Sunday, June 8, 2014

Il peso politico della cultura. Ricordando l’anniversario del discorso inaugurale di Aleksandr Solzhenitsyn ad Harvard


Ricorre oggi l’anniversario del discorso inaugurale tenuto ad Harvard, nel 1978, da Aleksandr Solzhenitsyn in cui il grande intellettuale, sopravvissuto ai Gulag e ad una malattia devastante, levava un monito profondo e accorato sullo stato della società contemporanea, avvisando con grande lucidità contro gli insidiosi pericoli del mondo nuovo. Questo discorso di Solzhenitsyn si può dire rappresenti l’ultimo discorso che abbia ancora avuto un impatto pubblico da parte di un grande intellettuale che provava a difendere la cultura pungolata e attaccata dalle insidiose categorie della modernità, una puntuale difesa dei valori che la cultura autentica oppone sempre alla decadenza del tempo ed anche per questo il suo intervento, a distanza di trentasei anni, si conferma come un discorso tanto inascoltato quanto attuale. Ci sono grandi intellettuali di cui non si parla quasi più e non perché questi non siano di fondamentale importanza anche per il nostro tempo,  ma proprio perché lo sono. Rapportarsi con dei pensieri profondi e difficili che, al tempo stesso, indicano le ragioni per le quali il mondo sta andando per una via cieca è un compito che affronta solo colui che ama il pensiero e che, dunque, ama anche esser corretto. La hybris rigetta da sempre ogni correzione.

            Viviamo in uno stato di emergenza percepito da pochi e Solzhenitsyn era certamente tra questi. Una società che non si pone lo scopo di aiutare gli uomini a crescere, ma soltanto quello della loro organizzazione, controllo ed eventuale difesa, è non soltanto una società che tende alla patologia, come avevano già ammonito Rousseau (in particolare nell’Émile (1762)) e Freud (in particolare ne Il disagio della civiltà (1930)), ma anche un luogo immensamente pericoloso in cui gli esseri umani vengono condotti all’annullamento e all’allontanamento da sé, verso una bestialità secondaria dalle temibili conseguenze per l’uomo e il mondo. Questi grandi pensatori ci mettono in guardia dalla società stessa che abbiamo creato, ci stanno dicendo che il nostro più grande nemico è proprio quella stessa società di cui partecipiamo e la direzione che abbiamo consentito prendesse. Questo è un monito pesante. Agli albori della storia, gli uomini iniziarono sì ad aggregarsi con lo scopo di proteggersi e sostenersi gli uni con gli altri, ma anche con lo scopo, non secondario, di educarsi gli uni dagli altri. La società contemporanea sembra abbia invece quasi completamente abdicato quest’orizzonte della paideia, facendo così regredire la coabitazione sociale ad uno stadio primitivo dominato da leggi, regole e prescrizioni normative imposte per cooptazione o per auctoritatem. Nel suo discorso Solzhenitsyn faceva infatti notare che la sola norma giuridica non può rappresentare un autentico elemento di coesione sociale e ricordava il grande blackout di New York, avvenuto l’anno precedente, in cui bastò che mancasse la luce per poco più di un giorno per trasformare la città in un violento luogo di barbarie.  

            Una società indirizzata alla produzione materiale, alla difesa ed al controllo ha per conseguenza, com’è drammaticamente sotto gli occhi, quella di produrre un modello umano regressivo, passivo, spiritualmente povero e indifferente. L’uomo moderno è, anzi, un essere che vuol essere “intrattenuto” (cfr. Neil Postman, Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business (1985)) ma respinge qualunque insegnamento a meno che non si tratti di quelli istituzionalizzati e finalizzati all’ottenimento di abilitazioni varie in vista di qualche specifico utilizzo professionale – per questo l’establishment accademico del diplomificio di Harvard assistette con profondissima costernazione al discorso del grande Solzhenitsyn. Tenendo un discorso serio, profondo e dalle grandi implicazioni, lo scrittore stava anche violando una tacita consuetudine che lascia prosperare quest’accademia a patto che questa non confligga o interferisca con i vari potentati, dunque a patto che questa sia succube e non disturbi i manovratori. Ma un insegnamento succube non è più cultura, al massimo può dirsi tirocinio o blanda propaganda. Nella situazione determinata da quest’impostazione sociale anticulturale e antiumanista della società globalizzata contemporanea, che si potrebbe per molti versi definire presociale, regnano culti ancestrali dalla riduzione al culto della famiglia («Un individuo la cui esperienza è determinata dalla “sua fissazione per la sua famiglia”, che è incapace di agire in maniera indipendente è infatti l’adoratore di un culto degli antenati primitivi» (E. Fromm, Man for himself (1947)), ad un pericolosissimo travisamento di ciò che si ritiene sia il proprio interesse ed alla trasformazione dei cittadini in spettatori passivi – la passività spirituale è il risultato più grave risultante dalla riduzione della cultura a banalità controllate.

            La situazione paradossale che si è venuta oggi a creare è quella di un essere umano ridotto all’osso e incapace ormai di credere nel futuro dell’uomo stesso! La società dell’opulenza insegna la lectio terribilis secondo cui il benessere materiale non coincide, necessariamente, con il miglioramento culturale e spirituale dell’uomo, anzi sembra proprio conduca, invece, verso le terre dell’abbrutimento, dell’egoismo, della vanagloria e della hybris bieca e sfrenata. Solzhenitsyn tracciava nel suo discorso anche la genesi di questa situazione: «Il cammino che abbiamo percorso a partire dal Rinascimento ha arricchito la nostra esperienza, ma ci ha fatto anche perdere quel Tutto, quel Più alto che un tempo costituiva un limite alle nostre passioni e alla nostra irresponsabilità. Abbiamo riposto troppe speranze nelle trasformazioni politico-sociali e il risultato è che ci viene tolto ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra vita interiore».

            Detenendo il controllo dei mezzi materiali, la borghesia mercantile detiene anche il controllo della cultura ufficiale, ma la borghesia mercantile, comprendendo unicamente l’utile materiale e diretto, non può nutrire alcun vero rispetto per la cultura autentica, accettando come tale solo surrogati o simulacri, ossia quando vi percepisce un aspetto utilitaristico o meramente pratico – quest’ultimo, in particolar modo oggi, è un elemento specifico della tecnica. Il popolo, invece, non possedendo la naturale corruzione della borghesia, aveva un rapporto di profondo rispetto per la cultura e l’argomentazione riconoscendovi, intuitivamente, qualcosa che non poteva essere inquadrato nei canoni noti ma che possedeva un contenuto che si potrebbe definire “sacrale” – la dimensione originaria della cultura ha infatti carattere sacrale, infatti il sapiente era il sacerdote della conoscenza. Il popolo riconosceva alla cultura un contenuto “altro” che è, poi, il riconoscimento della natura più profonda e verace della cultura. La scomparsa del popolo coincide anche con la confusione – o mistificazione – contemporanea tra “cultura popolare” e “cultura alta”, che presenta tarantelle e tarallucci come “cultura popolare” lontana dalla “cultura alta” rappresentata, magari, da qualche bellimbusto in cattedra figlio della borghesia dispregiatrice. In realtà, quella che si manifesta in queste presunte differenze, è ancora l’opposizione tra il popolo e la borghesia, tra un elemento vitale ed un elemento mortifero. La tecnica, di cui la borghesia mercantile è così infatuata e riesce a presentare come tanto bella e neutrale, contiene un immenso potenziale mortifero di cui le armi atomiche sono solo il culmine. Senza magari dimenticare che il fascismo italiano era, con tutti i suoi gagliardetti di teschi e scheletracci vari, un fenomeno prevalentemente borghese – da questo punto di vista non si è ancora riflettuto abbastanza sul fatto che il nefasto Cancelliere Hitler fosse un miserevole borghesuccio ridicolo oltreché un necrofilo. Ma tutte queste sono cose che la nostra società, ancora dominata da una cultura mortifera, vuol artatamente ignorare. In tale contesto la borghesia ha, dunque, la necessità politica di contrastare ogni forma culturale che non sia strumentale ed asservibile ad uno scopo. La cultura autentica, come fece proprio Solzhenitsyn nel suo possente discorso, grida contro lo scandalo di questa situazione verso cui una volgare impostazione mercantile dominante ha condotto il mondo. Moltissimi sono gli strumenti ideologici e materiali che questa borghesia mercantile e bieca utilizza per depotenziare e neutralizzare la cultura, primo tra tutti la scuola e l’università utilizzate per assassinare la cultura di cui vengono dichiarate foriere.

            Che dire, allora, di una società umana che si allontana sempre più dagli orizzonti dell’umanità? I quattro furboni che controllano e manipolano questa situazione si sentono indifferenti ad un tale discorso perché, proiettando sul mondo la loro bassa visione, credono di aver fornito un’immensa semplificazione capace di servire da soluzione. Questi politici, manager e intellettuali del nostro tempo sembrano sempre più individui senza più nulla di vero: un’empia moltiplicazione di piccoli esecutori in attesa di un comando. Sembra abbiano perso tutto, anche l’ombra, come Peter Schlemihl nel racconto di Chamisso.

            Così come l’aristocrazia di fine Settecento era diventata una minaccia concreta per la sopravvivenza del popolo, la borghesia che l’ha oggi soppiantata è diventata una minaccia ben concreta alla sopravvivenza del pianeta stesso! L’ideologia del cane mangia cane, l’hobbesiano bellum omnium contra omnes, trasforma la realtà in un luogo dove contano quasi esclusivamente le sole leggi della giungla, un mondo postmachiavellico dove gli uomini, per farsi un poco di misero spazio nella miseria di una società straziata e ridotta a brandelli, abdicano ai loro interessi più autentici e veri per sposare ideologie di dominio che portano impresso il marchio della tremenda follia di una creatura piccola e misera che vuol credersi ben più che mortale.

            Le aristocrazie tra Seicento e Settecento commisero l’errore di ospitare, sostenere e proteggere molti pensatori tra cui coloro che stavano gettando le basi per un modello di società privo di una classe aristocratica. Sostenendo la cultura, l’aristocrazia del tempo stava fatalmente contribuendo alla propria dissoluzione. Le borghesie mercantili contemporanee, ossia coloro che all’epoca sostituirono quell’aristocrazia di cui la cultura esponeva i demeriti ed i pericoli, non commetterebbero mai questo stesso errore e per questo vigilano con immensa attenzione affinché nessun messaggio autenticamente culturale possa raggiungere la ben studiata società contemporanea. È per assecondare tale modello di dominio che la scuola e l’università si sono oggi trasformate nei sicari che la borghesia mercantile utilizza per assassinare la cultura.

            Le borghesie mercantili sono ormai riuscite a creare un immenso apparato di controllo e contenimento della cultura che ben raggiunge lo scopo di tenere sotto controllo le società organizzate e conferisce una maligna efficienza al meccanismo di repressione e controllo. Mentre una volta queste tecniche di dominio prevedevano l’opposizione e la repressione delle idee non confacenti alle classi dominanti, oggi questo meccanismo funziona non soltanto attraverso l’esclusione, ma anche attraverso una suadente omologazione della massa a modelli comportamentali e di pensiero determinati dai tecnici del dominio. Oggi l’omologazione è il segno dell’obbedienza e questa coincide con il “volontario” abbandono ai dettami e criteri della borghesia mercantile e con un’autocensura spirituale e concettuale che sta creando un’umanità sempre più blanda e vuota, assoggettata materialmente e spiritualmente alle piccole voglie della volontà di quei pochi incoscienti che detengono il controllo dei meccanismi di omologazione e di dominio. La struttura psichica costantemente alla ricerca del cosiddetto “successo sociale” coincide con quella di una psiche fondamentalmente piccola, debole e alla ricerca di compensazione e approvazione, ergo una struttura in sé patologica.

            I metodi utilizzati per raggiungere lo scopo di un sottile controllo sulle menti e sulle vite degli uomini sono molti, così come molte ne sono le conseguenze. Dal punto di vista culturale, la conseguenza più eclatante consiste nella produzione di un immenso rumore che ostacola e sovente impedisce il sorgere di pensieri profondi capaci di stimolare e condurre in avanti l’intera società degli uomini.

            Questi individui affetti da cecità e hybris – Platone, non a caso utilizzando la parola non di origine greca τύραννος, definiva il tiranno come un folle –  camminano ormai da millenni senza alcuna remora o scrupolo sui teschi delle loro vittime e proprio oggi, l’epoca in cui l’uomo è massimamente distante da se stesso, il potere dei malvagi ha raggiunto anche il cuore degli innocenti facendo creder che il dovere consista nell’obbedire a colui che non ha luce negli occhi. L’astuzia sembra abbia sostituito l’intelligenza ed anche l’intelletto sembra sia ormai ridotto ad una rara avis: «Si bada a traumatizzare, a degradare, a distruggere l’intelligenza con intelligenza» (Giorgio de Santillana, Fato Antico e fato moderno, Adelphi 1985).

            Solzhenitsyn ammoniva e temeva la pericolosità del nostro tempo, le sue gravi assenze ed i vari sintomi che emergono in ogni aspetto della coabitazione sociale frammentata che è, poi, uno degli strumenti di dominio che la borghesia mercantile utilizza per asservire le genti. L’uomo contemporaneo vuol correre e stare confortevolmente nel gregge e crede di non avere tempo né interesse alcuno per discorsi profondi che lo stimolino a considerare meglio il suo andare: siamo l’epoca del non-pensiero e in un mondo in cui si crede di sapere solo perché si eseguono istruzioni e comandi è quanto mai fondamentale porre ancora le domande di chi ragiona. Il linguaggio della banalità è, del resto, anche il linguaggio della violenza, una violenza che non deve necessariamente assumere le forme della forza bruta come in passato ma opera attraverso strategie sottili e perniciose: «per placare i suoi bisogni l’economia deve produrre nell’uomo dei bisogni: questi “bisogni d’appoggio” certamente sono artificiali, ma non sono affatto bisogni culturali, nonostante l’economia li voglia fare passare come tali» (Günther Anders, Saggi dall’esilio americano, Palomar 2003). Bisogna anche far notare che, dopo il discorso dell’8 giugno 1978, il rinomato diplomificio di Harvard non invitò mai più il premio Nobel Solzhenitsyn. Anzi, a giugno del 2008, proprio nell’anno della morte dello scrittore russo (avvenuta ad agosto), l’Harvard University invitò a tenere il discorso inaugurale nientemeno che l’autrice di Harry Potter! Quale beffa e quale umiliante conferma alle parole di Solzhenitsyn. Non è forse questo uno tra i tanti segni del nostro tempo infame e scellerato?

            Molti pensatori hanno descritto la crisi morale della società contemporanea: innanzitutto l’etica attuale non corrisponde con lo stadio evolutivo a cui dovrebbe trovarsi l’etica in una società avanzata. Quando Albert Einstein dichiarava che utilizziamo una mentalità da età della pietra con una tecnologia da era atomica affermava, implicitamente, che lo stadio dell’evoluzione etica dell’uomo contemporaneo non ha ancora raggiunto una maturità capace di confrontarsi con lo stato del suo sviluppo tecnico e delle sue potenzialità distruttive o manipolative (vedi anche i problemi nell’ambito della biologia contemporanea). La crisi morale di cui si parla è certamente una crisi della società borghese, ma accanto alla società borghese esistono, anche se spesso non percepiti, molti altri cosmi e microcosmi. L’uomo occidentale ritiene la società borghese capitalista, ossia il modello di società che gli è familiare, quale unico parametro di misura e – come facevano i suoi predecessori fossero essi cittadini Romani o membri dell’aristocrazia mercantile britannica, francese o teutonica dell’Ottocento – vede e interpreta ancora oggi tutte le altre società umane attraverso la lente distorta da un etnocentrismo transnazionale di cui il borghese è il centro. Adeguarsi al modello occidentale significa oggi sottomettersi allo squallore etico del modello borghese.

            Una civiltà arriva al punto in cui, abdicando a se stessa, è costretta a lasciare il passo ad altre. È ormai avvenuto così tante volte nella storia che sembra di continuare a rivedere un trito rifacimento di un vecchio film. Si sa già chi sono i protagonisti, come andrà a finire, bisogna solo stare a vedere come recitano queste nuove comparse – la sola immensa differenza è che questa volta la barbarie possiede armi capaci di distruggere l’umanità una volta per tutte o di cristallizzare lo spirito dell’uomo al punto da non lasciar rimanere più alcuna voce.

            Così come la pseudocultura oggi dominante fa di tutto per provare ad ignorare e dimenticare messaggi come quello di Solzhenitsyn, insieme a tutti quei grandi pensieri prodotti dalla cultura autentica che, nei secoli, ha cercato di elevare lo spirito dell’uomo, per la stessa ragione è allora doveroso continuare a ricordarlo e ricordarli, anche quando sembra che nessuno ascolti, anche quando pare che l’oscurità sia ancora più scura. Il ricordo è una testimonianza dura e concreta, significa che anche di fronte alla montante marea del delirio dell’homo novus, alcuni sanno ancora resistervi e testimoniare seguendo l’antico motto: etiamsi omnes, ego non.

(Sergio Caldarella, Il peso politico della cultura. Ricordando l’anniversario del discorso inaugurale di Aleksandr Solzhenitsyn in «La Voce della Voce. Trimestrale di Cultura e Notizie», Bormio, giugno 2014).

Tuesday, May 6, 2014

A trip to the bookstore


Some time ago, I was invited to volunteer as “captain” for a literacy project based on a series of Bookstore Trip to introduce kids to reading real books and sponsored by a non profit organization of Mercer County. At first I thought I would get a white captain’s hat with gold ribbons, but instead I received a T-shirt that did not match the rest of my outfit. For a good cause it doesn’t matter if it’s not a good color match; therefore, I managed to wear the bright shirt even if half hidden under my suit jacket.

At 5 pm we all met at a bookstore in Princeton, NJ, and anxiously awaited the bus full of kids from the nonprofit organization. Some people were asking how many children they would be paired with, if we already knew their names, etc., and everybody was trying to think about the best way to greet the children upon their arrival. Then the bus arrived and we could finally see the children on board with their big eyes wide open looking outside the bus windows to that bunch of happy grown ups, in bright T-shirts, anxiously waiting for them on the sidewalk in front of the bookstore.

After everyone was “paired” with one or two kids and we all scattered throughout the bookstore, it was clear from the jolly atmosphere that we were all having a lot of fun -- I mean children and volunteers. I was paired with Omar, a very quiet six-year-old boy, and it was definitively what is called a “perfect match!” Omar doesn’t speak much, while I tend to speak a little more, so we got along very well.

After some time spent checking the shelves of the bookstore, Omar picked an illustrated book about ninjas, dragons, lizards and other curious creatures I had never seen before. We started reading the book while drinking delicious hot chocolate and ended up arguing whether or not a green ninja on a white dragon is better than a black ninja on a giant dark green lizard. My thesis was that the lizard is definitely stronger, because it has 12 claws, and the dark ninja is mightier than the green; how can you argue with that? But Omar, being only six-year-old, was not convinced with my argument that the lizard is better than the dragon. After I exhausted all possible explanations, Omar pointed out to me with a smile that if you count the total dragon claws (I had counted only those on the wings), he also has 12, and since he can fly, he has air power superiority (not a direct quote.) Well, what could I have said to that? At the end logic forced me to concede to Omar.

We both enjoyed drinking the hot chocolate, browsing and reading the book, and talking about lizards and dragons so much that time flew. I have been told that they have never seen little Omar that talkative and that, together with his smile, was the best reward.
After all there is no better way to make children develop their personality than making them defend their own point, even if, as in this case, their point is completely wrong. I mean, after all who doesn't know that giant lizards are stronger than dragons?

(Dr. Divago)

Tuesday, April 15, 2014

Means to an end


Making a difference in the society where you live is a valid principle only if that society will use your contribution for good; otherwise, a contribution that was meant to have only upstanding intentions and the scope to help the progress of mankind serves, instead as an instrument to increase the level of social injustice and evil in the present and future of the world. An example? The Theory of Relativity and the well-known formula correlating mass and energy (E=mc2), undoubtedly one of the greatest contributions in human history, was used (because of such and such historical situations) to contrive the most destructive weapon human history has ever seen! More recently the herbicide called “Agent Orange”, containing among others dioxin, was used as a “herbicidal warfare program” in a defoliation operation over South Vietnam, Laos, Cambodia, and parts of North Vietnam that also affected US soldiers present in those areas. What is less known is that the idea for Agent Orange came out of research by a scientist who studied a mechanism to improve growth in plants! Once again, something intended for good was reverse engineered for evil. Be mindful when you contribute to a society ready to turn every end into malicious means.

(Sergio Caldarella, Means to an end, in RantRave, April 15, 2014)

Saturday, April 5, 2014

Über die Dummheit


»Wenn die Dummheit nicht dem Fortschritt, dem Talent, der Hoffnung oder der Verbesserung zum Verwechseln ähnlich sähe, würde niemand dumm sein wollen.«

«If stupidity were not confusingly similar to progress, ability, hope and improvement, then no-one would want to be stupid».

(Robert Musil, Über die Dummheit, 1937)

Monday, March 3, 2014

Il mirabolante racconto dell’universo olografico


Ci risiamo (in romanesco si direbbe “Aridaje”)! L’ennesimo manipolo di acutissimi “scienziati” ha recentemente tirato fuori dal cilindro magico l’ennesima magniloquente teoria (Out of the White Hole: A Holographic Origin for the Big Bang) secondo cui il nostro universo è una membrana (dall’inglese: “membrane” o “brane”) fluttuante in un continuum quadridimensionale – questa volta si tratta di un gruppetto che effettua magistrali e strapagate ricerche presso il Perimeter Institute for Theoretical Physics di Waterloo, in Canada, l’ennesimo Institute for Advanced Salaries del momento.

Tralasciando gli elementi tecnici del testo (http://arxiv.org/abs/1309.1487) dal formalismo scopiazzato (vedi anche il precedente lavoro 4D Gravity on a Brane in 5D Minkowski Space http://arxiv.org/pdf/hep-th/0005016.pdf da cui traggono gli eminenti del Perimeter) e dall’utilizzo di un calcolo tensoriale fin troppo simile a molte altre teorie, la questione delle membrane è, negli ultimi anni, particolarmente in voga anche grazie alla M-Theory nella teoria delle stringhe, al modello standard e tutta la susseguente caciara sul bosone di Higgs – adesso persino incoronato con il Nobel.

Curioso pensare che ad Albert Einstein rifiutarono il Premio Nobel per la sua grande Teoria della Relatività e ricorsero all’escamotage di utilizzare i suoi contributi sull’effetto fotoelettrico, mentre per il bosonaccio massivo si fanno eccezioni un tempo inconcepibili. Nonostante la Relatività fosse, già a suo tempo, immensamente più consistente delle attuali teorie subatomiche che implicano e necessitano della “goddamn particle” non venne riconosciuta – e non lo è ancora – per la sua grandezza concettuale ed il Nobel al suo autore non venne conferito per il suo contributo più significativo alla storia del pensiero umano, quanto per la scoperta dell’effetto fotoelettrico. La Relatività (ristretta e generale) spiegava anche innumerevoli più cose di quante ne spieghi il fantomatico bosone di Higgs, una particella immaginata induttivamente per spiegare certi fenomeni atomici che possono anche avere – ed avranno – ben altre spiegazioni quando riusciremo a svegliarci ad un dibattito culturale serio e disinteressato.

Limmagine della scienza che questa gente al Perimeter Institute, al Cern e in tutti questi molti altri centri di pensatori per concorso pubblico, parentele e affiliazioni propalano è quella di una disciplina costantemente alla ricerca del nuovo e del sensazionale, di pubblicità e di attenzioni dalla stampa e da finanziatori, insomma più tecnica eristica che scienza. Il gruppetto di Waterloo, tanto per non farsi mancar niente, ha anche teorizzato che l’universo (ne parlano sempre al singolare) sia sorto dai frammenti di una stella collassata in un buco nero. Ah! Quale immaginazione! Dalla fusione fredda ai neutrini più veloci della luce, fino all’universo ridotto ad un’estensione della metrica di un buco nero è tutto un bel balletto di fantasie, pubblicità e magna tu che magno anch’io. Che gran epoca meravigliosa!

Si ha però l’impressione che quest’ansia di confrontarsi con i grandi paradigmi e modelli della fisica dimostrata da questi signorotti del Perimeter Institute – o da quelli del Cern per quanto riguarda i neutrini più veloci di Superman – pare provenga più da questo bizzarro desiderio di pubblicità che pervade la nostra epoca e non da un ponderato spirito di analisi scientifica, altrimenti non baderebbero solo alla stampa ed alle loro pinzillacchere, ma si metterebbero in discussione, aprirebbero un dibattito culturale e la loro influenza si sentirebbe sulla società e non rimarrebbe confinata a corridoi di banche, postriboli e ministeri. Questo sarebbe quello che un tempo si chiamava il “peso della cultura”, ma sono cose di cui questi signori non riescono neanche a percepire il problema. Del resto sono a malapena beffeggiatori del sapere il cui unico scopo è la vita comoda che queste istituzioni politiche possono loro fornire.

Perché se la prendono allora con la Relatività (neutrini più veloci della luce), con il Big Bang o con la teoria della materia? Semplice, perché fa titolo sui giornali. Questa è del resto gente mediocre e volgare che, pur non sapendo nulla di nulla, ha ormai occupato tutto quello che cera da occupare, anche lo stanzino delle scope.

Se magari non fossero quelli che sono (Lewis Carroll ha meravigliosamente risposto a questo paradosso) questi ben pagati signorotti del Perimeter Institute capirebbero che il modello del Big Bang è una base di lavoro che, come per altre teorie, spiega più cose di quante non ne spieghi, al momento, un modello diverso e sicuramente necessita di una revisione che non sia però sola ciarlateneria o circo matematico. Quello che oggi non si capisce, in questo dogmatismo che si scambia per scienza, è come le teorie scientifiche dipendano anche dal livello della comprensione generale di un problema: il sistema geocentrico era appropriato e rilevante alla comprensione generale del tempo. Pochi ricordano che, agli inizi del suo insegnamento, lo stesso Galileo Galilei insegnava il sistema Tolemaico e solo dopo si accorse che questo non era in grado di rispondere ai nuovi problemi sollevati dalle domande e dalla nuova comprensione generale dell’universo che andava lentamente emergendo e andò alla ricerca di un modello che potesse meglio rispondere alle nuove domande.

Questa gente che ormai controlla cattedre e sovvenzioni a volte dice che la scienza non ha bisogno dei suoi materiali passati mentre siamo oggi arrivati ad un punto in cui sono proprio quei materiali del passato che un giorno rappresenteranno la nuova rinascita del pensiero scientifico, semmai questa rinascita dovesse mai arrivare prima della nostra autodistruzione. La scienza contemporanea si è ormai pesantemente incartata sulla tecnica da non riuscire più a leggere la profondità teorica dei concetti fondamentali e la validità sperimentale delle argomentazioni dei grandi del pensiero scientifico. Le stesse soluzioni a grandi problemi come quello dell’unificazione tra Relatività Generale e Meccanica quantistica riposano ancora in vecchie dispute scientifiche ormai quasi dimenticate.

Bisogna comunque essere vigili e non insegnare nulla a questa gente che invece cerca solo la piccola pagnotta perché tutto quello che nella storia gli è stato insegnato lo hanno sempre utilizzato per i fini peggiori. Einstein creò una teoria meravigliosa dalla quale hanno saputo estrarre la più micidiale arma di distruzione di massa mai inventata. La tecnologia li rende ancora più spavaldi e, ovviamente, più malvagi e micidiali di quanto già non siano. Millenni di pensiero filosofico e scientifico sono serviti loro solo per incrementare il dominio e la distruzione. Per questo è forse un bene che quella che si definisce oggi scienza sia nelle mani di questi ben remunerati giullari, almeno le loro pagliacciate non producono il danno delle idee serie.

(Dr. Divago)

Friday, February 21, 2014

The man in the bottle


The contemporary man understands, more than his progenitors, that Orwellian language is in our society, “the language of power”; therefore he believes that to be part of the “power system” and receive his little token of requital for his obedience, he should learn how to speak in that way, i.e. use the language of inauthenticity to its full. More than any other man in history he understands that he has to abdicate himself in order to become part of the new social order. In a more technical way, Herbert Marcuse would have said that the contemporary “consciousness lags behind social existence” (“The Movement in a New Era of Repression”, 1971).

In its fundamentals, this grim transformation of the contemporary man, stripped of his authentic life and secluded in an egotistical universe where all that counts is the solitude of the anti-ethical motto “what’s in it for me?” is just a reverberation of his abandonment of ethics. One further consequence of this new attitude is that he also believes that the law can be an easy substitute for ethics: he is not doing such and such only because there is a law forbidding it and not because it would simply be wrong. It’s this way of thinking that has brought the contemporary man to the point of having no ethical boundaries: he does all he can - - in the case he is not a criminal - - all that is not forbidden by the law is allowed! Consciousness, ethics, humanity and other considerations, play very little or no role in this new form of existence. This mortal loss of integrity also makes the contemporary man a being ready and prone to accept, without conscious resistance, the language of inauthenticity as his own and this makes him a man cut in half that has mislaid and bartered authentic life on his descent to a petty end.

(Sergio Caldarella, The man in the bottle, in RantRave, February 21, 2014)

Saturday, February 15, 2014

La belva del pensiero


Il pensatore, come il poeta, intrattengono una relazione intensa e passionale con il sapere e la conoscenza e non affrontano mai alcun pensiero con leggerezza, ma sempre come dei vigili domatori che si avvicinano quatti ad una belva temibile che può annientarli anche per un minimo volgersi del capo. Molte sono le insidie celate tra le terre della conoscenza e le menzogne della realtà, prima fra tutte la scoperta che ciò che genericamente chiamiamo vero sia appena un’ombra e quanto ci appare oscuro e instabile sia invece il solo vero. Avventurarsi tra quelle contrade del pensiero significa, allora, lasciarsi sbalzare lontano, fino al punto da non riuscire più nemmeno a riconoscere la strada da cui si era partiti. Il pensiero non è, del resto, una bestiola che possa venir addomesticata con calma, il pensiero è una belva che bisogna aggredire, assalire, scuotere e percuotere resistendo ai suoi possenti contrattacchi e ruggiti. Chi si arrischia tra le lande del pensare non può utilizzare il pensiero come una stampella, perché pensare è una costante sfida ad un duello di lame affilate. È proprio opponendosi con fierezza agli inganni ed alle trappole della vita e della presunta realtà che è allora possibile sfidare l’esistenza, provando a stanarne le contorte verità da antri e anfratti. Spesso, le conseguenze di questa tenzone hanno esiti tragici per coloro che avevano osato avventurarsi tra quelle terre smarrendovi la mente nella follia o patendo altre sconfitte per mano di altri fratelli uomini o del tetro destino. Con il pensiero si può lottare solo mettendo costantemente a repentaglio la sanità e la vita, mentre la temibile belva dall’altra parte, nonostante i suoi contraccolpi e trabocchetti, rimane imperturbata di fronte a questi curiosi cavalieri che s’inoltrano, circospetti, tra quelle terre. Il pensiero declama con voce tonante: «sappi che raccogliere le mie perle è una sfida terribile e pericolosa» e in molti modi invita e sprona a lasciar perdere quei perigli. Il Qohèlet dichiara severamente: «Chi accresce il sapere, aumenta il dolore» e, dopo tale ammonimento, solo gli ostinati o i posseduti hanno ancora il coraggio o l’incoscienza di perseverare su quella perigliosa strada. Gli altri, quelli che del pensiero hanno fatto una marmotta per aule tetre, si accontentano d’altro o si assiedono tranquilli su poltrone e cattedre di allori ai margini della strada. Eppure, anche se tutto quello in cui crediamo o speriamo fosse appena un sogno, non basterebbe forse la sola sfida a farlo reale? La realtà dei giganti non è nei mulini, ma nel cuore eroico di Don Chisciotte che vi si avventa contro. Del resto, cos’è l’uomo quando non prova ad ergersi sulla sua stessa umanità? Cos’è un uomo quando non rischia neppure di bagnarsi le caviglie nell’oceano delle verità? Facile a dirsi: è un essere che ha dimenticato se stesso scendendo anzitempo gli scalini dell’Ade o vestendo la benda dell’accecamento volontario. La ciarla non uccide il silenzio, la ciarla è già silenzio.

            Conoscere è un curioso cammino che si nutre del suo stesso percorso conducendo alla rimembranza attraverso la dimenticanza. Per conoscere davvero bisogna allora imparare dapprima a mettere da parte se stessi e cominciare a dimenticare ciò che si crede di conoscere e questo non può che spaventare e turbare i molti. Facile credere, difficile capire, arduo comprendere e impossibile arrivare a conoscere fino in fondo, perché il sapere autentico intende che, dietro ogni porta, se ne cela un’altra e nessuna chiave sarà mai in grado di aprire tutte le porte: ciò che è dalla parte delle aquile non può dirsi uguale a ciò che è dalla parte dei gabbiani. La potenza (δύναμις) del pensiero non può mai venire interamente dominata ed è solo in virtù della loro inerzia e della loro acquiescenzia che gli uomini credono nelle risposte conclusive con le quali rassicurano i loro giochi mondani. Comodo, del resto, credere che il labirinto abbia una chiave, che l’universo possa finire o l’immensità possa essere racchiusa dentro una cifra. Comodo ma, al tempo stesso, privo di vita.

(Sergio Caldarella, La belva del pensiero, in «Studi Traslitterali. Rivista di Arti & Culture varie», Lugano 14 febbraio 2014).