Tuesday, April 15, 2014

Means to an end


Making a difference in the society where you live is a valid principle only if that society will use your contribution for good; otherwise, a contribution that was meant to have only upstanding intentions and the scope to help the progress of mankind serves, instead as an instrument to increase the level of social injustice and evil in the present and future of the world. An example? The Theory of Relativity and the well-known formula correlating mass and energy (E=mc2), undoubtedly one of the greatest contributions in human history, was used (because of such and such historical situations) to contrive the most destructive weapon human history has ever seen! More recently the herbicide called “Agent Orange”, containing among others dioxin, was used as a “herbicidal warfare program” in a defoliation operation over South Vietnam, Laos, Cambodia, and parts of North Vietnam that also affected US soldiers present in those areas. What is less known is that the idea for Agent Orange came out of research by a scientist who studied a mechanism to improve growth in plants! Once again, something intended for good was reverse engineered for evil. Be mindful when you contribute to a society ready to turn every end into malicious means.

(Sergio Caldarella, Means to an end, in RantRave, April 15, 2014)

Saturday, April 5, 2014

Über die Dummheit


»Wenn die Dummheit nicht dem Fortschritt, dem Talent, der Hoffnung oder der Verbesserung zum Verwechseln ähnlich sähe, würde niemand dumm sein wollen.«

«If stupidity were not confusingly similar to progress, ability, hope and improvement, then no-one would want to be stupid».

(Robert Musil, Über die Dummheit, 1937)

Monday, March 3, 2014

Il mirabolante racconto dell’universo olografico


Ci risiamo (in romanesco si direbbe “Aridaje”)! L’ennesimo manipolo di acutissimi “scienziati” ha recentemente tirato fuori dal cilindro magico l’ennesima magniloquente teoria (Out of the White Hole: A Holographic Origin for the Big Bang) secondo cui il nostro universo è una membrana (dall’inglese: “membrane” o “brane”) fluttuante in un continuum quadridimensionale – questa volta si tratta di un gruppetto che effettua magistrali e strapagate ricerche presso il Perimeter Institute for Theoretical Physics di Waterloo, in Canada, l’ennesimo Institute for Advanced Salaries del momento.

Tralasciando gli elementi tecnici del testo (http://arxiv.org/abs/1309.1487) dal formalismo scopiazzato (vedi anche il precedente lavoro 4D Gravity on a Brane in 5D Minkowski Space http://arxiv.org/pdf/hep-th/0005016.pdf da cui traggono gli eminenti del Perimeter) e dall’utilizzo di un calcolo tensoriale fin troppo simile a molte altre teorie, la questione delle membrane è, negli ultimi anni, particolarmente in voga anche grazie alla M-Theory nella teoria delle stringhe, al modello standard e tutta la susseguente caciara sul bosone di Higgs – adesso persino incoronato con il Nobel.

Curioso pensare che ad Albert Einstein rifiutarono il Premio Nobel per la sua grande Teoria della Relatività e ricorsero all’escamotage di utilizzare i suoi contributi sull’effetto fotoelettrico, mentre per il bosonaccio massivo si fanno eccezioni un tempo inconcepibili. Nonostante la Relatività fosse, già a suo tempo, immensamente più consistente delle attuali teorie subatomiche che implicano e necessitano della “goddamn particle” non venne riconosciuta – e non lo è ancora – per la sua grandezza concettuale ed il Nobel al suo autore non venne conferito per il suo contributo più significativo alla storia del pensiero umano, quanto per la scoperta dell’effetto fotoelettrico. La Relatività (ristretta e generale) spiegava anche innumerevoli più cose di quante ne spieghi il fantomatico bosone di Higgs, una particella immaginata induttivamente per spiegare certi fenomeni atomici che possono anche avere – ed avranno – ben altre spiegazioni quando riusciremo a svegliarci ad un dibattito culturale serio e disinteressato.

Limmagine della scienza che questa gente al Perimeter Institute, al Cern e in tutti questi molti altri centri di pensatori per concorso pubblico, parentele e affiliazioni propalano è quella di una disciplina costantemente alla ricerca del nuovo e del sensazionale, di pubblicità e di attenzioni dalla stampa e da finanziatori, insomma più tecnica eristica che scienza. Il gruppetto di Waterloo, tanto per non farsi mancar niente, ha anche teorizzato che l’universo (ne parlano sempre al singolare) sia sorto dai frammenti di una stella collassata in un buco nero. Ah! Quale immaginazione! Dalla fusione fredda ai neutrini più veloci della luce, fino all’universo ridotto ad un’estensione della metrica di un buco nero è tutto un bel balletto di fantasie, pubblicità e magna tu che magno anch’io. Che gran epoca meravigliosa!

Si ha però l’impressione che quest’ansia di confrontarsi con i grandi paradigmi e modelli della fisica dimostrata da questi signorotti del Perimeter Institute – o da quelli del Cern per quanto riguarda i neutrini più veloci di Superman – pare provenga più da questo bizzarro desiderio di pubblicità che pervade la nostra epoca e non da un ponderato spirito di analisi scientifica, altrimenti non baderebbero solo alla stampa ed alle loro pinzillacchere, ma si metterebbero in discussione, aprirebbero un dibattito culturale e la loro influenza si sentirebbe sulla società e non rimarrebbe confinata a corridoi di banche, postriboli e ministeri. Questo sarebbe quello che un tempo si chiamava il “peso della cultura”, ma sono cose di cui questi signori non riescono neanche a percepire il problema. Del resto sono a malapena beffeggiatori del sapere il cui unico scopo è la vita comoda che queste istituzioni politiche possono loro fornire.

Perché se la prendono allora con la Relatività (neutrini più veloci della luce), con il Big Bang o con la teoria della materia? Semplice, perché fa titolo sui giornali. Questa è del resto gente mediocre e volgare che, pur non sapendo nulla di nulla, ha ormai occupato tutto quello che cera da occupare, anche lo stanzino delle scope.

Se magari non fossero quelli che sono (Lewis Carroll ha meravigliosamente risposto a questo paradosso) questi ben pagati signorotti del Perimeter Institute capirebbero che il modello del Big Bang è una base di lavoro che, come per altre teorie, spiega più cose di quante non ne spieghi, al momento, un modello diverso e sicuramente necessita di una revisione che non sia però sola ciarlateneria o circo matematico. Quello che oggi non si capisce, in questo dogmatismo che si scambia per scienza, è come le teorie scientifiche dipendano anche dal livello della comprensione generale di un problema: il sistema geocentrico era appropriato e rilevante alla comprensione generale del tempo. Pochi ricordano che, agli inizi del suo insegnamento, lo stesso Galileo Galilei insegnava il sistema Tolemaico e solo dopo si accorse che questo non era in grado di rispondere ai nuovi problemi sollevati dalle domande e dalla nuova comprensione generale dell’universo che andava lentamente emergendo e andò alla ricerca di un modello che potesse meglio rispondere alle nuove domande.

Questa gente che ormai controlla cattedre e sovvenzioni a volte dice che la scienza non ha bisogno dei suoi materiali passati mentre siamo oggi arrivati ad un punto in cui sono proprio quei materiali del passato che un giorno rappresenteranno la nuova rinascita del pensiero scientifico, semmai questa rinascita dovesse mai arrivare prima della nostra autodistruzione. La scienza contemporanea si è ormai pesantemente incartata sulla tecnica da non riuscire più a leggere la profondità teorica dei concetti fondamentali e la validità sperimentale delle argomentazioni dei grandi del pensiero scientifico. Le stesse soluzioni a grandi problemi come quello dell’unificazione tra Relatività Generale e Meccanica quantistica riposano ancora in vecchie dispute scientifiche ormai quasi dimenticate.

Bisogna comunque essere vigili e non insegnare nulla a questa gente che invece cerca solo la piccola pagnotta perché tutto quello che nella storia gli è stato insegnato lo hanno sempre utilizzato per i fini peggiori. Einstein creò una teoria meravigliosa dalla quale hanno saputo estrarre la più micidiale arma di distruzione di massa mai inventata. La tecnologia li rende ancora più spavaldi e, ovviamente, più malvagi e micidiali di quanto già non siano. Millenni di pensiero filosofico e scientifico sono serviti loro solo per incrementare il dominio e la distruzione. Per questo è forse un bene che quella che si definisce oggi scienza sia nelle mani di questi ben remunerati giullari, almeno le loro pagliacciate non producono il danno delle idee serie.

(Dr. Divago)

Friday, February 21, 2014

The man in the bottle


The contemporary man understands, more than his progenitors, that Orwellian language is in our society, “the language of power”; therefore he believes that to be part of the “power system” and receive his little token of requital for his obedience, he should learn how to speak in that way, i.e. use the language of inauthenticity to its full. More than any other man in history he understands that he has to abdicate himself in order to become part of the new social order. In a more technical way, Herbert Marcuse would have said that the contemporary “consciousness lags behind social existence” (“The Movement in a New Era of Repression”, 1971).

In its fundamentals, this grim transformation of the contemporary man, stripped of his authentic life and secluded in an egotistical universe where all that counts is the solitude of the anti-ethical motto “what’s in it for me?” is just a reverberation of his abandonment of ethics. One further consequence of this new attitude is that he also believes that the law can be an easy substitute for ethics: he is not doing such and such only because there is a law forbidding it and not because it would simply be wrong. It’s this way of thinking that has brought the contemporary man to the point of having no ethical boundaries: he does all he can - - in the case he is not a criminal - - all that is not forbidden by the law is allowed! Consciousness, ethics, humanity and other considerations, play very little or no role in this new form of existence. This mortal loss of integrity also makes the contemporary man a being ready and prone to accept, without conscious resistance, the language of inauthenticity as his own and this makes him a man cut in half that has mislaid and bartered authentic life on his descent to a petty end.

(Sergio Caldarella, The man in the bottle, in RantRave, February 21, 2014)

Saturday, February 15, 2014

La belva del pensiero


Il pensatore, come il poeta, intrattengono una relazione intensa e passionale con il sapere e la conoscenza e non affrontano mai alcun pensiero con leggerezza, ma sempre come dei vigili domatori che si avvicinano quatti ad una belva temibile che può annientarli anche per un minimo volgersi del capo. Molte sono le insidie celate tra le terre della conoscenza e le menzogne della realtà, prima fra tutte la scoperta che ciò che genericamente chiamiamo vero sia appena un’ombra e quanto ci appare oscuro e instabile sia invece il solo vero. Avventurarsi tra quelle contrade del pensiero significa, allora, lasciarsi sbalzare lontano, fino al punto da non riuscire più nemmeno a riconoscere la strada da cui si era partiti. Il pensiero non è, del resto, una bestiola che possa venir addomesticata con calma, il pensiero è una belva che bisogna aggredire, assalire, scuotere e percuotere resistendo ai suoi possenti contrattacchi e ruggiti. Chi si arrischia tra le lande del pensare non può utilizzare il pensiero come una stampella, perché pensare è una costante sfida ad un duello di lame affilate. È proprio opponendosi con fierezza agli inganni ed alle trappole della vita e della presunta realtà che è allora possibile sfidare l’esistenza, provando a stanarne le contorte verità da antri e anfratti. Spesso, le conseguenze di questa tenzone hanno esiti tragici per coloro che avevano osato avventurarsi tra quelle terre smarrendovi la mente nella follia o patendo altre sconfitte per mano di altri fratelli uomini o del tetro destino. Con il pensiero si può lottare solo mettendo costantemente a repentaglio la sanità e la vita, mentre la temibile belva dall’altra parte, nonostante i suoi contraccolpi e trabocchetti, rimane imperturbata di fronte a questi curiosi cavalieri che s’inoltrano, circospetti, tra quelle terre. Il pensiero declama con voce tonante: «sappi che raccogliere le mie perle è una sfida terribile e pericolosa» e in molti modi invita e sprona a lasciar perdere quei perigli. Il Qohèlet dichiara severamente: «Chi accresce il sapere, aumenta il dolore» e, dopo tale ammonimento, solo gli ostinati o i posseduti hanno ancora il coraggio o l’incoscienza di perseverare su quella perigliosa strada. Gli altri, quelli che del pensiero hanno fatto una marmotta per aule tetre, si accontentano d’altro o si assiedono tranquilli su poltrone e cattedre di allori ai margini della strada. Eppure, anche se tutto quello in cui crediamo o speriamo fosse appena un sogno, non basterebbe forse la sola sfida a farlo reale? La realtà dei giganti non è nei mulini, ma nel cuore eroico di Don Chisciotte che vi si avventa contro. Del resto, cos’è l’uomo quando non prova ad ergersi sulla sua stessa umanità? Cos’è un uomo quando non rischia neppure di bagnarsi le caviglie nell’oceano delle verità? Facile a dirsi: è un essere che ha dimenticato se stesso scendendo anzitempo gli scalini dell’Ade o vestendo la benda dell’accecamento volontario. La ciarla non uccide il silenzio, la ciarla è già silenzio.

            Conoscere è un curioso cammino che si nutre del suo stesso percorso conducendo alla rimembranza attraverso la dimenticanza. Per conoscere davvero bisogna allora imparare dapprima a mettere da parte se stessi e cominciare a dimenticare ciò che si crede di conoscere e questo non può che spaventare e turbare i molti. Facile credere, difficile capire, arduo comprendere e impossibile arrivare a conoscere fino in fondo, perché il sapere autentico intende che, dietro ogni porta, se ne cela un’altra e nessuna chiave sarà mai in grado di aprire tutte le porte: ciò che è dalla parte delle aquile non può dirsi uguale a ciò che è dalla parte dei gabbiani. La potenza (δύναμις) del pensiero non può mai venire interamente dominata ed è solo in virtù della loro inerzia e della loro acquiescenzia che gli uomini credono nelle risposte conclusive con le quali rassicurano i loro giochi mondani. Comodo, del resto, credere che il labirinto abbia una chiave, che l’universo possa finire o l’immensità possa essere racchiusa dentro una cifra. Comodo ma, al tempo stesso, privo di vita.

(Sergio Caldarella, La belva del pensiero, in «Studi Traslitterali. Rivista di Arti & Culture varie», Lugano 14 febbraio 2014).

Wednesday, January 1, 2014

L’infatuazione per il lusso come segno della distanza.


Il lusso è ingiustizia sociale congelata, ma anche una tra le tante misure della distanza tra noi e il senso quale contenuto significante dell’esistere e dell’esistente. Il lusso è il compimento di un distacco non soltanto tra uomo ed uomo, ma anche tra uomo e mondo: una gabbia luccicante costruita su divisioni, ingiustizie, appropriazioni, espropriazioni e la solita hybris di un essere caduco e mortale che vuol invece credersi invincibile ed immortale. Il superfluo, l’abbondare di cose e merci di ogni genere si configura, dunque, come il sintomo di un gravissimo malessere: il vivere la morte già dentro la vita.

Il lusso è, necessariamente, separazione, distacco puramente materiale che coincide sia con l’indifferenza per gli altri, sia con l’indifferenza verso il pensiero autentico, dando misura del distanziarsi dell’uomo dalle verità e dalle ragioni che pungolano e inquietano la vita. Il lusso è materia levigata a specchio in cui si riflette un volto svuotato e nullificato da una concezione del mondo e della vita senza spiraglio alcuno, un soffocante riflesso che avvelena lo sguardo dell’uomo in uno sfavillio di oscuri fuochi fatui. Nella materia non c’è alcuna luce e, per questo, colui che vi fissa troppo a lungo lo sguardo si perde nella curiosa oscurità del suo vuoto. Chi abbraccia il freddo delle cose finisce per ignorare il calore delle parole e delle idee autentiche e vere. Chi afferra soltanto ciò che è materia taglia, già in sé, tutto ciò che alla materia non pertiene né appartiene. Sorge da qui un’intera scienza delle cose seconde, del pensiero che diventa moto neurologico, della vita che diventa a malapena aggregato cellulare e di ogni altro intangibile squassato sotto il tallone di pesi e misure materiali. L’uomo che si spegne trascina i suoi pesanti scarponi in lande remote, ma non sa più riconoscere null’altro che non sia solo peso. È un uomo che scaraventa tutto, essente ed esistente, sulla bilancia della materia. Naturale, allora, che un uomo siffatto, ridotto ad uno spettro accecato dal dolore di esistere, cerchi rifugio nella distanza che il lusso ed ogni altro artificio della materia sanno proporgli, finendo per costruire torri sfavillanti quale prova tangibile dell’irriconoscibile distanza che egli ha posto tra sé e la vita autentica.

(Sergio Caldarella, L’infatuazione per il lusso come segno della distanza in «La Voce della Voce. Trimestrale di Cultura e Notizie», Bormio, genn. 2014)

Monday, December 9, 2013

Dorothea’s House, Princeton.


Una nota di costume ed un segno dei tempi.


            Nel grigio torpore della cultura della nostra epoca prodiga di opinioni ma quantomai parca di pensieri, Princeton, in New Jersey, è forse uno tra i luoghi culturalmente più aridi che si possano immaginare anche se, grazie alle tante abilità della propaganda del mondo nuovo, gode, invece, di luccicante nomea di cultura. Albert Einstein, che in questa cittadina utilizzano spesso quale emerito concittadino, quando si esprimeva privatamente, scriveva con la stringata lucidità del genio: «Princeton è un piccolo luogo meraviglioso, un villaggio pittoresco e cerimonioso d’inconsistenti semidei eretti su dei trampoli ... Qui le persone che compongono quella che viene chiamata “società” godono di una libertà ancora minore rispetto ai loro omologhi in Europa. Eppure sembrano incoscienti di questa restrizione, poiché il loro stile di vita tende ad inibire lo sviluppo della personalità sin dall’infanzia» (da una lettera alla Regina Elisabetta del Belgio). In questo “piccolo luogo meraviglioso” ben poco pare sia cambiato dal tempo in cui il grande scienziato scriveva tali sferzanti commenti.
            Come molti sapranno, Princeton è anche sede di una prestigiosissimissima università e, nonostante questo, nel villaggio c’è a malapena una libreria decente (la Labyrinth Books sulla Nassau street) ed una deliziosa libreria indipendente (la Glen Echo Books) ha dovuto chiudere i battenti qualche anno fa per lasciar posto ad un modesto negozio d’abbigliamento! La scomparsa delle librerie è, forse, proprio uno tra i più chiari segni dell’odierno abbrutimento e barbarie e coinvolge tanto le Americhe quanto l’Europa, segnando nettamente la fase del curioso declino della società occidentale che sembra ormai aborrisca a tal punto il pensiero da dargli la caccia come un tempo davano la caccia alle immaginarie streghe. Ad un angolo del campus della costosa università di Princeton si trova la Firestone Memorial Library, la biblioteca principale il cui accesso è però sorvegliato da una guardia che impedisce l’ingresso ai non-clienti delle varie facoltà – da tempo in America non esistono più studenti ma clienti e in Europa, lasciando fare a queste borghesie di miseria e ignobiltà, arriveremo anche ad altri elementi grotteschi tipici del sistema statunitense quali la sanità privatizzata con il paziente trasformato in cliente ed altro ancora. A Princeton c’è anche una biblioteca pubblica, un nuovo edificio di vetro, cemento e acciaio sulla Witherspoon che serve, per la maggiore, da emeroteca e videoteca e la gran parte dei libri che vi si trovano, tranne alcuni che però mettono in vendita, sono la solita carta stampata di cui pullulano le varie liste di best seller in ogni dove. Vaghereste inutilmente tra quegli scaffali cercando qualcosa di culturalmente valido da leggere, a meno che non vogliate sottoporvi all’ultimo non-libro di Oprah, Patricia Cornwell, Coelho o James Patterson – larga parte dell’imbarbarimento contemporaneo è, del resto, il risultato del fatto che si leggono questi non-libri ritenendo che si tratti, invece, di libri veri. In una realtà talmente deprivata di cultura come quella contemporanea, tutto passa o può facilmente venir fatto passare per cultura. 
         Se si volesse provare ad identificare il nucleo del dominio imposto sulla società contemporanea da parte di un’ignobile minoranza disposta a tutto per mantenere anche il più banale dei suoi privilegi, ebbene questo lo si potrebbe facilmente identificare nella terrificante aberrazione in cui, seguendo un ben preciso progetto socio-politico, l’uomo viene trasformato in mezzo e non in fine. È quello che Kant aveva colto con profonda intuizione nella Selbstzweckformel dell’Imperativo Categorico nella Ragion Pratica: «Handle so, daß du die Menschheit, sowohl in deiner Person als auch in der Person jedes anderen, jederzeit zugleich als Zweck, niemals bloß als Mittel brauchst, Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre e allo stesso tempo anche come fine e mai come semplice mezzo (429)». È strabiliante notare come, proprio agli inizi della modernità, Kant avesse profondamente inteso la nullificazione introdotta nel mondo dalla sostituzione del fine con il mezzo, una nullificazione che non avviene unicamente nei confronti dell’altro, ma ha radicali conseguenze anche verso se stessi (proprio in questa sottile opposizione alla trasformazione dell’uomo in mezzo Kant identifica – e vi si oppone – non soltanto una delle radici della modernità ma anche una tra le forme del protonichilismo). Il pensatore di Königsberg aveva capito quello che poi Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Spengler, Schweitzer, Adorno, Marcuse, Fromm o Lukács studieranno e riprenderanno scrivendo di un mondo trasformato in un palcoscenico vuoto in cui l’uomo, ridotto ad automaton, agisce in una cornice svuotata di significati e, dunque, nullificata nelle sue realtà fondamentali. È il mondo stremato e offeso (Vittorini) di un sacrilego noli me tangere che il borghese saluta come proprio e fondativo del rapporto con gli altri: noli me tangere in questa desolazione umana di cui il borghese non vuol saper nulla ed in cui non sembra possa esser raggiunto da alcuna voce che non sia quella di fame, sete e bisogno – Vitaliano Brancati scrisse sul tema un maestoso articolo dal titolo Il borghese e l’immensita oggi ripubblicato in una raccolta dei suoi saggi edita da Bompiani. Non è inoltre infondato ritenere che quest’incapacità di lasciarsi avvicinare e toccare da pensieri autentici corrisponda al timore dello sgretolamento di un’individualità incerta e pericolante. Se la cultura è anche voce, capacità di raggiungere l’altro sia esso lontano o vicino, in un mondo artato in cui bisogna eseguire istruzioni e schermirsi da tutto ciò che è profondamente umano, emerge allora la necessità strumentale di una cultura nova che più non abbia le forme e le aspirazioni di quella del passato e coincida con i dettami dell’homo novus del nostro evo. Debbono allora emergere i ciambellani della cultura, gli “avvocatucci unti di brillantina” (Pasolini), i guardiani diurni ed i buttafuori, gli abbaiatori, i gazzettieri, gli sporcascarpe, i guardaspalle ed i vari manutengoli che pretendono di aver trasformato la conoscenza in lenocinio e mercimonio solo perché hanno malamente occupato una rocca.
         È evidente che, in una tale situazione, c’è da aspettarsi ben poco di buono culturalmente, socialmente o politicamente. Bisogna forse aggiungere che a Princeton, come a Predappio, Catania o Vattelapesca, ci sono sempre degli organizzatori di pletore di manifestazioni e intrattenimenti con velleità di cultura, in genere ad usum dei soliti borghesucci con l’ausilio del chierico di turno che racconta di questo o di quel fatterello con, al termine, un rinfresco con tarallucci e vino in cui si parla della prossima vacanza, della prossima pioggia, neve, calura, etc. È in questo strabiliante contesto contemporaneo che si situa la Dorothea’s House, detta anche la “casa d’incultura italiana di Princeton”, un bell’edificio posto nel centro del villaggio, non lontano dalla biblioteca e da altre amenità locali. Come la Villa Riemann di Siracusa, anche questa casa pare sia il frutto di una donazione che risale al 1913 ed agli inizi questa era un’associazione a scopo benefico. Coloro i quali credono basti avere un bell’edificio per creare cultura non hanno mai capito che la cultura autentica si regge sempre sulle gambe degli uomini e non su stucchi e colonne di marmo: Socrate era un artigiano squattrinato, Spinoza faceva il pulitore di lenti, Pessoa o Kafka erano degli impiegati e nessuno tra costoro – per limitarsi a questi pochi – ha mai avuto in dono edifici da cui propalare un qualunque verbum. Curioso che, proprio la dimensione più propria ed autentica della cultura, ossia di qualcosa che avviene attraverso le menti, sfugga quasi completamente a coloro i quali credono che la cultura consista, invece, di begli edifici, denari, facce imbellettate ed un sacco di pezzi di carta da incorniciare, confondendo così proprio la distruzione della cultura con il suo sostegno. Il Duca de La Rochefoucauld faceva ben notare: «Coloro che si applicano troppo alle piccole cose, diventano solitamente incapaci delle grandi» (41). E, proprio poiché costoro si applicano troppo alle piccole cose, non soltanto non sanno più come applicarsi ad alcuna cosa grande, ma finiscono per vedere tutto sempre e solo sotto una luce piccola, illudendosi di sfuggire alla responsabilità umana che richiede riflessione autentica e finendo per pensare solo a se stessi, o almeno così credono, perché in realtà quella forma di pensare a se stessi è, a malapena, un altro modo per non pensare a nulla. Del resto c’è sempre molto da imparare anche sulla pochezza e la cecità di coloro che portano i pesi di un sistema il cui fine è l’annientamento della loro stessa personalità. Quando ci viene concesso il dono d’intravedere anche delle piccole verità diventiamo più liberi, quando invece quello che crediamo di conoscere è pura semplificazione, falsità o propaganda, questo ci tarpa le ali e incatena ancor più all’illusione ed alla vita inautentica. Il problema fondamentale di un mondo istintivamente anticulturale è che le strutture socioculturali di una società in cui quest’impostazione è dominante, invece di conferire senso all’esistenza, congiurano nell’inumano tentativo di deprivarla da questo. È proprio questo il dramma contemporaneo contro cui, chiunque voglia dirsi morale, dovrebbe, necessariamente e suo malgrado, levare la propria voce.
          Nei tempi antichi era ben nota l’infatuazione del tiranno di Siracusa per il grande Platone o di Nerone per Seneca e di come tali rapporti siano finiti male o tragicamente, proprio perché questi grandi e nobili maestri si rifiutarono di acconsentire alle piccole volontà dei tiranni e di assecondare le loro manie e vezzi. Certo che se il Dionisio fero o il dedicator damnationis avessero capito a quel tempo che, per venir assecondati, gli sarebbe bastato mettere un paio di stallieri o citaristi stonati in un bell’edificio di marmo e chiamarli professori, non si sarebbero forse presi tanta pena contro Platone ed il povero Seneca. L’Imperatore Caligola ci era andato vicino nominando Senatore il suo equino, ma nella sua epoca non gli era ancora balzato in mente che avrebbe anche potuto nominarlo chiarissimo Rettore o presidente di qualche altisonante istituto. Oggi, invece, i potentati questa lezione l’hanno ben recepita e per questo, oltre ai tanti diplomifici distinti per classi di reddito, sovvenzionano, di tanto in tanto, anche questi covi di conformismo e mediocrità che si arrogano il nome di istituti “culturali” e ad altro non servono se non a rafforzare la potenza del sistema di annientamento della cultura proprio in nome della cultura – Ah! Quale strabiliante epoca di orwellianerie e paradossi! Tale sistema di annientamento della cultura erge così una muraglia anti-culturale favorendo il solo emergere di pseudospiegazioni funzionali al sistema di potere: non è un caso che ad individui come Milton Friedman, tanto per limitarsi ad un solo esempio eclatante, abbiano persino assegnato il Premio Nobel insieme a molteplici altre prebende. Se gli intellettuali, i sapienti, i filosofi e tutti gli altri uomini buoni hanno in passato dato tutto al mondo, anche le loro vite spesso atrocemente terminate, questi sono invece coloro che sanno sempre e solo prendere.

         
La Dorothea’s House di Princeton è il preclaro esempio dell’ennesimo bell’edificio trasformato in mausoleo della cultura. La prima cosa che colpisce di questo dopolavoro della cultura è che, già a partire dalla brochure a stampa di presentazione, questi mal illuminati luminari fanno proprio grossolani errori di grammatica italiana in un testo banale e di pochissime righe! L’ironia più grande è che offrono anche corsi d’italiano o, per meglio dire, d’“italiota”, variante illetterata della bella lingua italiana (nel loro sito web infatti preferiscono evitare l’italiano). Le iniziative che organizzano sono poi ancora più ilari e stravaganti del loro bizzarro idioma: ogni tanto proiettano qualche pellicola proveniente dal Grande Paese ed altre volte organizzano magniloquenti conferenze invitando amici, parenti, conoscenti e consociati vari. La casa d’incultura italiana di Princeton è uno tra i tanti luoghi nei quali la nostra epoca contrabbanda chiacchiere e banalità per elevatissima cultura e, se vi dovesse capitare di partecipare ad uno di questi eventi, vi accorgerete che, già dall’atmosfera tetra di questa grande sala senza storia, si prova l’impressione di trovarsi in un fumetto di Alan Ford in cui Luciano Secchi e Roberto Raviola, dal ‘69 alla fine degli anni ‘80, mettevano alla gogna e facevano il verso a questa piccola borghesia polverosa e imbellettata che odora contraddittoriamente di stantio e naftalina.

         Le magniloquenti conferenze presentate con squilli e schiamazzi alla Dorothea’s House sono, in genere, discorsi raffazzonati tenuti da scalcagnati relatori che s’improvvisano grandi e mirabili esperti di questo o quell’autore, di questa o quella materia, solo perché sono passati dalle forche caudine di un concorso pubblico da qualche parte o perché hanno presentato il giusto numero di lettere di raccomandazione! E questo scenario che si ripete e ripercuote in questa minuscola conventicola di provincia che è la Dorothea’s House è, mutatis mutandis, lo stesso che ormai si ritrova dalle più note istituzioni dette culturali fino al più lontano circolo del bridge di Vattelaspesca. L’addomesticamento della cultura che produce la desertificazione era del resto già stato preconizzato da Nietzsche nell’Ottocento e noi siamo spettatori dell’avverarsi di profezie con le quali eravamo stati ben ammoniti! Si rimane comunque increduli contemplando il livello di arroganza ed ignoranza mostrato in queste pseudoconferenze ed è inevitabile chiedersi chi saranno mai quelli che dirigono un tale circo e così si arriva alla direzione della casa d’incultura. La gran dama di corte è, al momento, una tal Linda che sa di cultura tanto quanto un ciabattino sa di astrofisica e, insieme a quattro fidati consigliori, decide del bello e del cattivo tempo alla casa d’incultura, tendenza questa diffusa nella gran parte degli istituti della cultura nova: a Francoforte sul Meno, tanto per aggiungere un altro esempio, c’è o c’era alla direzione della Literaturhaus una signora che sa ancor meno di questa e fa ancor di peggio. Del resto ben poche altre epoche possono dirsi nostre pari nell’incompresione e rigetto per ogni pensiero che non sia un ringhio o un belato. La società dell’abundantia produce manichini ben curiosi: mala tempora currunt.
          La società globale contemporanea ha un disperato bisogno di un nuovo modello sociale che soltanto la cultura autentica sarebbe in grado di concepire e, se poco più di un secolo addietro, il mondo si trovava nelle mani di una follia criminale che ha condotto a due orripilanti guerre mondiali, oggi è sotto il saldo controllo di una stolida idiozia dal ghigno sorridente di cui i piccoli menestrelli dell’incultura non sono che nere epitomi. Una cultura resa monca da mezze figure e caudatari che nulla hanno da offrire non soltanto non sarà più capace di proporre delle soluzioni valide alla dissoluzione sociale imposta dai poteri ciechi delle mediocri borghesie di dominio, ma renderà anche impossibile veicolare un messaggio che possegga contenuti culturali validi. In tal modo, l’impostazione del modello accademico/culturale contemporaneo che sembrava unicamente funzionale al meccanismo di dominio si sta invece mostrando quale elemento chiave del processo di disfacimento sociale e di distruzione planetaria. Di fronte a tale sfacelo alcuni si tranquillizzano credendo, erroneamente, che questi borghesucci che pretendono di reggere il timone della cultura almeno non sono esiziali, senza capire che sono invece tanto pericolosi quanto lo erano i loro predecessori con la torcia o il manganello, almeno quelli, quando sentivano la parola cultura, rivelavano la loro autentica natura mettendo mano alla rivoltella, mentre questi se ne vanno in giro tronfi e paonazzi, propagando una voce che grida “cultura, cultura”, ma contiene a malapena uno squittio d’immenso silenzio: o tempora, o mores!
(Sergio Caldarella, Una nota di costume ed un segno dei tempi, «Il Pungolo» 29 novembre 2013).