Sunday, April 9, 2017

Il sofista

Ogni precisa determinazione di un pervertimento è cosa troppo semplice. Il pervertimento di chi vive da sofista è, infatti, un pervertimento che si rivela in ogni campo e in tutte le forme. Viene appena inteso in una certa maniera ed ecco che è già cambiato. Il sofista, la possibilità del quale scaturisce dall’ordine dell’esistenza come una vaga e imprecisa minaccia per l’avvenire dell’uomo, può essere soltanto descritto nella forma di un continuo traviamento. A volerlo descrivere e determinare, finisce con l’acquistare sempre dei lineamenti già troppo precisi.
            Con evidenza a prima vista affatto naturale, egli non si trova mai in un luogo determinato. Versato in tutto, si appiglia a piacere ad ogni possibilità, ora a questa ora a quella.
            Si offre sempre come collaboratore. Infatti egli tiene ad essere sempre presente. Cerca di evitare ogni vero conflitto, di non farlo mai venire chiaramente alla luce. Mostrandosi obbligato e devoto in tutte le maniere, in fondo vuole solo affermarsi e farsi valere, incapace com’è di una vera ostilità, che per ragioni più serie entri, nello stesso piano, in un conflitto decisivo con gli altri.
            Ove tutto gli va male, egli è il contrario, egli sa inchinarsi ed eclissarsi per ripresentarsi lì da capo quando la burrasca è passata. A lui diventa possibile trovare il modo di fare il proprio interesse, anche quando la situazione si presenta senza uscita e affatto disperata. Si adopera per allacciare relazioni da per tutto. Si figura che tutti non debbano far altro che averlo caro e rendergli dei favori. Nel modo di comportarsi dei suoi affari si piega facilmente quando s’incontra con la forza; è brutale e perfido, quando la forza non c’è più. È patetico quando non gli costa niente. È sentimentale quando la testardaggine viene vinta e domata.
            Quando riesce a conquistare un predominio e una solida posizione, diventa, da umile che era, aggressivo contro chiunque si faccia valere veramente come persona. Sotto la veste dello sdegno e dell’indignazione, rivolge il suo odio contro tutto ciò che c’è di veramente nobile nell’uomo. Infatti riduce al nulla tutto ciò che gli possa capitare. Invece di mettersi davanti alla possibilità del nulla, egli crede nel nulla. Di fronte ad ogni essere, smania di convincersi, a modo suo che esso non è niente. Per questo, nonostante che egli tutto conosca, sono per lui cose estranee il pudore e la lealtà.
            Si lascia andare pateticamente a un radicale malcontento, e assume le pose di un eroismo del sopportare. Gli è abituale l’atteggiamento dell’ironia campata in aria e fuori dalle condizioni effettive della vita e dell’esistenza.
            Il sofista è privo di carattere, pur senza essere cattivo. È amichevole e ostile, servizievole e sgarbato. Ma non è niente di tutto questo nel senso vero della parola. Fa le piccole porcheriole e birbonate, ed è anche decoroso e rispettabile, ma mai in grande stile. Non sa essere un diavolo coerente con se stesso.
            Non è mai un vero avversario, non prende mai una posizione netta. Dimentica tutto. Non conosce dentro di se’ nessuna responsabilità; ma ne parla in continuazione. Gli manca l’indipendenza di chi sa che può valere qualcosa per conto suo. Non gli rimane che la libertà incondizionata di chi sa di non esser niente, e quindi l’audacia nell’asserire e sostenere delle opinioni che si prestano a essere mutate a piacere da un momento all’altro.
            Trova l’unico suo comodo rifugio nel campo intellettuale. Solamente qui si sente a suo agio, perché solamente qui si tratta di poter trasformare, nel movimento del pensare, ogni cosa. Tutto egli scambia e travisa in una cosa diversa. Non può mai raggiungere e far sua nessuna vera conoscenza, dato che gli manca ogni base di vera personalità. Oscilla di qua e di là secondo la situazione, dalla superstizione che deriva dalla scienza alla superstizione che contrasta con la scienza.
            La sua vera passione è la discussione. Ha bisogno di parole energiche e risolute. Assume posizioni radicali. Ma non le mantiene saldamente. Quello che un altro può dire, lo accetta. Dà a intendere a ognuno col quale si trovi a discutere, che quello ch’egli dice va bene, salvo solamente ad aggiungere questo e modificare quello. Acconsente e si trova completamente d’accordo con l’altro, per fare come se niente fosse stato detto.
            Quando nella discussione gli capita un avversario che sappia essere un uomo e abbia una propria personalità, un avversario per il quale il campo intellettuale non rappresenti niente per se stesso, ma sia solamente il mezzo con cui l’essere si rivela, allora diventa di una volubilità e mutevolezza davvero straordinaria. Eccitato fino all’estremo limite perché la sua esistenza, per il valore che possa avere, gli sembra pregiudicata, sposta continuamente il punto di vista, ed entra sempre in nuovi campi di discussione. Accentua per un momento l’assoluta realtà obiettiva dei fatti, per diventare ben presto passionale, da un punto di vista affatto soggettivo e personale. Viene incontro tutto premuroso per mettersi d’accordo su di una formula, come se lí si nascondesse la verità. Diventa piagnucoloso, e subito dopo è capace anche di ribellarsi. In nessuna cosa c’è per lui consistenza e coerenza. Ma a lui è ancora più caro esser disfatto in modo schiacciante che non far proprio nessuna bella figura.
            Per lui è condizione di vita poter trattare ogni cosa razionalmente. Accetta e ammette senza alcuna eccezione modi di pensare, categorie e metodi; ma solo come forme di espressioni retoriche, e non come movimenti mentali del conoscere, importanti anche per il contenuto. Pensa con coerenza sillogistica per ottenere, con mezzi logicamente conosciuti, un successo momentaneo. Si serve della dialettica per piegare e trasformare ingegnosamente in affermazioni contrarie tutto ciò che possa essere stato detto. Conta su esempi e fatti intuitivi, sulla pura e semplice intelligibilità delle cose, senza accostarsi però mai e sentirsi vicino ad alcuna cosa concreta. Infatti egli, dal punto di vista della retorica, si preoccupa dell’effetto da ottenere, e non già delle conoscenze esatte da raggiungere. Conta sulla smemorataggine di tutti gli altri. Il pathos della sua risolutezza retorica gli permette di sfuggire abilmente a tutto ciò che potrebbe coglierlo e imbrigliarlo. Giustifica e condanna, secondo quel che gli fa comodo. Ciò che dice è un giocherellare senza preoccuparsi di venire a costruire qualche cosa di serio nella successione del tempo. Trovarsi a contatto e in comunicazione con lui, è come venirsi a perdere nel vuoto. Non ne vien fuori niente, dato che egli guazza e fa dei tonfi nell’acqua a suo piacere. Impicciarsi e avere a che fare con lui significa sciupare se stesso. Nell’insieme egli è angosciosamente tutto dominato dalla coscienza del suo niente. Eppure non vuol fare il salto che lo porterebbe veramente all’Essere.
            Con siffatte descrizioni non si finirebbe mai. Queste si aggirano intorno ad una potenza anonima, che segretamente vorrebbe rendersi padrona di tutti noi, sia per trasmutarci in se stessa, sia per escluderci dal nostro esserci.

(Karl Jaspers, Die geistige Situation der Zeit, Berlin, 1931, pp. 132-134). 

Saturday, April 1, 2017

El paradigma del mundo.

El mundo está mal porque está loco y está loco porque está mal.

(Sergio Caldarella)
 

Friday, March 31, 2017

“Non è più il momento”. Un commento sul discorso culturale contemporaneo.

                                                                              “No, non fa male credere, fa molto male credere male.”
                                                                                                                                                           Giorgio Gaber

Un argomento culturale non indossa né toga, né livrea, ed il discorso culturale lo si trova – o lo si dovrebbe trovare – in ogni luogo, un punto su cui si trova concorde il sapere da Eraclito alla Bibbia: “La sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la voce” (Prov. 1:20). Oggi siamo però posti di fronte a situazioni che, in altre epoche, avrebbero mostrato immediatamente la loro lapalissiana assurdità e suscitato un’indignazione culturale che non trova ormai più posto sugli scaffali della pseudocultura e intellighenzia dominante. Del resto, la corruzione dell’accademia contemporanea si rivela, chiaramente e tragicamente, in ciò che questa non offre, arrivando al paradosso (apparente) secondo cui le università si sono ormai trasformate nel più pericoloso nemico che la storia della cultura abbia mai dovuto affrontare (esiste, in merito, una vasta letteratura sommersa a cui rimando). Nessun pensatore del passato ha mai mostrato l’assoluta indifferenza riguardo al pensiero ed all’argomentazione dimostrata, a piene mani, dai vari cattedratici della nostra epoca (personalmente ritengo che, se passeremo ancora un altro secolo in questa situazione, finiamo come gli Eloi nel romanzo di H. G. Wells o ancor peggio). Del resto, l’obiettivo dei discorsi di coloro chiamati a “pensare per concorso pubblico” non è il discorso culturale quanto l’autopromozione, l’interesse personale o l’adesione ad una determinata consorteria partitica o burocratica e, dunque, una visuale fatalmente monca e machiavellica che si rivela, in molti modi, nella nostra società ormai deprivata di un discorso culturalmente serio ed autentico. Questa gente ben allineata, caldamente coperta da tocco e toga, lauti stipendi e prebende varie, non mostra, in genere, nessun interesse per alcun discorso che non serva ad una loro vanità o scopo personale o di casta e questo è, nella sostanza, un atteggiamento immensamente anticulturale, avverso e interamente nemico della conoscenza. Quello di contrastare questi discorsi è più che altro un dovere etico nei confronti del sapere e, conseguentemente, nei confronti della nostra specie, perché l’assenza di un discorso culturale autentico ha oggi generato un vuoto occupato dal buio e dal nulla in cui si inserisce ogni discorso teso all’annullamento del pensiero autentico.
Il compito della cultura è un compito fondamentale e profondamente umano e, così come in altre epoche, la custodia e la salvezza dei libri e della conoscenza era assegnata a pochi monaci in aree remote, questo compito è oggi demandato a coloro i quali sentono ancora il dovere etico del sapere come una necessità, osando contrastare la strabiliante marea del non-pensiero che ha schiacciato la modernità e sta spudoratamente trionfando nell’epoca contemporanea (o bisogna proprio ricordare alcuni degli autori e titoli che vanno oggi per la maggiore nelle librerie o nei dibattiti pubblici che, però, sarebbe meglio non ricordare?). In quanto società umana non ci possiamo permettere il livello di corruzione culturale che abbiamo raggiunto, tanto quanto non ci possiamo permettere il livello di inquinamento e sfruttamento scellerato cui sottoponiamo il pianeta che ci sorregge – e le due cose non sono così lontane tra loro quanto appaiono a chi non le consideri con attenzione.

“Qui habet aures audiendi, audiat” mentre gli altri, quelli per i quali la conoscenza è nulla e il micragnoso interesse personale è tutto, seguano pure i discorsetti in voga, magari strombazzando ai quattro venti “cultura, cultura”, tanto non è la prima volta che cose di tal genere avvengono nella storia della nostra miserrima specie, speriamo soltanto che non sia l’ultima.

Sunday, March 26, 2017

Ad memoriam Yuri Dmitrievich Ivashchenko. A very small tribute in the face of a very great loss.


     “Мечты, мечты! где ваша сладость?”
   Alexander Pushkin

It is always an ethical duty to eulogize and remember good people who have passed on because, while paying tribute to those who are good, we also point to a model of a real life worthy of being pursued by all. So many things can be remembered and told about Dr. Yuri Ivashchenko, who passed away last December; a man of great knowledge and integrity, continually in search of truth, in science as well as in life.
Dr. Ivashchenko, “Yuri” for those of us who had the honor and the pleasure of knowing him better, had the spirit of a real scientist: he was able and willing to question established paradigms with stringent logic because he was an admirer of truth, intelligence, and beauty. He was always ready to laugh at a silly argument – and sometimes to call it for what it was – but he was extremely serious about every intellectual topic, not only those pertaining to his professional area of expertise and research. I recall having many passionate discussions with him on topics ranging from literature and old Russian philosophy to the sciences, theology, ancient Greek, Latin, archeology, and Opera. Sharply questioning generally accepted truths was second nature to him. He was a great reader and a profound scholar with a passion for many topics and a weakness for manuscripts in Old Church Slavonic and the poet Alexander Pushkin, the latter of which he loved to the point that he could always quote Pushkin’s poems to you in their entirety and in the original Russian... The more obscure the topic of study or discussion, the more his eyes showed the brightness of the intelligent search and the curiosity of a sharp mind, and when an argument could not be settled in one way or another, his last answer was always a large smile under his mustache. You could literally spend hours in intellectual conversation with him and believe that only a few minutes had passed, and, at the same time, you could always learn something from his assertions and his questions. For example, many people are aware of the pseudo-scientific doctrines of Trofim Lysenko and the “Lysenkoism” propagandized by the Soviets from the 1920s until 1964, the year of de-Stalinization under Nikita Khrushchev. Yuri, whose specialization was the field of medicine and biology, liked to point out that movement’s references to Ivan Vladimirovich Michurin, of whom Lysenko claimed to be a follower, and could go into extremely complex explanations regarding the differences and commonalities between the two Russian scientists and their mistakes. Yuri Ivashchenko could magnificently explain complex topics in the life sciences, but he was also capable of dissecting pseudo-scientific concepts for hours and he loved hearing about other examples of pseudoscience in other disciplines because he knew that we learn from errors as much as we learn from correct reasoning. This, among many other examples, clearly showed not only his intellectual depth and curiosity but also his keen scientific mind: a scientist never takes anything for granted, and if you tell a real scientist that 2+2 is equal to 8, the proper reaction is not to dismiss what you say, but, more simply, to request the burden of the proof by asking you to “prove it!” That was the challenge Yuri loved to make.
Yuri was also a devoted family man and extremely generous, supporting both ideas and people in many ways, as he did when, in 1995, he sponsored the U.S. immigration of Dr. Vladimir Vinnitsky, who later became a leading scientist in the oncogerminative theory of cancer development. Yuri is also the author of dozens of research papers and many patents. All of this is to say that he was a man of great intelligence and of many talents, but also a man able to see the very practical aspects of life, who had a taste for good cuisine and a love for barbecuing and good wine. Now that Yuri is no longer among us, we are faced with a great absence. After all, nothing confronts us with the realities of life more than death, and when this inevitable event strikes, especially when hitting someone who still had so much to give, it produces an experience that cannot be fully described, because there are no words or tears that can equal the pain and the shock that touches those who are remaining. Sorrow is always for those who are left, and when good people leave the earth, we are all impoverished by their absence. As C. S. Lewis wrote in his little book of reflections on the death of his wife, A Grief Observed, “The death of a beloved is an amputation.” Even when we are sure that those who have left have ascended to a reality that is so much more real than our imperfectly formed world, we still have the right to be sad, and to miss their words and wisdom, which can now point the way only through memory and remembrance.

(Sergio Caldarella)

Tuesday, March 14, 2017

FACES


Every face, every shop, bedroom window, public-house, and dark square is a picture feverishly turned--in search of what? It is the same with books. What do we seek through millions of pages?
Virginia Woolf



 Faces, how can you understand them? How can you want to understand them? Shaved, moisturized, clean, with a mole, a scar, or a scratch. How can you really understand a face? What is that makes a face such a special place of a body? I am asking because for me to “understand” a face means to understand almost everything in a person. I don’t mean the eyes, because, contrary to what is believed, eyes can lie as much as they can tell the truth – whatever that might be. Eyes are the most human visible part of our body, therefore the most elusive. Nobody can really “read” a person, because every person is the sum of countless mysteries and a mystery even to himself. But faces? How about the faces? Someone can certainly be obsessed with hair, lips, and breasts or feet, but how about the face? I always believed that the face is not just a random product of some splitting omnipotent cells; I believe that in the entirety of a face there is the personal history and somehow the destiny of a person and, at least, that a face is the sum of its past. Two apparently contradictory things united in the most public and most private part of us. Everybody speaks with a voice that he/she knows, but, at the same time, the voice received by the one who listens, is completely unknown to the speaker; here again the face is that place where those two voices meet. You can be silent and your facial expression talks and you can talk while your expression could be silent. So, again, who can understand faces if a face is elusive even to its owner? Weird to say that we “own” a face, since we are so used to believing that our face is just “us”. A face is a sum of stories; a riddle that for one person has a meaning and
that to someone else means less than nothing. Some people learn from others’ faces, some others learn from nothing. In a face you can also see, or imagine, a lot of things; it’s a world in itself and that’s probably one of the many reasons why the Mona Lisa is so appreciated: she is a “pure face” with a smile and that lets you imagine whatever you want. How much imagination can you put into the Mona Lisa smile? Can you read all the question marks hidden in a face? Answering affirmatively to this last question would be saying, “yes, I can read” but also “I’m alive,” because only those who are still alive know how to detect life, and the revealing oracle is always hiding in a wrinkle.


(Sergio Caldarella)