ripetizione è rimembranza», quale delizioso esempio di circulus in probando. Nel concetto dell’Eterno ritorno, sia questo in Kierkegaard o in Nietzsche, si rinviene anche la traccia della metempsicosi che era, poi, un’alternativa all’immortalità che non poteva essere richiesta dagli umani agli dèi, poiché la memoria è un’immortalità succube e quando, infatti, all’eroe Etalide, il messaggero degli Argonauti, il padre Ermes offrì la ricompensa di qualunque cosa egli avesse chiesto tranne l’immortalità, Etalide scelse un’immortalità succube, minore nel grado, ma uguale nella sostanza, ossia di poter mantenere il ricordo di tutte le vite che avrebbe vissuto. La leggenda racconta allora che Etalide, dopo diversi transiti sulla terra, si reincarnò proprio nel filosofo Pitagora il cui ruolo sapienziale è ben noto: qui il sapere arcaico del mito si interseca con il sapere filosofico attraverso il rimando tra i due eroi. Ed eterno è, similmente, il ritorno del circolo della cultura e della conoscenza che dialoga, costantemente, con se stessa e con gli uomini.
Tra le tante suggestive assurdità e non sequitur del nostro tempo c’è quella secondo cui, diversamente da ogni altra epoca, l’originalità di oggi coincide con l’allineamento al modello di un gruppo sociale o di una classe d’interesse, mentre fino a non troppo tempo addietro, originalità significava pensare quello che nessuno aveva ancora pensato o creato – e questa singolare omologazione culturale vale, oggi, tanto per il pensiero quanto per le arti o l’economia. Quando Rousseau presentò, nel 1750, il Discours sur les sciences et les arts, in risposta al quesito “Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi”, bandito dall’Académie des sciences, arts et belles-lettres de Dijon, il pensatore ginevrino propose un approccio al tema totalmente originale e contrario che, diversamente da quanto avverrebbe ai giorni nostri, venne accolto favorevolmente e lo rese immediatamente noto al mondo culturale del suo tempo. Nella nostra epoca, invece, la filosofia scompare dai cataloghi degli editori e dalle pagine culturali dei giornali solo per far spazio al vuoto della chiacchiera e della ripetizione di contenuti noti o astutamente congegnati per distrarre. Quest’attenzione sospetta nel soggiogare ed annichilire la cultura ha, del resto, anche le sue ben precise motivazioni politiche poiché gli obiettivi politici di un popolo sono anche motivati dalla cultura che vi sta alla base: i Greci, ad esempio, quando si scontrarono per la prima volta con i Romani, rimasero atterriti ed esterrefatti di fronte ai gladi che, essendo a doppio taglio ed estremamente affilati, procuravano ferite che gli Elleni non avevano mai visto, né essi ritenevano il Bellum Romanum una condotta nobile in battaglia. L’uso di queste nuove armi capaci di infliggere squarci disumani e in grado di provocare ferite invalidanti o morte successiva, era sì il prodotto di una diversa strategia bellica da parte dei Romani, ma anche il prodotto di una cultura radicalmente diversa da quella greca. Nella cultura Romana l’uomo non è più centro in quanto tale, mentre l’anthrópos, nella sua dignità e unicità, è l’elemento fondante della cultura greca e così lo scontro tra Greci e Romani – così com’era già stato lo scontro tra Greci e Persiani o tra Greci orientali e Cartaginesi – era anche uno scontro tra visioni del mondo e dell’uomo e qui basterebbe leggere l’Iliade per sentire quella profonda visione umana dell’epos greco in cui l’umanità e la virtù si incontrano in una maniera unica e straordinaria, intendendo anche come l’inizio e la fine della cultura greca siano già contenute nella stessa Iliade.

C’è una relazione culturale tra i Dialoghi dei morti (II sec. d.C.) di Luciano di Samosata e L’Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters, tra i Sonetti del Petrarca e quelli di Thomas Wyatt e di Shakespeare, così come c’è una somiglianza strabiliante tra il Decamerone ed i Racconti di Canterbury di Chaucer o, senza Hemingway, non può esserci quel particolare modo di scrivere tipico di Charles Bukowsky ed il discorrere del suo alter ego Chinasky. C’è un po’ di Nicholas Hilliard nell’autoritratto di Van Gogh e ancora un riflesso di entrambi in Klimt. Similmente si trova una relazione tra il poeta elisabettiano Christopher Marlowe, Johann Wolfgang Goethe, Michail Lermontov, Fernando Pessoa e Thomas Mann (tutti questi hanno scritto un Faust e sono solo alcuni tra coloro che si sono cimentati con questo antichissimo tema), tra Giordano Bruno e Shakespeare, anch’egli influenzato da Marlowe, tra Kant, Schopenhauer ed Heidegger, tra Sesto Empirico e Wittgenstein, così come c’è un rapporto tra Cuore di tenebra di Joseph Conrad ed il film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, ma queste sono tutte relazioni delle quali sarebbe impossibile riuscire a parlare nelle scuole poiché queste relazioni fondamentali e interdisciplinari, anche in virtù del loro dialogare fuori da uno schema determinato, trascendono ampiamente il curriculum, monocromo e monocolo, dell’insegnamento schiacciato dal peso dei programmi ministeriali; non se ne parla nelle accademie, dove si pensa per concorso pubblico o attraverso le condizioni imposte dalle oligarchie che dirigono tali luoghi[6] e non se ne parla quasi in nessun’altra sede perché oggi è diventato pericolosamente difficile ogni discorso che trascenda l’immensa banalità ed assenza di pensiero dell’epoca contemporanea. Il livello delle nostre accademie è, del resto, ben evidente dal livello della nostra cultura ufficiale. Paradossalmente, l’epoca della comunicazione globale si è rivelata come l’epoca del più tragico silenzio culturale che la storia abbia mai conosciuto. Neppure nelle epoche della più violenta barbarie si era mai giunti ad un tale soffocamento della cultura e della conoscenza autentica che è, poi, quel sapere che si pone costantemente domande e non sommerge la verità sotto il peso di certezze autoritarie e illusorie. Quando contempliamo il desolante panorama della società contemporanea sorge anzi spontanea la meraviglia per il fatto che la cultura e la conoscenza non soltanto siano potute sorgere, ma si siano anche potute tramandare. La vera novità del nostro tempo è la quasi totale assenza di percezione di quest’immane catastrofe culturale che si è abbattuta sulla storia umana con il trionfo sociale e assoluto dell’opinione (δόξα) e della vociferante ignoranza in cattedra. Se già Leopardi parlava della sua epoca come di un «Secol superbo e sciocco, / Che il calle insino allora / Dal risorto pensier segnato innanti / Abbandonasti, e volti addietro i passi, / Del ritornar ti vanti, / E proceder il chiami» la nostra epoca è, a sua volta, segnata dal ghigno di un’intelligenza cieca e insensibile, abile nel percepire solo cose da manipolare senza capire nient’altro che non sia materia, ossia un’epoca schiacciata sotto la pesante condanna di Efesto.

(Sergio Caldarella, Il dialogo della cultura, in «Semata. Rivista di Studi Semiotici», nr. 35, Roma, luglio 2016).




[1] Will Durant intitolò The Mansions of Philosophy, Le magioni della filosofia, un corposo volume didattico, pubblicato nel 1929, che si proponeva una “consistent philosophy of life”, ossia una visione culturale dell’esistenza come egli provò a promuovere in tutta la sua opera come aveva già provato a fare in precedenza il critico e poeta vittoriano Matthew Arnold.
[2] Russell, ad esempio, utilizzerà nel 1910, il titolo di Principia Mathematica per il suo opus majus, scritto insieme a Whitehead, con chiaro riferimento al titolo di Philosophiæ Naturalis Principia Mathematica utilizzato da Newton nel 1687.
[3] Cfr. Ch. Müntz, Das Archimedische Prinzip und der Pascalsche Satz in «Mathematische Annalen», vol. 74, 1913 pp 301-308.
[4] L. Wittgenstein, Notebooks, 10.01.17.
[5] Plurale dell’ebraico behemah, bestia.
[6] Cfr. anche l’ormai classico T. Veblen, The Higher Learning in America. A memorandum on the conduct of universitites by business men, B. W. Huebsch, NYC 1918.

Saturday, June 4, 2016

Sulla presunta neutralità della filosofia e della scuola


Nell’epoca attuale, il non prendere posizione in un discorso filosofico dichiarando, ad esempio, che Platone aveva ben dimostrato l’inconsistenza concettuale del relativismo protagoreo, viene considerato come un atteggiamento “filosofico” o, quantomeno, metodologicamente valido. Eppure, proprio dalla dichiarazione sulla presunta “neutralità” della filosofia, nonostante i discorsi apparentemente plausibili, si può da subito evidenziare come il “non prendere parte” sia, in realtà, già un prender parte e, in casi estremi come quelli offerti dalla politica, la neutralità svela proprio la propria non neutralità – si veda, quale esempio, l’astensione di voto come supporto esterno ad un qualsivoglia Governo, malefatta o coalizione di sorta.
Quella che è immediatamente contestabile riguardo alla pretesa di neutralità in ambito filosofico è proprio la presunta equivalenza epistemica di ragioni contrastanti che si vorrebbe imporre in nome di tale neutralità e risulta, invece, già innaturale e fuori luogo ad un occhio non contaminato dai vari δισσοὶ λόγοι della retorica Sofistica. In un’epoca in cui la Sofistica è dominante, “non prendere parte” significa, semplicemente, autorizzare il Sofista a fare quel che vuole e determinare i discorsi nella maniera che più gli aggrada o conviene.
A volte si utilizza quest’argomento sulla presunta “neutralità della filosofia”, o della cultura, anche per introdurre la necessità di una conseguente “neutralità” nei programmi scolastici, intendendo questa come una sorta di “imparzialità” pedagogica, eppure si potrebbe subito chiedere: imparzialità nei confronti di chi? In una realtà in cui i criteri di ragionamento fondamentale non fossero smarriti da tempo, verrebbe impensabile ritenere possibile una presunta “imparzialità” da parte della scuola, sia questa pubblica o privata, a meno di non voler perpetrare la solita ideologia dominante, poiché già il fatto che la scuola debba seguire dei “programmi ministeriali” dovrebbe far riflettere e mostrare, quantomeno a delle menti attente, proprio la parzialità di quest’istituzione e non il contrario: un computer che esegue un programma, “esegue” delle direttive informatiche impostate dal programmatore e non è certo libero né imparziale – anche se un programmatore astuto è in grado di creare un software che dia l’impressione di essere “imparziale” e persino autonomo o quasi.

Il maestoso tentativo del pensiero filosofico d’interpretare il mondo in maniera coerente, escludendo o contrastando i tanti sragionamenti che pretendono d’indossare il manto della filosofia, non equivale a parteggiare per una fazione e la sedicente neutralità non può venire spacciata, come avviene oggi, con l’errore o l’assenza di pensiero. Stare dalla parte di chi dichiara che la terra non è immobile al centro dell’universo, non significa entrare a far parte dei militanti della fazione dei galileiani, quanto enunciare un’evidenza logica anche abbastanza semplice ponendosi, invece, dalla parte di chi non sragiona. Che neutralità sarebbe mai quella di chi insegnasse che l’argomento tolemaico e quello galileiano sono equamente validi? La filosofia, inoltre, quando è tale, non è mai neutrale! La filosofia partecipa sempre dell’argomento giusto (o ritenuto tale fino a dimostrazione contraria) e già quest’atteggiamento non è in sé neutrale. Là fuori nel mondo c’è già abbastanza confusione senza bisogno di aggiungerne dell’altra invocando presunti principi d’imparzialità didattica. Come potrebbe, poi, chi dice di stare da parte della conoscenza, ossia il filosofo o il pensatore, rimanere indifferente di fronte all’arbitrio epistemico ed alla non-conoscenza?

Il rifiuto categorico

Λάθε βιώσας (vivi nascosto).
Motto di Epicuro

Da un punto di vista filosofico non vi è, né può esservi, alcuna equivalenza tra argomentazioni contrastanti quando da una delle parti si trova l’errore e dall’altra vi è un ragionamento corretto e, per questo, contrariamente alle dottrine della Sofistica, si dovrebbe insegnare che non tutte le argomentazioni posseggono un’equivalenza epistemica, dunque l’esatto contrario del relativismo. Tra l’opinione che dichiara la terra immobile al centro dell’universo ed il ragionamento che dimostra che questa ruota attorno al sole non può esservi nessuna equivalenza epistemica, eppure un ragionamento in apparenza così semplice si smarrisce rapidamente tra i meandri della sofistica che utilizza la retorica in funzione della “dimostrazione” che più le aggrada o conviene.
Nell’insegnamento scolastico ed accademico contemporanei, si utilizzano, in genere, una lunga ed estenuante serie di accostamenti concettuali impilati cronologicamente per “insegnare” un argomento; quello che questa presunta didattica in realtà impartisce è, invece, un metodo di comporre o scomporre una progressione ordinata creata da altri, dando l’impressione che questa sia una spiegazione autentica o un fatto “culturale” essendo, invece, una mera costruzione o imposizione arbitraria finalizzata al perseguimento di titoli e certificati, ergo un’anti-cultura. Il nozionismo manualistico appare come una scorciatoia metodologica per raggiungere la padronanza di un argomento nel più breve tempo possibile attraverso una schematizzazione contenutistico-metodologica, mentre conduce, invece, verso un sapere svuotato e normalizzato. Quest’impostazione pseudodidattica ha conquistato la cultura ufficiale e sembra abbia ormai eliminato, soprattutto dalle scuole, proprio quel contenuto dialettico che consente la progressione culturale autentica: ad esempio, fin dalle scuole elementari non si studiano più i grandi teoremi geometrici e le dimostrazioni matematiche accostandoli al nome del creatore o scopritore di quelle concettualizzazioni matematiche – tranne, forse, per il teorema di Pitagora. Questo è il primo passo verso l’incultura in cattedra, ma anche verso la relativizzazione del dibattito e dei lunghi e complessi processi culturali che hanno generato tali teoremi e dimostrazioni. I concetti matematici vengono così presentati, dai programmi scolastici contemporanei, come se questi fossero un insieme di regole, regolette e dimostrazioncine già pronte, come dei cibi precotti e predigeriti, così gli studenti non riescono più a comprendere il processo, il travaglio, gli errori, il dibattito e le problematiche che conducono non soltanto alla scoperta, ma anche alle stesse domande matematiche o filosofiche che hanno portato a quegli sviluppi e dimostrazioni e, in conseguenza, ad una cultura che sia viva e vera. Non meraviglia, poi, che l’insegnamento di una matematica ridotta a formulette sbrigative per arrivare ad una soluzione e problemini di droghieri alle prese con mele e dozzine di uova non riesca ad attrarre ed interessare gli studenti. Questo è a malapena quel “sapere che istruisce soltanto” lamentato da Goethe e ripreso ed utilizzato poi da Nietzsche in un ben noto scritto.
Le scuole e le università sono state ridotte nell’esempio preclaro di una profonda inimicizia culturale incarnata, in particolare, dai vari accademuncoli che blaterano e ripetono concetti mal digeriti, ma nel momento in cui scendono dal podio non hanno neanche il più lontano interesse al benché minimo dibattito e discorso culturale – a meno che il loro discettare non sia, per l’appunto, in qualche modo remunerato o fornisca qualche utile attribuzione o merito da attaccarsi al petto e presentare in un curricolo. Questa, come si ribadiva, è anticultura allo stato puro. L’accademico si è ormai trasformato, in larga parte, in un becchino della cultura perché se ne occupa come se questa fosse una cosa morta e quest’impostazione didattica segue proprio dall’impostazione concettuale della cultura come una merce sui banchi del mercato. Inoltre, se la filosofia viene rappresentata da affabulatori, questa diverrà mera affabulazione e non più ricerca o pensiero. Del resto, già metodologicamente, l’accademico conosce il vizio di rendere la cultura una merce da offrire e da cui trarre vantaggio economico, proprio come gli antichi Sofisti verso i quali si sente naturalmente propenso. Mentre il grande Socrate, ma se ne potrebbero chiaramente citare a centinaia, era uno squattrinato che se ne andava in giro ad insegnare gratuitamente anche a coloro che non lo meritavano per nulla – per non voler aggiungere il suo gemello Cinico, detto il Socrate pazzo, che di suo aveva a malapena una botte e quattro stracci.

Quando tutte le ragioni sembrano equivalersi, allora nessuna ragione più vale. La filosofia sta, invece, sempre dalla parte di quelli che ritengono “giusto” l’interesse della giustizia e della collettività ed i filosofi autentici non sono mai stati accolti o trattati benevolmente dalle varie oligarchie proprio per questa loro impostazione fondamentale verso il giusto (τό δίκαιον),[1] mentre la Sofistica sta unicamente dalla parte del gruppo d’interesse di turno o del miglior offerente. Non è un caso che, oltre un terzo dei dialoghi platonici, siano propriamente dedicati a mostrare pedissequamente questa differenza tra pensiero autentico e Sofistica. Purtroppo, quest’elemento centrale del pensiero platonico è stato edulcorato attraverso un lungo ridimensionamento della portata e validità epistemica del pensiero del Grande Greco, partendo già dai commenti e avversioni dello Stagirita. Aristotele è il primo genealogista e per lui la filosofia è, nella sua forma più compiuta, una tassonomia.
Platone aveva grandemente insegnato che la filosofia ed il pensiero autentici curano dalla πλεονεξία, l’insaziabile desiderio dell’ingiusto di prevalere sugli altri, tanto dannosa alla vita e, se fosse vero che non si possono migliorare gli uomini come ci tengono ad insegnare i lupi, allora non massacrerebbero, da millenni, quei pochi pensatori che offrono le idee necessarie a tale metamorfosi. In altre parole, se questa trasformazione dell’uomo e della società fosse davvero così impossibile come si millanta, il potere non avrebbe allora temuto così tanto Socrate, Gesù, Boezio, Bruno, Campanella, Spinoza, e tanti altri al punto da doverli condannare a morte, imprigionare, torturare, braccare ed esiliare.[2]

Quello che è contestabile nei confronti di coloro i quali arrivano a credere nella fallace equivalenza epistemica di tutte le ragioni, anche secondo una prospettiva didattica, è il non tenere in conto la fallacia epistemica dell’impostazione sofistica e quanto il discorso sofistico sia principalmente, se non sostanzialmente, politico e non conoscitivo. Se c’è un compito del pensiero filosofico è proprio quello di smascherare ciò che ha la pretesa di pensare. Uno tra i grandi problemi di questo discorso è che questi accademici contemporanei i quali, per misere prebende e infinitesimi tozzi di pane, continuano a proporre l’anticultura come cultura, stanno giocando con il fuoco a spese di tutti e questo è e sarà sempre imperdonabile.[3] Karl Kraus aveva genialmente intuito e scritto: «Wenn die Sonne der Kultur niedrig steht, werfen selbst Zwerge einen langen Schatten. Quando il sole della cultura è basso, i nani proiettano un’ombra da giganti». Si tende anche a sottovalutare fin troppo il fatto secondo cui il non-pensiero erige barriere al pensiero e queste mura impediscono il progresso umano e civile di cui si ha un disperato bisogno.

C’è un frammento di Crizia in cui egli osserva che, se Archiloco non si fosse diffamato da sé, noi non avremmo saputo che era figlio di una schiava, etc. (fr. 44) e aggiunge che il poeta parlava male di sé, dei nemici e degli amici e quest'ultimo passaggio è significativo poiché indica una particolare ortoprassi degli antichi. Affermare il giusto (τό δίκαιον), o agire secondo μέτρον, significa affermarlo sempre, anche contro se stessi, anche contro coloro che ci sono cari. Per questo il sapiente o il filosofo sono invisi al mondo, mentre il Sofista può ben convivere con una società traviata e incolta. La sapienza del sapiente dipende in maniera fondamentale anche dall’ortroprassi tra pensare e vivere – anche per questo l’accademico contemporaneo è una figura profondamente anticulturale e antifilosofica. Qui si potrebbe anche vedere un possibile elemento della critica di Eraclito ad Archiloco poiché quest’ultimo, nonostante spregiasse i suoi concittadini, al tempo stesso ne cercava e accoglieva le lodi e, anche per questo, l’Efesio lo avrebbe voluto vedere frustato insieme ad Omero: τόν τε Ὅμηρον ἔφασκεν ἄξιον ἐκ τῶν ἀγώνων ἐκϐάλλεσθαι καὶ ῥαπίζεσθαι καὶ Ἀρχίλοχον ὁμοίως. Omero merita di essere bandito dagli agoni e fustigato, ed egualmente Archiloco (fr. 42).[4]

Non c’è da prestare troppa attenzione a quelle divisioni scolastiche, magari fomentate dal commento di Cicerone, secondo cui «Socrate per primo fece scendere la filosofia dal cielo e la trasportò nelle città introducendola anche nelle case e costringendola ad occuparsi delle questioni attinenti la vita, i costumi, il bene e il male». Questa lettura non tiene nella giusta considerazione il fatto secondo cui Socrate costruisce su una filosofia etica preesistente, un pensiero che aveva già connotazioni religiose, mitiche, poetiche che verranno proseguite nell'insegnamento socratico/platonico. L’intero ἔπος greco arcaico è una maestosa rappresentazione/insegnamento sulle questioni dell’esistenza, dei costumi, del bene e del male da cui lo stesso Socrate (e Platone) trarrà insegnamento e dottrina. Purtroppo la storiografia filosofica è stata viziata dal filtro aristotelico che definiva i preplatonici come physikoi e limitava la filosofia a quattro gatti posti in una progressione ordinata tagliando fuori culti misterici, mantica, poesia/letteratura, etc. Sotto quest’aspetto è condivisibile l’aver posto l’uomo di Eleusi, ossia Eschilo, nel novero dei filosofi come ha proposto Emanuele Severino. L’onnicomprensività del sapere degli antichi è un aspetto che la storiografia filosofica, in gran parte influenzata dai tedeschi dell’Ottocento, ha preteso di trascurare o annullare sotto una cappa di lunghe quanto discutibili classificazioni in genere dal sapore hegeliano. Queste divisioni e preconcetti non aiutano certo ad intendere le strabilianti profondità del pensiero antico che è, per sua natura, fondamentalmente esoterico ed iniziatico, un tratto che eredita da tradizioni ancora più antiche, sempre presenti sullo sfondo della grecità. Basti pensare ai Pitagorici che passavano da discepoli acusmatici (ἀκουσματικός) ad amici nella sapienza (μαθηματικός) solo dopo aver oltrepassato la tenda che celava il maestro. Pensiamo, poi, anche alle assurde suddivisioni tra “pre-”, “post-” o correnti inesistenti, nonché l’arbitraria divisione tra pensiero teologico e filosofico. Ogni sapere che possa dirsi filosofico è un sapere fondamentale e, in quanto tale, non restringibile a categorie monotematiche. Utilizzando una terminologia prettamente logico-matematica si dovrebbe poter dire che, come quei difficili problemi offerti dalle discipline matematiche, il sapere filosofico è “intrattabile”.
Sovente ci si perde in questa spiegazione del termine filosofia come amore della sapienza, ma questa è una lettura molto riduttiva di una parola tanto antica quanto complessa. Quando si intende la filosofia nel senso ristretto di amore della sapienza si può allora dire che il pensiero è filosofia, ma la filosofia non è sempre pensiero.[5] Da qui la famosa frase secondo cui la filosofia si è trasformata in storia della filosofia e questa trasformazione è possibile solo quando s’intenda la filosofia unicamente come amore della sapienza e non più Sapienza. Hegel pretendeva persino di farla finita con la filosofia e condurre alla Sophia. La filosofia è, però, troppo grande e maestosa per venire ridotta o ristretta ad una mera categoria del pensiero. La filosofia non può essere ridotta ad alcun termine unico poiché ogni esclusione determina, a sua volta, un nuovo ambito filosofico. La filosofia non è etica, né epistemologia o critica e neppure amore per la sapienza, come viene ingenuamente tradotto dal greco, poiché anche l’odio della sapienza può avere un carattere filosofico: πόλλ' οἶδ' ἀλώπηξ, ἀλλ' ἐχῖνος ἓν μέγα, Molte cose sa la volpe, ma una sola e grande il riccio (Archiloco, XXIV).


Se la filosofia si occupa del giusto (τό δίκαιον), allora il giusto è la sua parte e non il presunto interesse. Il massacro delle argomentazioni prodotto da un’artata equivalenza loro imposta per motivazioni politiche, produce anche l’immensa confusione culturale e intellettuale della modernità di cui siamo vittime o spettatori inermi. Oggi tutte le ragioni sembra si equivalgano, tanto come un tempo a tutti sembrava che la terra fosse al centro dell’universo, ma come si potrebbe mai dire che la ragione di Galilei e l’opinione del suo tempo siano, anche remotamente, equivalenti? Come si potrebbe mai affermare tale principio senza scadere nella Sofistica o nel grottesco? Eppure, sotto troppi aspetti, questo è quanto oggi avviene quasi costantemente ed ovunque. Facciamo in merito un esempio che, nonostante la sua non indifferente rilevanza pubblica, è però passato inosservato: negli Stati Uniti, durante le elezioni presidenziali del 2012, la contesa elettorale è stata tra Barack Obama e Mitt Romney, ma quasi nessuno – certamente non i media generalisti – ha evidenziato la paradossalità del credo religioso cui Romney appartiene, ossia il mormonismo, e questo non soltanto in virtù del fatto che la stampa di larga diffusione ripete contenuti autocensurati o prodotti in altre sedi, ma proprio per via della presunta equivalenza epistemica di ragioni contrastanti e inconciliabili che si è ormai fatta strada in quasi tutti gli strati della società contemporanea. L’esempio del mormonismo riguardo alle elezioni è un tema in cui l’elemento dell’equivalenza epistemica emerge prepotentemente: il mormonismo, oltre ad essere un credo tanto banale quanto paradossale, inventato di sana pianta da un piccolo truffatore ottocentesco di nome Joseph Smith, non appartiene al canone delle religioni cristiane, giacché proclama una teologia immaginaria in cui tutti i concetti cristiani non soltanto vengono riposizionati e ridefiniti in chiave pagana (gli uomini diventeranno dèi, lo stesso Onnipotente era una volta un uomo e vive su un pianeta chiamato Kolob, Gesù è fratello di Satana e molte altre simili perle immaginative), ma offre anche una storia evangelica alternativa di un personaggio chiamato dai mormoni “Gesù” che, però, visita l’America precolombiana e diffonde il “cristianesimo” tra gl’indigeni. Insomma una serie colossale di sciocchezze che non vengono confutate perché teologicamente, “ognuno crede a quel che vuole” e questa è sicuramente una prerogativa religiosa e un diritto rispettabile, ma non un criterio oggettivamente valido – è anche questo uno dei principi alla base della necessaria separazione tra Chiesa e Stato. Credere in qualcosa non le conferisce de jure uno statuto epistemico. La vicenda diventa grave non soltanto quando si pretende di spacciare la truffa e la fantasia per verità rivelate e oggettive, ma anche quando colui che proclama o crede in tali sciocchezze e, dunque, non ha evidentemente una mente della cui validità di giudizio ci si possa davvero fidare, finisce per avere il controllo sui codici di lancio dell’arsenale nucleare – come sarebbe stato il caso se Romney avesse vinto le elezioni. Avere, invece, una chiara idea della differenza tra lo statuto epistemico delle idee e della non equivalenza tra idee ed opinioni, aiuterebbe a chiarire subito certe questioni ed evitare il pericolo che uno che crede che un sedicente “profeta” nello Utah gli possa impartire direttive sulla volontà divina, finisca per avere il dito sul pulsante nucleare che può mandare per aria l’intero pianeta. Questa è una tra le moltissime ragioni per le quali è fondamentale mantenere salda la differenza tra idea ed opinione ed è più che mai necessario prender parte nel campo delle idee, altrimenti l’aumento della confusione coinciderà con la mera distruzione della nostra specie. Oggi non si capisce quasi nulla proprio perché si è convinti di capire quasi tutto, ma da sempre il mondo può tollerare solo una certa quantità di follia, quando questa supera un certo limite, la storia mostra quali mostruosi personaggi emergono e quali spaventosi orrori ne conseguono. Quello che la storia è capace di mostrare è dove conduce questa strada perché eventi comparabili sono già avvenuti in forme diverse; quello che la storia questa volta non ci può aiutare a capire è dove finirà questo percorso, perché mai prima d’ora la follia degli uomini ha avuto in suo possesso armi di distruzione di massa capaci di annientare molte volte l’intera specie.
Alla luce di queste considerazioni, il presunto compito della filosofia, da molte parti invocato quale indirizzo alla comprensione di “interessi” per tutti è, per ragioni molteplici, non applicabile sotto tali forme ad una società tecnologicamente avanzata, prima tra tutte a causa della competenza specifica necessaria di fronte ad argomenti tecnicamente complessi e strutturati: non si possono educare tutti i cittadini a “comprendere adeguatamente” tutti gli aspetti di una società tecnologicamente avanzata, a meno di non voler banalizzare ogni cosa come si fa di solito e, dunque, riducendo nuovamente la complessità alla mera Sofistica. Non si può “spiegare” la fisica nucleare a tutti rendendoli in grado di “comprendere adeguatamente” se sia giusto votare a favore o contro l’energia nucleare o sulla biologia a proposito delle cellule staminali, etc. perché si finisce semplicemente con il dar credito al miglior retore di turno – è già scorretto porre questioni così altamente tecniche e strutturate nei termini di “questa è la soluzione giusta”, perché, tra l’altro, tale “soluzione” potrebbe anche non esistere ed ogni scelta ha conseguenze tecniche diverse e non valutabili in sedi collettive. Si può, invece, rendere l’anima umana capace di esprimere se stessa affinché il fisico, il biologo, il carpentiere o il macellaio, posti di fronte alla domanda da parte del pubblico: “Cos’è meglio? Il nucleare da fissione o quello da fusione? Le cellule staminali o gli OGM?” possano rispondere secondo coscienza ed onestà intellettuale e non veicolare l’interesse del gruppo cui appartengono o da cui sono stipendiati. Già i Romani si ponevano l’annosa questione: Quis custodiet ipsos custodes? (Giovenale, Satira VI).

La pseudocultura si trasforma rapidamente in corruzione spirituale, una degenerazione più sottile ed elevata di quanto non lo sia la mera corruzione dei fini perché tocca quegli elementi di difesa della società e dell’uomo, trasformandoli in strumenti al servizio del delirio. La cultura autentica non partecipa mai alle aberrazioni della propria epoca e, pur pagandone le conseguenze, mantiene l’integrità intellettuale necessaria per consentirle di stare dalla parte degli eliocentrici quando i soliti altri strepitano, minacciosi, dalla parte dei geocentrici.

Sergio Caldarella



[1] Ricordando qui anche la καλοκαγαθία platonica di vero, bello e buono.
[2] Questa è la più triste prova che si possa fornire della potenza e validità del pensiero filosofico.
[3] A tal proposito basterebbe solo ricordare le invettive di Montaigne o Schopenhauer. In merito, cfr. anche S. Caldarella, La Società del Contrario, Editore Zambon, Verona 2004.
[4] Alcuni credono che questo rigetto di Eraclito nei confronti di Archiloco dipenda dalla versificazione allegorica del poeta giambico, anche se questa pare una lettura debole. Forse perché Archiloco riprendeva certi concetti di Esiodo che Eraclito aveva già avuto modo di rigettare. Sicuramente l’avversione eraclitea verso Archiloco (Omero ed altri) ha un carattere gnoseologico. Archiloco era un poeta vilipeso da molti e persino Pindaro, nella Pitica II dichiara con forza: «Debbo evitare il morso veemente dell’ingiuria. Pur di lontano ho veduto il maledico Archiloco, spesso in miseria, impinguarsi nell’insulto e nell’odio» (52 sgg.).
[5] Vedi il «colpo di pistola» della Fenomenologia.