Wednesday, September 14, 2016

Una nota di solidarietà a Sergio Pollina.

  Qualche tempo fa, mi sono imbattuto in un articolo non firmato dal titolo roboante e grammaticalmente incorretto di “SERGIO POLLINA E LE CITAZIONE DEL LIBRO DELLA PROFESSORESSA KING. CHI CITA ONESTAMENTE?” (sic) in cui un gruppo di anonimi apologeti del movimento settario detto dei “Testimoni di Geova” – qualunque cosa possa significare quest’ampollosa quanto ridicola nomea che tali adepti si portano dietro – si lasciava andare ad un miserevole attacco vergato nei confronti di un breve testo del dott. Sergio Pollina dal titolo: “Risposta a Svegliatevi!”, in cui lo studioso analizzava la vicenda storica dei suddetti “testimoni” e del regime nazista, sfatando alcune delle molte falsificazioni in proposito.[1] Il testo che questi “geovisti” (che nomi!) hanno pubblicato contro il saggio storico di Pollina è un trionfo del solito analfabetismo rissoso con cui si ergono ex cathedra asini cui non si dovrebbe dare alcun peso, del resto il blaterare degli asini, anche quando stanno alla tastiera, rimane sempre tale per coloro che sanno ancora distinguere il ragliare dalla voce vera. Premetto di conoscere Sergio Pollina da lungo tempo e, nonostante ci troviamo ormai da tempo su continenti diversi, la mia profonda stima ed amicizia nei suoi confronti rimangono immutate e profonde. Sergio Pollina non è inoltre al corrente di questa mia breve nota sul testo degli anonimi apologeti della setta “geovista” di cui mi assumo ogni responsabilità. La conoscenza di Sergio Pollina e l’amicizia di cui mi onora mi fanno sentire la doverosa necessità di testimoniare pubblicamente che egli è sempre stato un galantuomo dalla profonda dirittura etico-morale, una persona integerrima ed uno studioso infaticabile ed eccellente che non merita di certo le basse e volgari insinuazioni asinine che gli provengono da pseudoarticoli online non firmati come quello riportato nel testo di cui sopra da un gruppo di apologeti di un movimento che può attecchire solo nell’humus d’infantilismo, incultura e della più nera superstizione di menti mediocri e immensamente confuse così comuni nella nostra epoca. Il mondo delle sette è, del resto, uno tra i livelli culturalmente più bassi che si possano immaginare.
   È un antico stratagemma maligno quello di coloro i quali, non avendo nulla da ribattere al ragionamento, attaccano veementemente il ragionatore, tanto per trovare una giustificazione alla loro rabbia e, al tempo stesso, sviare l’attenzione dal tema che egli propone: si ne peut détruire le raisonnement detruit le résonateur. Questa struttura dell’argumentum ad hominem, sempre calunnioso per chi lo riceve ed avvilente per chi lo propone, è ancora peggiore quando viene utilizzata nei confronti di persone la cui dirittura morale ed intellettuale non può di certo venir messa in discussione da un qualunque asinello alla tastiera che, tra l’altro, ignora totalmente anche le regole di citazione più elementari. Questi signori infatti, presi dal loro furore “geovista”, scrivono: “Vedremo come il testo presentato dall'apostata contiene puntini..che omettono parti significative..” (sic). Chiaramente, non essendo costoro avvezzi alla scrittura, ignorano che l’inserimento dei puntini di sospensione in un testo è una regola basilare per presentare qualunque citazione in cui venga omessa una parte del testo ritenuta verbosa o non rilevante per il discorso portato avanti. L’intento di Sergio Pollina non era certamente censorio verso l’articolo riferito, che infatti citava, rendendo così possibile, per chiunque voglia approfondire il tema, di rintracciare il testo originale; come dicevamo, regole di scrittura elementari, nulla di trascendentale né su cui scomporsi come fanno i detrattori del saggio. Nel loro testo sgrammaticato e violento questi signori che hanno vergato questa fetecchia di attacco, capaci di gettare veleni, ma evidentemente incapaci di firmarsi con il loro vero nome, aggiungono poi en passant l’attribuzione di “apostata” ad una persona alla quale, questi boriosi incapaci al servizio della perfidia e della malignità, non potrebbero avere neppure l’onore di lustrare le scarpe dopo una giornata di pioggia.
   Non voglio abusare del tempo altrui nel commentare ulteriormente un testo privo di alcuna dignità, scrivo questa brevissima nota solo in virtù della profonda indignazione che ogni individuo retto da principi propri dovrebbe provare di fronte alla stoltezza ed alla malvagità che imperano e per manifestare la mia solidarietà e stima nei confronti di Sergio Pollina, ingiustamente fatto oggetto degli strali del bieco ragliare di asini incapaci di qualunque decenza, misura o autocensura. Lev Tolstoj ha scritto: «Se le persone corrotte si uniscono fra loro per costituire una forza, le persone oneste devono fare lo stesso». La nostra, epoca di strabiliante incultura favorisce, purtroppo, questo genere di attacchi nei confronti di persone la cui opera dovrebbe, già di per sé, mostrarne il valore e la credibilità. La storia personale e culturale di Sergio Pollina non ha chiaramente bisogno di spiegazioni, né della mia modesta difesa e testimonia, di per sé, il grande coraggio e impegno morale e sociale non comuni del Nostro mentre, dall’altra parte, si devono tollerare i soliti cialtroni senza gloria e senza storia che sputacchiano sentenze in un testo sgrammaticato e senza fondamento battuto, forse, in qualche malaugurato scantinato senza neppure un dizionario in forma abbreviata a portata di mano. Basta effettuare una ricerca in internet per rendersi conto della qualità, impegno ed onestà nell’attività d’informazione e di smascheramento dei movimenti settari compiuta da Sergio Pollina in decenni di studi e ricerche su cui quattro pagliacci senza nome si permettono di sindacare e commentare ex cathedra insipiens. Sergio Pollina potrebbe certo ben starsene in disparte senza bisogno di continuare la sua meritoria opera d’informazione sui movimenti settari, ma questa sarebbe una scelta di comodo e, certamente, un’opzione che confliggerebbe con la dirittura morale di quest’uomo e con il suo senso del rigore e della giustizia. Non esagero per niente quando dico che il vero grande problema del nostro mondo è che non ci sono abbastanza persone del calibro e della qualità morale e intellettuale di Sergio Pollina e di fronte all’ignoranza ed alla cialtroneria senza nome che crede di poter infangare il nome di coloro che hanno a cuore la dignità e la decenza si può solo continuare a rispondere: non praevalebunt!

Sergio Caldarella




[1] Per l’articolo in questione cfr. http://www.freeminds.org/foreign/pollina.htm

Monday, August 29, 2016

Pensare il mare.

Recensione al libro Il Pensiero Meridiano di Franco Cassano.   

Ci sono libri sui quali si giocano interi destini, offrendo il senso di quelle correnti profonde, sovente nascoste, che nutrono il corpo vivo della cultura. Questi sono libri che, almeno in teoria, dovrebbero influenzare il senso e gli orientamenti di una cultura, rendendo visibili sentieri che, pur essendo da sempre dietro quella curva celata dai rovi e dalle ragnatele del tempo, non erano ancora stati esplorati, libri che, una volta pubblicati, dovrebbero mutare gli orientamenti e le categorie della cultura esistente. Quando, nel 1922, Oswald Spengler pubblicava una prefazione definitiva al suo ormai classico Tramonto dell’Occidente, egli riprendeva e correggeva il testo della prefazione precedente aggiungendo: “Nell’introduzione all’edizione del 1918 (...) dicevo di esser convinto che nel libro era contenuta la formulazione di un pensiero irrefutabile, tale da non dover essere più discusso una volta che fosse stato esposto. Avrei piuttosto dovuto dire: una volta che fosse stato capito”. E se, all’epoca di Spengler, o quantomeno all’epoca della prefazione, il pensiero andava soltanto capito, oggi la comprensione di un testo deve battersi in primo luogo contro un marasma di opinioni e paralogismi ad hoc che ormai diseducano le menti degli uomini indirizzandoli verso la sola manipolazione tecnica di cose e fogli di calcolo. Questa è una tra le ragioni per le quali risulta difficile, se non impossibile, l’imporsi di quei pensieri tanto necessari sia alla nostra epoca sia alla sopravvivenza della specie.
Nel 1996, la casa editrice Laterza ha pubblicato la prima edizione de Il pensiero meridiano di Franco Cassano, un libro che, nei vent’anni trascorsi, avrebbe dovuto influenzare radicalmente un pensiero culturale se ve ne fosse ancora uno in grado di emergere dal rumore e dalla confusione creata dallo pseudopensiero veicolato, oggi, dalla cultura ufficiale, da ogni mezzo di comunicazione generalista e dai loro gestori e piccoli esecutori. Difficilmente nel panorama italiano, così avvoltolato sulle proprie speculazioni localistiche, è dato trovare un testo di tale densità teorica come quello presentato da Franco Cassano. Già dal titolo, il volume di Cassano si presenta come un testo il cui valore di riferimento appare geografico-topologico eppure, interpretandone le strutture, si scopre in questo scritto non soltanto una lettura originale e multidisciplinare – una completa anomalia nell’accademia contemporanea – della modernità e dei suoi conflitti, ma anche una nuova chiave di lettura filosofica delle categorie di questo nostro mondo ambiguo e strano. Si sente, soprattutto negli ultimi capitoli, la traccia o il tentativo di un’analisi sociologica ma, sin dai primi paragrafi, si coglie la profondità di una filosofia attenta, capace di trarre intuizioni di significato da ogni spazio del mondo, dal mare alla foresta. Franco Cassano, in questo libro, riprende alcuni tra i temi principali della riflessione filosofica contemporanea intrecciandoli, abilmente, fino a mostrare falle insospettate in quella riflessione che aveva accolto ed ammesso la predominanza di pensieri che presuppongono il riflesso di altre geografie le quali, partendo da larghe pianure e foreste leggono una stabilità nel mondo che il mare, panorama del pensiero meridiano, invece non concede. Hermann Broch scriveva tempo addietro: “Coloro che vivono in riva al mare difficilmente possono formare un unico pensiero di cui il mare non sarebbe parte”. L’intera cultura Greca, una delle due grandi culture di fondazione dell’Occidente, è un grande pensiero con al centro il mare come elemento fisico e come dimensione dello spirito: Θάλαττα! θάλαττα!.
Il pensiero che avviene con lo sguardo diretto alla mutabilità del mare che, nel passaggio verso l’orizzonte, coincide con una fuga che l’occhio sente verso una delle infinità del tramonto, non può correlarsi al pensiero di colui che s’inerpica in una selva o che riposa sotto un cielo pallido e piatto, né coloro che vivono tra queste piatte lande potranno mai tradurre adeguatamente la complessità dei significati di un pensare vivo e intenso sorto tra le rive di mari verdazzurri come l’Egeo o il Mediterraneo. Non che i pensieri non siano traducibili, ma ad orizzonti diversi corrispondono ermeneutiche diverse. Nelle analisi su Heidegger e Carl Schmitt, partendo proprio dalla topologia del suolo germanico e la contrapposizione con l’illuminante centralità del mare, Franco Cassano scrive: “il mare opera uno sfondamento che apre la mente all’idea di partenza, all’esperienza di un’infedeltà che rende incerta ma anche più grande e complessa la fedeltà, che inventa la nostalgia, quel dolore e quel desiderio della patria che la fanno diventare interiore, compagna di viaggio di ogni viaggiatore” (p.16). Il mare contiene una dimensione che trasforma ed amplia il sentire, un’esperienza interiore e trasformativa non riassumibile nella sola esperienza esteriore. Tu vedi l’acqua e dici: “il mare”, ma il mare non è l’acqua che vedi e l’acqua che vedi non è ancora il mare.
In questo libro Franco Cassano presenta un pensiero che si caratterizza come “meridiano” che è, poi, quell’antico pensare che aveva dato luce alla filosofia dei Greci la quale è, pur sempre, una filosofia del mare, sorta tra l’Egeo, l’Adriatico, lo Ionio e il Mediterraneo e le narrazioni, poetiche o filosofiche, che questi hanno ispirato e generato. Sui mari del pensiero che determinano un pensiero del mare, sorgeranno archetipi letterari che incarnano intere filosofie da Abramo ad Ulisse, fino ai personaggi di Joseph Conrad o il tremendo capitano Achab traendo, a piene mani, da quel tipo dell’uomo mediterraneo, il primo uomo del mare, capace di essere, seguendo l’analisi di quello straordinario personaggio che era il marsigliese Gabriel Audisio, “cavaliere del mare” e “re contadino”, uomo tra terra e mare.
Franco Cassano, in virtù di un pensiero che possa dirsi “meridiano”, rivendica il senso dell’ambivalenza, la contrapposizione del continuo movimento-divenire del mare all’ombrosa stabilità delle foreste del Nord e dei monti dell’Est da cui nascono ben altri miti e ben altre filosofie. Cassano mostra, in questo testo, come il pensiero sia anche localizzabile tra le sue geografie, così “orientarsi nel pensiero” (Kant) significa anche trovare quella direzione che determinerà lo sguardo verso una direzione, estraendo dal mondo una filosofia che è anche un riverbero di quell’osservato e, per questo, abbiamo il mare come presenza fondamentale del “pensiero meridiano” per i Greci, ma anche come metafora e riverbero della vita umana, sempre in bilico tra essere e non-essere, tra la stabilità della terra e la natura infinitamente mutevole del mare di quell’uomo che sa di trovarsi sempre in un complesso equilibrio esistenziale tra terra e mare.


(Sergio Caldarella, Pensare il mare. Recensione al libro Il Pensiero Meridiano di Franco Cassano).

Sunday, July 17, 2016

Il dialogo della cultura


La cultura, quando è tale, contiene sempre relazioni, connessioni, rapporti, echi e  rimandi continui: nella magione della conoscenza, che è un castello dalle mille stanze, tutto dialoga ed ogni cosa è ricca di sensi e significati che arricchiscono costantemente le anime di coloro che fanno delle terre del sapere e dei libri una casa,[1] poiché la cultura cammina sempre attraverso le gambe e le teste degli uomini buoni. Nella cultura vi sono connessioni innumerevoli che conducono, direttamente, da Platone a René Descartes fino a Immanuel Kant, passando magari per David Hume, così come c’è un rapporto, magari più evidente, tra Isaac Newton, Albert Einstein e Bertrand Russell[2] ed uno, magari meno evidente, tra Ludwig Boltzmann, il padre della termodinamica, e Max Planck, Niels Bohr ed Erwin Schrödinger (e, naturalmente, di nuovo Einstein). C’è una relazione, anche se non diretta e immediata, tra Charles Dickens e Karl Marx, tra il Trattato sui galleggianti di Archimede di Siracusa ed il Trattato sull’equilibrio dei liquidi e sul peso della massa dell’aria di Pascal, così come c’è nuovamente un rapporto tra Pappo di Alessandria e Blaise Pascal (la retta di Pascal è, anche, una retta di equilibrio geometrico presente in moltissime altre forme e figure) e si trova, qui, l’ennesimo rapporto con il grande Archimede,[3] così come c’è ancora un tocco di Agostino d’Ippona (si fallor, sum) in Cartesio e di quest’ultimo in John Locke ed un po’ di Charles Darwin già in Athanasius Kircher.

Quando Nikolaj Bucharin – finito a sua volta vittima di quella stessa “macchina infernale, che si serve di sistemi medievali, e maneggia un potere immane” che anch’egli aveva appassionatamente contributo a mettere in piedi – con una triste espressione divenuta ormai parte della storia, parlava dell’uomo come di una mera salsiccia da riempire, stava qui semplicemente riecheggiando quel topos del materialismo storico, ereditato dal darwinismo, secondo cui è l’esistenza sociale a determinare la coscienza, utilizzando un esempio – quello della salsiccia – che, anche coloro non particolarmente avvezzi alla terminologia marxista, potevano immediatamente recepire e così, quella che appare come un’espressione sociologica, vista attraverso la lente della cultura che conosce le cose e ne intende i tanti legami, si presenta, invece, come una semplice riduzione ideologica e manipolativa di concetti filosofici ben più raffinati e complessi. Quando, però, queste vaste correlazioni non si riescono più né a scorgere né a intendere è perché siamo forse troppo distratti nel camminare impettiti e con il nasino in aria perdendo, così, quel senso del contenuto umano e profondo della cultura, e della vita, che consiste nel continuo dialogare con se stessa, o perché ci è stato inculcato che l’apprendimento avviene in maniera finalizzata, procedurale ed a compartimenti stagni.
            Jorge Luis Borges, uno scrittore dall’immaginazione mirabolante, ed un grande maestro nell’interpretare il dialogo della letteratura con se stessa, ricordava che Robert Louis Stevenson sognò la scena centrale de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886) e dovette poi costruire, da sveglio, intorno a quel nucleo significante che il sogno gli aveva rivelato, similmente al chimico Friedrich August Kekulé al quale venne rivelata, proprio in un sogno fatto durante una penichella in tram, la struttura chimica del benzene. Lungo sarebbe poi ricordare il complesso e antichissimo rapporto tra sogno e mantica cui persino il grande medico empirista Sigmund Freud sarà costretto a ricorrere per la costruzione di una tra le sue più grandi formulazioni teoriche, ossia la teoria dell’intepretazione dei sogni, Die Traumdeutung (1899), la cui prefazione rappresentava, all’epoca, il più approfondito studio culturale sulla teoria dei sogni dall’antichità fino a quel momento.

Il Candide di Voltaire discende da Marziale passando per gli Adagia di Erasmo e, quando Wittgenstein scriveva “Wenn der Selbstmord erlaubt ist, dann ist alles erlaubt”,[4] stava riecheggiando, consapevolmente o meno, un altro detto che Fedor Dostojewsky metteva in bocca a Rodion Romanovič Raskol’nikov: “se l’Onnipotente è morto, tutto è permesso” che in tedesco era stato tradotto, per l’appunto, con “Wenn es keinen Gott gibt, dann ist alles erlaubt”. Questo è, poi, anche un discorso indiretto sul concetto di necessità – in altre parti Dostojewsky scriverà: “tutto è permesso. (...) quando non s’ha nulla da mangiare” e questo discorso potrebbe facilmente condurre direttamente ad altri libri come Les Misérables di Victor Hugo, oppure all’ispirazione filosofica di Jean-Jacques Rousseau sul rapporto tra uomo e natura. Nella landa della cultura i discorsi sono sempre molteplici, non univoci.
Ne Il Maestro e Margherita, è Woland, ossia il satanasso, a dire al Maestro «I manoscritti non bruciano», mostrandosi come colui che si rende ben conto del peso della cultura, e Bulgakov utilizza qui proprio la minuscola citazione del nome Woland che viene presentato una sola volta nel Faust di Goethe che, a sua volta, lo riprendeva da nomi antico-germanici del satanasso. Michail Bulgakov, abilissimo nelle scelte simboliche, nel libro ricordato chiamerà “Behemoth” il gattone satanico e bizzarro “grosso come un maiale, nero come il carbone o come un corvo, con tremendi baffi da cavalleggero” sintetizzando, proprio nella scelta di questo nome e dell’animale, molteplici tradizioni tutte in un’unica figura. Innanzitutto il nome “Behemoth”, contiene il riferimento all’antica ed ambivalente immagine biblica di un “immenso animale”, una delle tre creature straordinarie: Leviatano, Behemoth[5] (plurale di behemah, bestia) e Ziz, menzionate nel libro di Giobbe (40:15-24) che alcuni hanno identificato con l’ippopotamo ed in russo il nome “Behemoth” ha un’assonanza linguistica proprio con “ippopotamo”. Bulgakov, però, associandolo al gatto, combina qui un’altra tradizione esoterica in cui il felino è rappresentante di ambigue figure dell’oscurità e, magari, pone anche un certo riferimento al gatto di Alice nel Paese delle meraviglie o chissà se l’animale ne Il Maestro e Margherita è la sintesi del gatto Murr di E. T. A. Hoffmann, quello di Aleksandr Puskin e un po’ quello di Schwarz. Tutti questi riferimenti sono possibili attraverso la scelta del carattere di un libro e di un nome, ma anche attraverso quell’eterno e continuo dialogo che la cultura intrattiene con se stessa; per chiunque però legga con occhi estranei al contesto significante della cultura Behemoth è solo il nome di una creatura bizzarra: A rose is a rose is a rose, avrebbe detto Gertude Stein.

Friedrich Nietzsche dirà che il pensiero dell’Eterno ritorno era stato la sua più grande illuminazione, ma questo concetto era già presente nei Pitagorici e in Kierkegaard che, a sua volta, lo collegava proprio all’anamnesi del pensiero greco, così il più grande pensiero di Nietzsche, il «più abissale» come si esprimerà egli stesso, se contemplato attraverso le prospettive della vasta landa della cultura, appare come un pensiero che era già stato pensato e che il filosofo di Röcken veste di nuovi panni, mentre quello straordinario personaggio che era Louis Auguste Blanqui, ne L’Eternité par les astres (1872), riteneva di aver persino dimostrato matematicamente la dottrina dell’Eterno ritorno!
«La ripetizione rende gli uomini felici, mentre la rimembranza li rende infelici» dirà ancora Kierkegaard, «ripetizione e ricordo sono la stessa cosa», continuerà sibillinamente il filosofo danese e ancora: «La rimembranza ripete e la ripetizione è rimembranza», quale delizioso esempio di circulus in probando. Nel concetto dell’Eterno ritorno, sia questo in Kierkegaard o in Nietzsche, si rinviene anche la traccia della metempsicosi che era, poi, un’alternativa all’immortalità che non poteva essere richiesta dagli umani agli dèi, poiché la memoria è un’immortalità succube e quando, infatti, all’eroe Etalide, il messaggero degli Argonauti, il padre Ermes offrì la ricompensa di qualunque cosa egli avesse chiesto tranne l’immortalità, Etalide scelse un’immortalità succube, minore nel grado, ma uguale nella sostanza, ossia di poter mantenere il ricordo di tutte le vite che avrebbe vissuto. La leggenda racconta allora che Etalide, dopo diversi transiti sulla terra, si reincarnò proprio nel filosofo Pitagora il cui ruolo sapienziale è ben noto: qui il sapere arcaico del mito si interseca con il sapere filosofico attraverso il rimando tra i due eroi. Ed eterno è, similmente, il ritorno del circolo della cultura e della conoscenza che dialoga, costantemente, con se stessa e con gli uomini.
Tra le tante suggestive assurdità e non sequitur del nostro tempo c’è quella secondo cui, diversamente da ogni altra epoca, l’originalità di oggi coincide con l’allineamento al modello di un gruppo sociale o di una classe d’interesse, mentre fino a non troppo tempo addietro, originalità significava pensare quello che nessuno aveva ancora pensato o creato – e questa singolare omologazione culturale vale, oggi, tanto per il pensiero quanto per le arti o l’economia. Quando Rousseau presentò, nel 1750, il Discours sur les sciences et les arts, in risposta al quesito “Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi”, bandito dall’Académie des sciences, arts et belles-lettres de Dijon, il pensatore ginevrino propose un approccio al tema totalmente originale e contrario che, diversamente da quanto avverrebbe ai giorni nostri, venne accolto favorevolmente e lo rese immediatamente noto al mondo culturale del suo tempo. Nella nostra epoca, invece, la filosofia scompare dai cataloghi degli editori e dalle pagine culturali dei giornali solo per far spazio al vuoto della chiacchiera e della ripetizione di contenuti noti o astutamente congegnati per distrarre. Quest’attenzione sospetta nel soggiogare ed annichilire la cultura ha, del resto, anche le sue ben precise motivazioni politiche poiché gli obiettivi politici di un popolo sono anche motivati dalla cultura che vi sta alla base: i Greci, ad esempio, quando si scontrarono per la prima volta con i Romani, rimasero atterriti ed esterrefatti di fronte ai gladi che, essendo a doppio taglio ed estremamente affilati, procuravano ferite che gli Elleni non avevano mai visto, né essi ritenevano il Bellum Romanum una condotta nobile in battaglia. L’uso di queste nuove armi capaci di infliggere squarci disumani e in grado di provocare ferite invalidanti o morte successiva, era sì il prodotto di una diversa strategia bellica da parte dei Romani, ma anche il prodotto di una cultura radicalmente diversa da quella greca. Nella cultura Romana l’uomo non è più centro in quanto tale, mentre l’anthrópos, nella sua dignità e unicità, è l’elemento fondante della cultura greca e così lo scontro tra Greci e Romani – così com’era già stato lo scontro tra Greci e Persiani o tra Greci orientali e Cartaginesi – era anche uno scontro tra visioni del mondo e dell’uomo e qui basterebbe leggere l’Iliade per sentire quella profonda visione umana dell’epos greco in cui l’umanità e la virtù si incontrano in una maniera unica e straordinaria, intendendo anche come l’inizio e la fine della cultura greca siano già contenute nella stessa Iliade.

C’è una relazione culturale tra i Dialoghi dei morti (II sec. d.C.) di Luciano di Samosata e L’Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters, tra i Sonetti del Petrarca e quelli di Thomas Wyatt e di Shakespeare, così come c’è una somiglianza strabiliante tra il Decamerone ed i Racconti di Canterbury di Chaucer o, senza Hemingway, non può esserci quel particolare modo di scrivere tipico di Charles Bukowsky ed il discorrere del suo alter ego Chinasky. C’è un po’ di Nicholas Hilliard nell’autoritratto di Van Gogh e ancora un riflesso di entrambi in Klimt. Similmente si trova una relazione tra il poeta elisabettiano Christopher Marlowe, Johann Wolfgang Goethe, Michail Lermontov, Fernando Pessoa e Thomas Mann (tutti questi hanno scritto un Faust e sono solo alcuni tra coloro che si sono cimentati con questo antichissimo tema), tra Giordano Bruno e Shakespeare, anch’egli influenzato da Marlowe, tra Kant, Schopenhauer ed Heidegger, tra Sesto Empirico e Wittgenstein, così come c’è un rapporto tra Cuore di tenebra di Joseph Conrad ed il film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, ma queste sono tutte relazioni delle quali sarebbe impossibile riuscire a parlare nelle scuole poiché queste relazioni fondamentali e interdisciplinari, anche in virtù del loro dialogare fuori da uno schema determinato, trascendono ampiamente il curriculum, monocromo e monocolo, dell’insegnamento schiacciato dal peso dei programmi ministeriali; non se ne parla nelle accademie, dove si pensa per concorso pubblico o attraverso le condizioni imposte dalle oligarchie che dirigono tali luoghi[6] e non se ne parla quasi in nessun’altra sede perché oggi è diventato pericolosamente difficile ogni discorso che trascenda l’immensa banalità ed assenza di pensiero dell’epoca contemporanea. Il livello delle nostre accademie è, del resto, ben evidente dal livello della nostra cultura ufficiale. Paradossalmente, l’epoca della comunicazione globale si è rivelata come l’epoca del più tragico silenzio culturale che la storia abbia mai conosciuto. Neppure nelle epoche della più violenta barbarie si era mai giunti ad un tale soffocamento della cultura e della conoscenza autentica che è, poi, quel sapere che si pone costantemente domande e non sommerge la verità sotto il peso di certezze autoritarie e illusorie. Quando contempliamo il desolante panorama della società contemporanea sorge anzi spontanea la meraviglia per il fatto che la cultura e la conoscenza non soltanto siano potute sorgere, ma si siano anche potute tramandare. La vera novità del nostro tempo è la quasi totale assenza di percezione di quest’immane catastrofe culturale che si è abbattuta sulla storia umana con il trionfo sociale e assoluto dell’opinione (δόξα) e della vociferante ignoranza in cattedra. Se già Leopardi parlava della sua epoca come di un «Secol superbo e sciocco, / Che il calle insino allora / Dal risorto pensier segnato innanti / Abbandonasti, e volti addietro i passi, / Del ritornar ti vanti, / E proceder il chiami» la nostra epoca è, a sua volta, segnata dal ghigno di un’intelligenza cieca e insensibile, abile nel percepire solo cose da manipolare senza capire nient’altro che non sia materia, ossia un’epoca schiacciata sotto la pesante condanna di Efesto.

(Sergio Caldarella, Il dialogo della cultura, in «Semata. Rivista di Studi Semiotici», nr. 35, Roma, luglio 2016).




[1] Will Durant intitolò The Mansions of Philosophy, Le magioni della filosofia, un corposo volume didattico, pubblicato nel 1929, che si proponeva una “consistent philosophy of life”, ossia una visione culturale dell’esistenza come egli provò a promuovere in tutta la sua opera come aveva già provato a fare in precedenza il critico e poeta vittoriano Matthew Arnold.
[2] Russell, ad esempio, utilizzerà nel 1910, il titolo di Principia Mathematica per il suo opus majus, scritto insieme a Whitehead, con chiaro riferimento al titolo di Philosophiæ Naturalis Principia Mathematica utilizzato da Newton nel 1687.
[3] Cfr. Ch. Müntz, Das Archimedische Prinzip und der Pascalsche Satz in «Mathematische Annalen», vol. 74, 1913 pp 301-308.
[4] L. Wittgenstein, Notebooks, 10.01.17.
[5] Plurale dell’ebraico behemah, bestia.
[6] Cfr. anche l’ormai classico T. Veblen, The Higher Learning in America. A memorandum on the conduct of universitites by business men, B. W. Huebsch, NYC 1918.