Wednesday, September 3, 2014

Il Panopticon dell’evo nuovo

Per chi abbia una consapevolezza, anche vaga, dell’abbrutimento culturale della nostra epoca, articoli come quello di quest’attore Javier Bardem (http://ita.babelmed.net/index.php?option=com_content&view=article&id=13498:genocidio-lettera-aperta-dellattore-javier-bardem&catid=66:palestine&Itemid=57), e di altri soggetti partecipanti come comparse al grande panopticon della società contemporanea, non dovrebbero destare una particolare meraviglia. Allo stesso modo non desta meraviglia la quasi totale assenza pubblica di una classe intellettuale capace di controbattere alle continue assurdità ripetute per sentito ripetere. Oggi non può  più apparire strano che coloro chiamati ad esprimere una voce pubblica siano quelli che, in genere, sono meglio capaci di ripetere copioni già scritti di fronte ad una telecamera. La televisizzazione dell’opinione – ma non solo – crea proprio questo vuoto culturale attraverso l’imposizione di una vulgata di parole malamente consone all’orecchio di tutti. Questa fallace democratizzazione viene così indirizzata verso un brutale livellamento e impoverimento dell’intelletto che non lascia più  spazio alcuno all’emergere di idee difformi da quelle del gregge. Si sa, però, che qualunque gregge ha da qualche parte un pastore e sono costoro autonominatisi pastori i quali, avendo raggiunto un potere capillare e morboso sul gregge, hanno un chiaro interesse nel contrastare attivamente l’emergere di qualunque pensiero che non risponda ai loro dettami. Come già  da epoche lontane, costoro contrastano come possono l’emergere di idee e pensieri autentici e indipendenti e, se un tempo avevano bisogno del rogo e del manganello per raggiungere i loro neri obiettivi, oggi hanno tecnologie panoptiche capaci di evitare il ricorso a mezzi visibilmente brutali. Quello che si trasforma in un continuo attacco indiscriminato e irrazionale contro Israele, trasformato da Davide in Golia, è appena la manifestazione tangibile dell’operazione di annullamento effettuata, progressivamente, sulla cultura autentica. Solo dopo essere riusciti ad annientare il ragionamento capace di pensare per causa et effectus sono poi riusciti a propagare solo parole che convengono alle orecchie dei forti. In tale contesto Israele fa comodo perché indirizza quell’odio che, altrimenti, potrebbe trovare sbocco altrove. E solo in pochi si pongono quell’antico dubbio secondo cui c’è sempre un elemento intellettualmente sospetto nel ripetere quello che ripetono tutti. Ma questi sono dubbi d’altri tempi, oggi bisogna gridare in coro e mettere il "Viva" o l'"Abbasso" secondo il verso che sussurra il pastore.


(Sergio Caldarella, Il Panopticon dell’evo nuovo, pubblicato su SpI, 3 sett. 2014).

Saturday, August 16, 2014

Digressione Zen: il dicibile nell’indicibile, una lezione per l’occidente.

            
        
          Si racconta che il Buddha, mentre si trovava sul monte Gridhrakuta, colse un fiore di fronte ai suoi discepoli e lo tenne a lungo davanti a sé contemplandolo. Coloro che lo circondavano si attendevano una spiegazione di quel gesto, mentre Mahākāśyapa si limitò a sorridere al maestro che reggeva il fiore. Il Buddha disse allora: «le parole non possono raggiungerlo, le parole non possono insegnarlo e questa è la verità che ho appena insegnato a Mahākāśyapa». Da quel giorno Mahākāśyapa divenne il primo patriarca dello Zen poiché, proprio in questo kōan, noto come “Il Sermone del fiore” (教外別傳) (ma anche “Il Fiore e il sorriso”), è racchiusa l’origine dell’interpretazione Zen, ossia una trasmissione conoscitiva (prajñā) capace di aver luogo oltrepassando il medium della parola o della scrittura. I quattro versi più importanti in questa storia sono infatti:

           教外別傳 Una comunicazione che oltrepassa la scrittura
           不立文字 non fondata sulla parola scritta
           直指人心 che mira direttamente alla mente umana
           見性成佛 e arriva alla buddhità attraverso se stessi

            In questi succinti versi della tradizione orientale viene proposta la trasmissione di una sapienza radicale capace di offrire accesso a realtà superiori alle forme della comunicazione strutturata convenzionale, ma pur sempre realtà in qualche modo comunicabili che, allo stesso tempo, racchiudono una profondità di significati irraggiungibile ai soli schemi della parola articolata. Il pensiero orientale si nutre, fin dalle sue origini, di verità antipodi in cui l’occidentale riesce solo a scorgere le forme del paradosso: «Il Dao che può esser nominato non è l’eterno Dao» sarà la maestosa frase di apertura del Dao de Ching dichiarando, perentoriamente e fin dall’inizio, che la trasmissione di contenuti fondamentali non è possibile attraverso il solo medium della parola che tanto affascina l’occidentale e stabilendo, allo stesso tempo, un’irrisolvibile asimmetria tra nominabile e nominato parallela ad una sovrabbondanza del significato rispetto al linguaggio. Nel Sermone del fiore, non soltanto la parola non è in grado di cogliere la natura più intima dell’insegnamento del Buddha, ma è solo attraverso il distanziamento dalla comunicazione esplicativa che Mahākāśyapa riesce a raggiungere il cuore di quell’insegnamento silente. Allora, parafrasando l’incipit del Dao de Ching, «Il Significato che può esser nominato non è l’eterno Significato». Se la filosofia occidentale contemporanea avesse recepito anche questo solo aspetto del pensiero orientale si sarebbe risparmiata molti affanni e tante gravi fallacie che ancora l’appesantiscono sotto il rinnovato antropocentrismo della prestidigitazione che la riduce a linguaggio.

            In un altro racconto posteriore noto come “Quello che piace ai pesci” (魚之樂), ed i cui protagonisti sono il grande maestro Chuang Tzu ed il suo amico Hui Tzu, si racconta che Chuang Tzu e Hui Tzu passeggiavano nei pressi della cascata del fiume Hao, quando Chuang Tzu disse rivolto all’amico: “Vedi come i pesci vanno in superficie e nuotano come piace a loro? Questo è ciò che davvero piace ai pesci.” A quella dichiarazione Hui Tzu replicò immediatamente: “Ma tu non sei un pesce, come puoi dunque sapere quello che piace ai pesci?” [Hui Tzu si esprime qui utilizzando una struttura logica inferenziale del tipo pq].
A queste parole Chuang Tzu rispose: “Allora, se è per questo, tu non sei me, quindi, come puoi sapere se io non so cosa piace ai pesci?” [Chuang Tzu riprende, a sua volta, la struttura logica dell’obiezione proposta da Hui Tzu, invertendola non soltanto in maniera da refutare l’argomentazione dell’amico, ma per condurre ad una condizione di stallo tipica della logica bipolare]. Hui Tzu, non avvertendo il significato di quell’inversione, continua, però, ad ostinarsi sulla sua linea argomentativa, invocando ancora il principio di soggettività e aggiungendo una staffilata che egli ritiene conclusiva: “Hai ragione, io non sono te e non so di sicuro cosa tu sai. Comunque, tu non sei di certo un pesce e questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!”
            A questo punto, Chuang Tzu replica con una richiesta che conduce all’argomento finale: “Torniamo per favore alla domanda originale. Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci, allora tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto la domanda. Ed io lo so semplicemente stando qui vicino al fiume Hao”. Chuang Tzu, riferendosi indirettamente al principio taoista del wu-wei (無為), l’agire senza agire, propone la via di una comprensione libera da quelle costrizioni in cui il linguaggio ingabbia la mente capace di intendere solo relazioni consequenziali. Il Dao de Ching riporta: «Il Dao è sempre non-agente (wu-wei) e, nonostante questo, nulla rimane incompiuto» (37); l’azione che proviene dalla non-azione, un principio inconcepibile per l’impostazione materialista occidentale in cui l’azione, il patire del mondo, è la sola forza agente riconosciuta e riconoscibile.

            Ad una lettura poco attenta del racconto “Quello che piace ai pesci”, può apparire che Hui Tzu abbia confutato logicamente la dichiarazione di Chuang Tzu semplicemente invocando il principio di soggettività, chiedendo, ossia, come potesse egli, visto che Chuang Tzu non è un pesce, sapere cosa davvero piace ai pesci. Se, però, si indaga meglio la struttura di questo racconto, ci si accorge che Hui Tzu, diversamente da Mahākāśyapa, perde qui l’opportunità di imparare proprio da quanto il maestro non dice – poiché con un maestro bisogna soprattutto considerare quello che fa e non quello che dice o, come dirà il Piccolo Principe, “il ne faut jamais écouter les fleurs. Il faut les regarder et les respirer, non bisogna mai ascoltare i fiori. Bisogna guardarli e respirare il loro profumo”.
            Nonostante Chuang Tzu provi ad indirizzare l’amico mostrandogli la gabbia della sua stessa logica quando rivolta l’argomento osservando: “tu non sei me, quindi, come puoi dunque sapere se io non so cosa piace ai pesci?”, Hui Tzu, invece di ascoltare il messaggio celato nell’osservazione del maestro, prova ancora ad incalzare utilizzando una logica fattuale e consequenziale che si potrebbe ben dire di tipo occidentale: “tu non sei di certo un pesce e questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!” (a ¬ a  ¬ b). Chuang Tzu, come ogni maestro, non volendo evidenziare apertamente la fallacia dell’amico, gli chiede allora bonariamente di tornare all’argomento iniziale e risponde invocando la comprensione per prossimità: “lo so semplicemente stando qui vicino al fiume Hao”, nuovamente una risposta, come nell’insegnamento del Buddha, che non può essere verbalizzata o riassunta unicamente attraverso il suo contenuto di causa ed effetto. L’essenziale in questo kōan è che per capire è anche necessario riuscire a sentire. Essere pienamente accanto al fiume Hao, sentire il fiume ed i pesci nel suo greto, smarrendo la distinzione fallace tra Io e mondo che allontana invece di avvicinare: la causa determina l’effetto tanto quanto l’effetto determina la causa. Un occidentale qualunque, di fronte ad una tale argomentazione, si ostinerebbe anch’egli nella fallacia di Hui Tzu, strillando pestiferamente a sua volta: “tu non sei di certo un pesce e questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!” Del resto, l’incapacità di comprendere si barrica sempre dietro rigide formulette e filastrocche di cause e conseguenze rimanendo fatalmente estranea ai segreti celati nella comprensione che partecipa del compreso. Quanto più l’uomo si addentra nelle terre della rigida consequenzialità tra causa ed effetto, nome e cosa, tanto più accede anche al mondo della separazione, ad una realtà fredda dove esistono soltanto determinazione e negazione, a e ¬ a, allontanandosi fatalmente dal sentire e dalla comprensione autentica capace di contenere, nel suo abbraccio, osservatore ed osservato, significante e significato.
            Il Genesi descrive l’epoca astorica precedente alla caduta come quel tempo in cui il nome è la cosa, mentre i Greci intuivano questa ricongiunzione nella più possente delle loro forme, ossia il simbolo (symbolon), l’unione, il mettere insieme (symbállein) che coincide anche con la comprensione nel suo significato di abbraccio (opposto a diaballein, dividere). Cogliere il significato di qualcosa, per l’antica Grecia e l’antico oriente, significa allora abbracciarla. Il symbállein, ricompone ciò che è spezzato, mette insieme quel che appariva diviso e il sommo Platone vedeva in questa ricomposizione il simbolo supremo dell’Amore in cui ciò che è spezzato torna, finalmente, ad essere intero, una profonda riappacificazione tra il cuore e la vita espressa con grandiosità stilistica nelle parole di Diotima di Mantinea secondo cui l’Amore unisce l’universo a se stesso: “Ogni aspirazione al Bene meriterebbe il nome di Amore”, ponendo qui l’Amore non solo come symbolon, ma anche come synolon fondamentale tra l’infinito del Bene e l’infinito del cosmo. L’altra grande conseguenza di questa profondissima metafisica è che la separazione è il solo dolore.

Secoli dopo, Arthur Schopenhauer, il primo filosofo occidentale a riconoscere nella sua opera il valore concettuale della tradizione dell’estremo oriente, nei Parerga und Paralipomena, scriveva un aforisma che potrebbe ben fare da corollario al racconto Quello che piace ai pesci: «L’uomo che sale in una mongolfiera non si sente come se stesse ascendendo; vede solo la terra sprofondare sotto di lui.
C’è un mistero che capiranno solo coloro che ne sentono la verità». Un grande riconoscimento filosofico del rapporto tra il sentire e la verità. Il Piccolo Principe, riecheggiando certe argomentazioni di Pascal, lo rivelerà annunciando la semplicità del suo segreto: Voici mon secret. Il est très simple: on ne voit bien qu’avec le cœur. L’essentiel est invisible pour les yeux, Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi. Un’affermazione incomprensibile alla mente giudicante e calcolante per la quale tutto è sempre e solo una questione di pesi e misure.

            Quando proviamo a comprendere l’oriente attraverso le categorie dell’occidente in realtà ce ne allontaniamo, come quei discepoli che pensavano vi potesse essere una spiegazione al sorriso del Buddha che non partisse da noi stessi. L’oriente non può esser compreso appiattendolo nell’occidente perché il suo pensiero non è un’epitome del pensiero occidentale, ma un grandioso compimento concettuale parallelo ed esterno alle categorie dell’occidente. Quando si prova ad afferrare l’oriente riducendolo all’occidente, allora tutto ciò che ci si trova di fronte è, a malapena, uno specchio deformante, offuscato da categorie imposte ad un pensare reso irriconoscibile dall’identificazione con strutture concettuali e categorie improprie. Per fare un esempio, nella letteratura sull’argomento si ricorre spesso al termine “paradossi Zen” perché certe storie, poesie e pensieri dell’oriente parlano attraverso una struttura che l’occidentale riconduce a quella del paradosso. Quello che noi però chiamiamo “paradosso”, l’orientale lo chiama “rivelazione”. Il pensiero del lontano oriente, attraverso insegnamenti “paradossali”, prova ad oltrepassare la forma logica delle parole e del significato per ricongiungersi a questa su un livello di comprensione più ampio o più profondo – il pensiero orientale, così come il pensiero occidentale arcaico e antico, preferisce sempre la profondità all’altezza. Sono modi lontani di intendere: se l’occidentale è ossessionato dalla definizione e dalla manipolazione, vuol sempre dividere, “chiarire” (l’altra sua ossessione è quella della luce come disvelamento), frazionare e sezionare, il pensiero orientale antico sente e insegna che questa è vanità o follia dell’uomo. Cogliere il reale, termine in sé sempre ambiguo, attraverso il sentire, significa allora avvicinarsi alle molteplicità della realtà in modi che la separazione introdotta dalla distanza tra noi e il mondo non è in grado di intendere. Bisogna imparare a respirare la verità per capire che essa è cosa vera.


(Tratto da: Sergio Caldarella, Digressione Zen: il dicibile nell’indicibile, una lezione per l’occidente in «Studi Collaterali. Rivista di Cultura e Pensiero», Nr. 43, Vol. IV, Milano, 2014).

Thursday, July 31, 2014

La trasformazione di Davide in Golia


La storia non è mai stata un luogo di idilli al punto che, gran parte delle culture antiche, spostavano la fase idilliaca in un periodo pre-storico o astorico così da risolvere, quantomeno miticamente, il divario tra l’aspirazione ad un mondo buono (il Tob biblico) e quello che, da millenni, ne fanno invece gli uomini. Andando oltre tale considerazione – che dovrebbe, però, già contenere un monito e sollevare qualche preoccupazione sugli indirizzi generali delle società umane – nei fatti che stanno attualmente insanguinando, per l’ennesima volta, il Medioriente, si assiste ad una sospensione quasi completa della razionalità e spesso anche della decenza più elementare a favore di argomentazioni ideologiche e sbotti emotivi la cui origine non è difficile identificare in un odio ingiustificato e ingiustificabile verso Israele e in una mirata campagna di disinformazione in cui l’aggressore viene trasformato nell’aggredito e l’aggredito viene trasformato nell’aggressore. È necessario precisare che questa campagna di disinformazione non ha, in Europa, solo ragioni di ostilità o partito preso, ma anche precise motivazioni geopolitiche: l’Europa, tra le tante cose, teme particolarmente la ritorsione terroristica sul suo territorio – com’era nel periodo tra gli anni ’70 e ’80 – e per questo ha un bisogno pragmatico di mantenere i suoi mezzi di propaganda non ostili al mondo arabo. Dall’altro lato c’è un particolare disinteresse israeliano nello spiegare e mostrare le proprie ragioni ad un mondo che, da troppo tempo, vede sempre con un occhio solo. Per chi ha ancora orecchi per intendere, qui habet aures audiendi, audiat, pare bizzarro che certe persone, quando si parla di Israele, sospendano quella razionalità che gli consentirebbe, in genere, di veder chiaro persino in una lite di condominio (soprattutto se vi fossero coinvolti in prima persona), ma non riescono a vedere per nulla attraverso le ragioni e le motivazioni di uno Stato contro cui un gruppo criminale lancia missili e realizza tunnel per rapire ed ucciderne cittadini e soldati e forza la sua stessa gente nella condizione di scudi umani trasformandoli in pedine di un vile gioco di propaganda politica. Anche in un’epoca in cui domina l’opinione, questo è in sé un fatto ben curioso.
È facile far notare come in qualunque discussione pubblica su Israele emergano immediatamente, e sovente prevalgano, l’emotività e la rabbia dove dovrebbe, invece, esserci una discussione pacata e razionale e questo è già un sintomo che sul tema “Israele” c’è qualcosa di strano e particolare già sul piano psicologico. Per questa gente, qualunque cosa faccia Israele, anche per proteggere i suoi cittadini, è sempre sbagliata per partito preso. In genere, non capita di vedere persone che perdono le staffe e non vogliono più ragionare o aggrediscono quando si parla, ad esempio, della situazione dell’occupazione cinese del Tibet, né molti che prendano talmente a cuore le legittime rivendicazioni territoriali del popolo curdo come fanno invece per le rivendicazioni arabe sulla striscia di Gaza – troppo spesso senza saperne nulla se non quello che passano i comunicati giornalistici del momento e scegliendo sempre di credere a quanto viene offerto dalla fonte peggiore e più cruda verso Israele (vedi sotto la notizia sul traffico d’organi). Israele e Gaza sono temi roventi in cui si estrinseca un’emotività eccessiva e innaturale in cui il discorso passa, quasi immediatamente, dal piano razionale a quello dell’emotività sconnessa o dell’aggressività e questo, in termini psicologici, significa già molto.
Il 22 luglio 2014, durante la presentazione alla Heritage Foundation a Washington D.C. del libro dal titolo Making David into Goliath: How the World Turned Against Israel, Joshua Muravchik ha raccontato di aver preso la decisione di scrivere questo libro dopo aver letto una notizia completamente inverosimile, ripresa dalla stampa di diversi Paesi, in cui si parlava di un traffico di organi di palestinesi tra rabbini americani e Israele! Dopo aver indagato sull’origine della pseudonotizia, la domanda dalla quale è partito Muravchik per scrivere il suo eccellente libro è: ma come si può arrivare a credere a bufale di tal genere e passarle per notizie? Certo, il Nostro ha forse tralasciato che nella storia, parlando del popolo ebraico, si sono fatte ben altre calunnie e credute bufale grottesche più grandi e pericolose di questa, un fatto che bisognerebbe sempre tenere a mente: per quante iperboli si possano inventare sullo Stato di Israele e sul popolo ebraico, queste hanno sempre dei corrispettivi storici di equivalente se non maggior gravità. I Protocolli sono una tra queste bufale che si protrae ormai fin dall’Ottocento, per non parlare di altre ben più antiche. Sembra, anzi, che chiunque voglia farsi rapidamente pubblicità in questa nostra società del contrario, abbia solo a pronunciare qualche iperbole su Israele per finire dritto dritto su qualche prima pagina o in qualche notiziario. In questa pseudonotizia del traffico d’organi che tanto ha colpito Muravchik si cela, tra l’altro, ancora il vecchio topos del sacrificio umano compiuto da ebrei, insomma, ancora una volta, nihil novi sub sole.
Joshua Muravchik ha anche centrato il nodo della questione già dal titolo: come si è arrivati a trasformare Davide in Golia? Com’è possibile che uno Stato sotto assedio, costantemente minacciato da forze soverchianti e avverse, sia stato trasformato nel suo contrario? Muravchik compie una meticolosa analisi rintracciando questa svolta a partire dal 1967 a seguito della guerra dei sei giorni. Rimando comunque all’ottimo libro di Muravchik per eventuale approfondimento. Anche in questo caso è però salutare un ritorno alla storia ricordando quei luoghi ed eventi in cui gli ebrei, pur rappresentando una minoranza, venivano purtuttavia accusati di ipotesi di dominio del mondo e quant’altro. Questo per dire che, anche in questo caso, non è la prima volta che Davide viene trasformato in Golia. Del resto, una tra le tante lezioni che la storia insegna è che l’assurdità e la follia hanno sempre avuto una presa maggiore nel mondo rispetto alla ragione ed alla comprensione, per questo un’epoca in cui la cultura si eclissa sempre più e non riesce a rispondere alle sfide della modernità contiene pericoli di inimmaginabile portata.

Sunday, June 8, 2014

Il peso politico della cultura. Ricordando l’anniversario del discorso inaugurale di Aleksandr Solzhenitsyn ad Harvard


Ricorre oggi l’anniversario del discorso inaugurale tenuto ad Harvard, nel 1978, da Aleksandr Solzhenitsyn in cui il grande intellettuale, sopravvissuto ai Gulag e ad una malattia devastante, levava un monito profondo e accorato sullo stato della società contemporanea, avvisando con grande lucidità contro gli insidiosi pericoli del mondo nuovo. Questo discorso di Solzhenitsyn si può dire rappresenti l’ultimo discorso che abbia ancora avuto un impatto pubblico da parte di un grande intellettuale che provava a difendere la cultura pungolata e attaccata dalle insidiose categorie della modernità, una puntuale difesa dei valori che la cultura autentica oppone sempre alla decadenza del tempo ed anche per questo il suo intervento, a distanza di trentasei anni, si conferma come un discorso tanto inascoltato quanto attuale. Ci sono grandi intellettuali di cui non si parla quasi più e non perché questi non siano di fondamentale importanza anche per il nostro tempo,  ma proprio perché lo sono. Rapportarsi con dei pensieri profondi e difficili che, al tempo stesso, indicano le ragioni per le quali il mondo sta andando per una via cieca è un compito che affronta solo colui che ama il pensiero e che, dunque, ama anche esser corretto. La hybris rigetta da sempre ogni correzione.

            Viviamo in uno stato di emergenza percepito da pochi e Solzhenitsyn era certamente tra questi. Una società che non si pone lo scopo di aiutare gli uomini a crescere, ma soltanto quello della loro organizzazione, controllo ed eventuale difesa, è non soltanto una società che tende alla patologia, come avevano già ammonito Rousseau (in particolare nell’Émile (1762)) e Freud (in particolare ne Il disagio della civiltà (1930)), ma anche un luogo immensamente pericoloso in cui gli esseri umani vengono condotti all’annullamento e all’allontanamento da sé, verso una bestialità secondaria dalle temibili conseguenze per l’uomo e il mondo. Questi grandi pensatori ci mettono in guardia dalla società stessa che abbiamo creato, ci stanno dicendo che il nostro più grande nemico è proprio quella stessa società di cui partecipiamo e la direzione che abbiamo consentito prendesse. Questo è un monito pesante. Agli albori della storia, gli uomini iniziarono sì ad aggregarsi con lo scopo di proteggersi e sostenersi gli uni con gli altri, ma anche con lo scopo, non secondario, di educarsi gli uni dagli altri. La società contemporanea sembra abbia invece quasi completamente abdicato quest’orizzonte della paideia, facendo così regredire la coabitazione sociale ad uno stadio primitivo dominato da leggi, regole e prescrizioni normative imposte per cooptazione o per auctoritatem. Nel suo discorso Solzhenitsyn faceva infatti notare che la sola norma giuridica non può rappresentare un autentico elemento di coesione sociale e ricordava il grande blackout di New York, avvenuto l’anno precedente, in cui bastò che mancasse la luce per poco più di un giorno per trasformare la città in un violento luogo di barbarie.  

            Una società indirizzata alla produzione materiale, alla difesa ed al controllo ha per conseguenza, com’è drammaticamente sotto gli occhi, quella di produrre un modello umano regressivo, passivo, spiritualmente povero e indifferente. L’uomo moderno è, anzi, un essere che vuol essere “intrattenuto” (cfr. Neil Postman, Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business (1985)) ma respinge qualunque insegnamento a meno che non si tratti di quelli istituzionalizzati e finalizzati all’ottenimento di abilitazioni varie in vista di qualche specifico utilizzo professionale – per questo l’establishment accademico del diplomificio di Harvard assistette con profondissima costernazione al discorso del grande Solzhenitsyn. Tenendo un discorso serio, profondo e dalle grandi implicazioni, lo scrittore stava anche violando una tacita consuetudine che lascia prosperare quest’accademia a patto che questa non confligga o interferisca con i vari potentati, dunque a patto che questa sia succube e non disturbi i manovratori. Ma un insegnamento succube non è più cultura, al massimo può dirsi tirocinio o blanda propaganda. Nella situazione determinata da quest’impostazione sociale anticulturale e antiumanista della società globalizzata contemporanea, che si potrebbe per molti versi definire presociale, regnano culti ancestrali dalla riduzione al culto della famiglia («Un individuo la cui esperienza è determinata dalla “sua fissazione per la sua famiglia”, che è incapace di agire in maniera indipendente è infatti l’adoratore di un culto degli antenati primitivi» (E. Fromm, Man for himself (1947)), ad un pericolosissimo travisamento di ciò che si ritiene sia il proprio interesse ed alla trasformazione dei cittadini in spettatori passivi – la passività spirituale è il risultato più grave risultante dalla riduzione della cultura a banalità controllate.

            La situazione paradossale che si è venuta oggi a creare è quella di un essere umano ridotto all’osso e incapace ormai di credere nel futuro dell’uomo stesso! La società dell’opulenza insegna la lectio terribilis secondo cui il benessere materiale non coincide, necessariamente, con il miglioramento culturale e spirituale dell’uomo, anzi sembra proprio conduca, invece, verso le terre dell’abbrutimento, dell’egoismo, della vanagloria e della hybris bieca e sfrenata. Solzhenitsyn tracciava nel suo discorso anche la genesi di questa situazione: «Il cammino che abbiamo percorso a partire dal Rinascimento ha arricchito la nostra esperienza, ma ci ha fatto anche perdere quel Tutto, quel Più alto che un tempo costituiva un limite alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo riposto troppe speranze nelle trasformazioni politico-sociali e il risultato è che ci viene tolto ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra vita interiore».

            Detenendo il controllo dei mezzi materiali, la borghesia mercantile detiene anche il controllo della cultura ufficiale, ma la borghesia mercantile, comprendendo unicamente l’utile materiale e diretto, non può nutrire alcun vero rispetto per la cultura autentica, accettando come tale solo surrogati o simulacri, ossia quando vi percepisce un aspetto utilitaristico o meramente pratico – quest’ultimo, in particolar modo oggi, è un elemento specifico della tecnica. Il popolo, invece, non possedendo la naturale corruzione della borghesia, aveva un rapporto di profondo rispetto per la cultura e l’argomentazione riconoscendovi, intuitivamente, qualcosa che non poteva essere inquadrato nei canoni noti ma che possedeva un contenuto che si potrebbe definire “sacrale” – la dimensione originaria della cultura ha infatti carattere sacrale, infatti il sapiente era il sacerdote della conoscenza. Il popolo riconosceva alla cultura un contenuto “altro” che è, poi, il riconoscimento della natura più profonda e verace della cultura. La scomparsa del popolo coincide anche con la confusione – o mistificazione – contemporanea tra “cultura popolare” e “cultura alta”, che presenta tarantelle e tarallucci come “cultura popolare” lontana dalla “cultura alta” rappresentata, magari, da qualche bellimbusto in cattedra figlio della borghesia dispregiatrice. In realtà, quella che si manifesta in queste presunte differenze, è ancora l’opposizione tra il popolo e la borghesia, tra un elemento vitale ed un elemento mortifero. La tecnica, di cui la borghesia mercantile è così infatuata e riesce a presentare come tanto bella e neutrale, contiene un immenso potenziale mortifero di cui le armi atomiche sono solo il culmine. Senza magari dimenticare che il fascismo italiano era, con tutti i suoi gagliardetti di teschi e scheletracci vari, un fenomeno prevalentemente borghese – da questo punto di vista non si è ancora riflettuto abbastanza sul fatto che il nefasto Cancelliere Hitler fosse un miserevole borghesuccio ridicolo oltreché un necrofilo. Ma tutte queste sono cose che la nostra società, ancora dominata da una cultura mortifera, vuol artatamente ignorare. In tale contesto la borghesia ha, dunque, la necessità politica di contrastare ogni forma culturale che non sia strumentale ed asservibile ad uno scopo. La cultura autentica, come fece proprio Solzhenitsyn nel suo possente discorso, grida contro lo scandalo di questa situazione verso cui una volgare impostazione mercantile dominante ha condotto il mondo. Moltissimi sono gli strumenti ideologici e materiali che questa borghesia mercantile e bieca utilizza per depotenziare e neutralizzare la cultura, primo tra tutti la scuola e l’università utilizzate per assassinare la cultura di cui vengono dichiarate foriere.

            Che dire, allora, di una società umana che si allontana sempre più dagli orizzonti dell’umanità? I quattro furboni che controllano e manipolano questa situazione si sentono indifferenti ad un tale discorso perché, proiettando sul mondo la loro bassa visione, credono di aver fornito un’immensa semplificazione capace di servire da soluzione. Questi politici, manager e intellettuali del nostro tempo sembrano sempre più individui senza più nulla di vero: un’empia moltiplicazione di piccoli esecutori in attesa di un comando. Sembra abbiano perso tutto, anche l’ombra, come Peter Schlemihl nel racconto di Chamisso.

            Così come l’aristocrazia di fine Settecento era diventata una minaccia concreta per la sopravvivenza del popolo, la borghesia che l’ha oggi soppiantata è diventata una minaccia ben concreta alla sopravvivenza del pianeta stesso! L’ideologia del cane mangia cane, l’hobbesiano bellum omnium contra omnes, trasforma la realtà in un luogo dove contano quasi esclusivamente le sole leggi della giungla, un mondo postmachiavellico dove gli uomini, per farsi un poco di misero spazio nella miseria di una società straziata e ridotta a brandelli, abdicano ai loro interessi più autentici e veri per sposare ideologie di dominio che portano impresso il marchio della tremenda follia di una creatura piccola e misera che vuol credersi ben più che mortale.

            Le aristocrazie tra Seicento e Settecento commisero l’errore di ospitare, sostenere e proteggere molti pensatori tra cui coloro che stavano gettando le basi per un modello di società privo di una classe aristocratica. Sostenendo la cultura, l’aristocrazia del tempo stava fatalmente contribuendo alla propria dissoluzione. Le borghesie mercantili contemporanee, ossia coloro che all’epoca sostituirono quell’aristocrazia di cui la cultura esponeva i demeriti ed i pericoli, non commetterebbero mai questo stesso errore e per questo vigilano con immensa attenzione affinché nessun messaggio autenticamente culturale possa raggiungere la ben studiata società contemporanea. È per assecondare tale modello di dominio che la scuola e l’università si sono oggi trasformate nei sicari che la borghesia mercantile utilizza per assassinare la cultura.

            Le borghesie mercantili sono ormai riuscite a creare un immenso apparato di controllo e contenimento della cultura che ben raggiunge lo scopo di tenere sotto controllo le società organizzate e conferisce una maligna efficienza al meccanismo di repressione e controllo. Mentre una volta queste tecniche di dominio prevedevano l’opposizione e la repressione delle idee non confacenti alle classi dominanti, oggi questo meccanismo funziona non soltanto attraverso l’esclusione, ma anche attraverso una suadente omologazione della massa a modelli comportamentali e di pensiero determinati dai tecnici del dominio. Oggi l’omologazione è il segno dell’obbedienza e questa coincide con il “volontario” abbandono ai dettami e criteri della borghesia mercantile e con un’autocensura spirituale e concettuale che sta creando un’umanità sempre più blanda e vuota, assoggettata materialmente e spiritualmente alle piccole voglie della volontà di quei pochi incoscienti che detengono il controllo dei meccanismi di omologazione e di dominio. La struttura psichica costantemente alla ricerca del cosiddetto “successo sociale” coincide con quella di una psiche fondamentalmente piccola, debole e alla ricerca di compensazione e approvazione, ergo una struttura in sé patologica.

            I metodi utilizzati per raggiungere lo scopo di un sottile controllo sulle menti e sulle vite degli uomini sono molti, così come molte ne sono le conseguenze. Dal punto di vista culturale, la conseguenza più eclatante consiste nella produzione di un immenso rumore che ostacola e sovente impedisce il sorgere di pensieri profondi capaci di stimolare e condurre in avanti l’intera società degli uomini.

            Questi individui affetti da cecità e hybris – Platone, non a caso utilizzando la parola non di origine greca τύραννος, definiva il tiranno come un folle –  camminano ormai da millenni senza alcuna remora o scrupolo sui teschi delle loro vittime e proprio oggi, l’epoca in cui l’uomo è massimamente distante da se stesso, il potere dei malvagi ha raggiunto anche il cuore degli innocenti facendo creder che il dovere consista nell’obbedire a colui che non ha luce negli occhi. L’astuzia sembra abbia sostituito l’intelligenza ed anche l’intelletto sembra sia ormai ridotto ad una rara avis: «Si bada a traumatizzare, a degradare, a distruggere l’intelligenza con intelligenza» (Giorgio de Santillana, Fato Antico e fato moderno, Adelphi 1985).

            Solzhenitsyn ammoniva e temeva la pericolosità del nostro tempo, le sue gravi assenze ed i vari sintomi che emergono in ogni aspetto della coabitazione sociale frammentata che è, poi, uno degli strumenti di dominio che la borghesia mercantile utilizza per asservire le genti. L’uomo contemporaneo vuol correre e stare confortevolmente nel gregge e crede di non avere tempo né interesse alcuno per discorsi profondi che lo stimolino a considerare meglio il suo andare: siamo l’epoca del non-pensiero e in un mondo in cui si crede di sapere solo perché si eseguono istruzioni e comandi è quanto mai fondamentale porre ancora le domande di chi ragiona. Il linguaggio della banalità è, del resto, anche il linguaggio della violenza, una violenza che non deve necessariamente assumere le forme della forza bruta come in passato ma opera attraverso strategie sottili e perniciose: «per placare i suoi bisogni l’economia deve produrre nell’uomo dei bisogni: questi “bisogni d’appoggio” certamente sono artificiali, ma non sono affatto bisogni culturali, nonostante l’economia li voglia fare passare come tali» (Günther Anders, Saggi dall’esilio americano, Palomar 2003). Bisogna anche far notare che, dopo il discorso dell’8 giugno 1978, il rinomato diplomificio di Harvard non invitò mai più il premio Nobel Solzhenitsyn. Anzi, a giugno del 2008, proprio nell’anno della morte dello scrittore russo (avvenuta ad agosto), l’Harvard University invitò a tenere il discorso inaugurale nientemeno che l’autrice di Harry Potter! Quale beffa e quale umiliante conferma alle parole di Solzhenitsyn. Non è forse questo uno tra i tanti segni del nostro tempo infame e scellerato?

            Molti pensatori hanno descritto la crisi morale della società contemporanea: innanzitutto l’etica attuale non corrisponde con lo stadio evolutivo a cui dovrebbe trovarsi l’etica in una società avanzata. Quando Albert Einstein dichiarava che utilizziamo una mentalità da età della pietra con una tecnologia da era atomica affermava, implicitamente, che lo stadio dell’evoluzione etica dell’uomo contemporaneo non ha ancora raggiunto una maturità capace di confrontarsi con lo stato del suo sviluppo tecnico e delle sue potenzialità distruttive o manipolative (vedi anche i problemi nell’ambito della biologia contemporanea). La crisi morale di cui si parla è certamente una crisi della società borghese, ma accanto alla società borghese esistono, anche se spesso non percepiti, molti altri cosmi e microcosmi. L’uomo occidentale ritiene la società borghese capitalista, ossia il modello di società che gli è familiare, quale unico parametro di misura e – come facevano i suoi predecessori fossero essi cittadini Romani o membri dell’aristocrazia mercantile britannica, francese o teutonica dell’Ottocento – vede e interpreta ancora oggi tutte le altre società umane attraverso la lente distorta da un etnocentrismo transnazionale di cui il borghese è il centro. Adeguarsi al modello occidentale significa oggi sottomettersi allo squallore etico del modello borghese.

            Una civiltà arriva al punto in cui, abdicando a se stessa, è costretta a lasciare il passo ad altre. È ormai avvenuto così tante volte nella storia che sembra di continuare a rivedere un trito rifacimento di un vecchio film. Si sa già chi sono i protagonisti, come andrà a finire, bisogna solo stare a vedere come recitano queste nuove comparse – la sola immensa differenza è che questa volta la barbarie possiede armi capaci di distruggere l’umanità una volta per tutte o di cristallizzare lo spirito dell’uomo al punto da non lasciar rimanere più alcuna voce.

            Così come la pseudocultura oggi dominante fa di tutto per provare ad ignorare e dimenticare messaggi come quello di Solzhenitsyn, insieme a tutti quei grandi pensieri prodotti dalla cultura autentica che, nei secoli, ha cercato di elevare lo spirito dell’uomo, per la stessa ragione è allora doveroso continuare a ricordarlo e ricordarli, anche quando sembra che nessuno ascolti, anche quando pare che l’oscurità sia ancora più scura. Il ricordo è una testimonianza dura e concreta, significa che anche di fronte alla montante marea del delirio dell’homo novus, alcuni sanno ancora resistervi e testimoniare seguendo l’antico motto: etiamsi omnes, ego non.

(Sergio Caldarella, Il peso politico della cultura. Ricordando l’anniversario del discorso inaugurale di Aleksandr Solzhenitsyn in «La Voce della Voce. Trimestrale di Cultura e Notizie», Bormio, giugno 2014).

Tuesday, May 6, 2014

A trip to the bookstore


Some time ago, I was invited to volunteer as “captain” for a literacy project based on a series of Bookstore Trip to introduce kids to reading real books and sponsored by a non profit organization of Mercer County. At first I thought I would get a white captain’s hat with gold ribbons, but instead I received a T-shirt that did not match the rest of my outfit. For a good cause it doesn’t matter if it’s not a good color match; therefore, I managed to wear the bright shirt even if half hidden under my suit jacket.

At 5 pm we all met at a bookstore in Princeton, NJ, and anxiously awaited the bus full of kids from the nonprofit organization. Some people were asking how many children they would be paired with, if we already knew their names, etc., and everybody was trying to think about the best way to greet the children upon their arrival. Then the bus arrived and we could finally see the children on board with their big eyes wide open looking outside the bus windows to that bunch of happy grown ups, in bright T-shirts, anxiously waiting for them on the sidewalk in front of the bookstore.

After everyone was “paired” with one or two kids and we all scattered throughout the bookstore, it was clear from the jolly atmosphere that we were all having a lot of fun -- I mean children and volunteers. I was paired with Omar, a very quiet six-year-old boy, and it was definitively what is called a “perfect match!” Omar doesn’t speak much, while I tend to speak a little more, so we got along very well.

After some time spent checking the shelves of the bookstore, Omar picked an illustrated book about ninjas, dragons, lizards and other curious creatures I had never seen before. We started reading the book while drinking delicious hot chocolate and ended up arguing whether or not a green ninja on a white dragon is better than a black ninja on a giant dark green lizard. My thesis was that the lizard is definitely stronger, because it has 12 claws, and the dark ninja is mightier than the green; how can you argue with that? But Omar, being only six-year-old, was not convinced with my argument that the lizard is better than the dragon. After I exhausted all possible explanations, Omar pointed out to me with a smile that if you count the total dragon claws (I had counted only those on the wings), he also has 12, and since he can fly, he has air power superiority (not a direct quote.) Well, what could I have said to that? At the end logic forced me to concede to Omar.

We both enjoyed drinking the hot chocolate, browsing and reading the book, and talking about lizards and dragons so much that time flew. I have been told that they have never seen little Omar that talkative and that, together with his smile, was the best reward.
After all there is no better way to make children develop their personality than making them defend their own point, even if, as in this case, their point is completely wrong. I mean, after all who doesn't know that giant lizards are stronger than dragons?

(Dr. Divago)