Friday, July 27, 2012

Brevissima digressione sull’alienazione



Quando Theodor Adorno, riecheggiando il concetto di alienazione in Marx, dichiara «Es gibt kein richtiges Leben im Falschen» che, tradotto per quanto possibile, significa «Non può esserci vera esistenza in una vita falsa», questo significa anche che il gergo dell’inautenticità non può parlare la lingua della veram vitam. Tra la perduta gente, però, l’alienazione appare non come la forma d’esistenza migliore, ma come la sola forma d’esistenza possibile. All’hombre-masa (uomo-massa), spiegato e sezionato da Ortega y Gasset, le bieche prebende dello Spätkapitalismus bastano e avanzano. Diversamente da quanto si possa credere a prima vista, il mondo massificato e deumanizzato in cui vive la medietà è proprio quel mondo in cui si trova a suo agio e che aveva in testa fin dal primo momento e farebbe davvero fatica persino ad immaginare un mondo diverso.

Per comprendere la disperazione è necessaria la riflessione, ma l’hombre-masa rigetta la riflessione (e Adorno questo lo sa molto bene perché ha studiato Kierkegaard in profondità). L’hombre-masa considera se stesso pressappoco come uno dei personaggi in cerca d’autore pirandelliani, il suo carattere è quello che gli viene attribuito sulla scena collettiva, ma egli non è una comparsa quanto un protagonista attivo della storia: la silent majority, la maggioranza silenziosa, cara a Richard Nixon. Aldous Huxley, invece, li chiamerà i gamma: «We’re not too stupid, we’re not too bright, to be a Gamma is to be just right, Non siamo troppo stupidi, non siamo troppo intelligenti, ed essere un Gamma significa essere normali». Il mondo intero, lasciato al dominio della medietà, sembra sia così precipitato nel griogiore di una spaventosa pseudo-normalità che vuole tutto uguale a se stessa: «Masa es todo aquel que no se valora a sí mismo – en bien o en mal – por razones especiales, sino que se siente “como todo el mundo”, y, sin embargo, no se angustia, se siente a salvo al saberse idéntico a los demás. Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri» (La rebelión de las masas). L’hombre-masa è anche un relativista assoluto e così non si astiene dal male, ma vi è indifferente (così come al bene), la sola cosa che sembra intenda è ciò che ritiene utile a sé e per questa ragione è pronto e capace a tutto.

Nell’ambito della desperatio della società contemporanea l’uomo ha sconfinato nei territori del nulla e tutto ciò che sa d’umano lentamente scompare: sembra conti unicamente il minimo comun denominatore; svaniscono allora il vero amore, l’empatia, la solidarietà o l’amicizia autentica e tutto viene omologato e fatto in serie, si tratti di sentimenti o pensieri. Tutto ciò che c’è ancora di umano svanisce dunque sotto gli strali del sole nero dell’omologazione e resta solo la somiglianza primordiale agli atteggiamenti dominanti del branco che trasforma gli uomini in ambigue copie di carta carbone gli uni degli altri. In un decennio particolarmente significativo riguardo al trionfo delle masse Emile Cioran, poco più che ventenne, scrisse un trattato memorabile sulla disperazione: «Gli uomini in perfetta salute, normali e mediocri, non hanno né esperienza dell’agonia né il sentimento della morte. Vivono come se la loro vita avesse un carattere definitivo» (Al culmine della disperazione, 1934, trad it. p. 34). Proprio nella stessa epoca in cui Cioran approfondiva la tragedia dell’uomo moderno, l’attrice e regista di regime Leni Riefenstahl invocava invece l’altisonante Triumph des Willens, il Trionfo della volontà, associando, implicitamente, quantomeno nell’intento del suo filmetto propagandistico, una sorta di gioioso asservimento collettivo alla presunta volontà delle masse. Eppure, già a suo tempo, il grande Socrate parlava sempre ad un uomo solo e l’arguto Cicerone insegnava a diffidare della presunta volontà collettiva Senatores probi viri, Senatus autem bestia che, reinterpretato, diventa: un uomo solo è buono e onesto, ma una massa è una mala bestia.

Il “gamma” non può né sa più riconoscere in sé nulla che sappia ancora di umano, anzi, per colui che vive nell’alienazione più profonda, ogni parola autentica gli sembrerà una parola d’orrore. Per questo sono subito pronti e proni a trasformarsi in volenterosi funzionari volontari dell’apparato (cfr. il libro di Daniel Goldhagen, Hitler’s Willing Executioners‎, 1996, trad it. I volenterosi carnefici di Hitler, 1998), per discriminare e uccidere con tanto zelo i diversi, oppure per vilificare e trasformare in merci anche le parole dei sapienti.

Mai, come nella nostra epoca, le domande fondamentali degli esseri umani sono state taciute fino a questo punto, oppure vi si sono date risposte ad altezza della banalità del tempo. Negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, basta guardare pochi minuti di un canale dove sbraitano dei telepredicatori (cor exercitatum avaritiae habentes maledictionis filii, II Pietro 2:14) e ci si accorge con chiarezza come un messaggio complesso e strutturato come quello biblico venga vilipeso e ridotto a brandelli da gettare ad una folla ormai resa cieca da quella luce che fa risplendere la terra di trionfale sventura (Adorno). La sintesi concettuale che emerge dall’annientamento delle Scritture proposto da questi nuovi barbari è che l’Eterno, l’universo, l’esistenza intera sono per le misere concupiscenze dei piccoli uomini. Del resto, chi ignora il significato svuota tutto di significato (sull’argomento televangelisti suggerirei la lettura dello splendido articolo di John MacArthur, A Colossal Fraud, Una frode colossale, http://www.gty.org/Blog/B091207).

In quanto società, gli uomini agiscono sempre secondo sistemi di credenze, ma per coloro che vivono in quel particolare sistema questo appare come naturale e non come il prodotto di un contratto sociale, anzi appare come il solo mondo possibile. Quando in Campo de’ Fiori bruciavano Giordano Bruno c’era una folla festante e urlante che non aveva neppure lontanamente idea di chi fosse quell’uomo che portavano al patibolo o cosa significasse il suo pensiero, ma aveva il solo gusto di veder ardere sul rogo uno che non gli assomigliava. Questa è la stessa folla, massa, gamma o perduta gente che, da sempre, accompagna i dettami del non-essere. Non sono mai cambiati, hanno appena svestito una veste per indossarne un’altra.

Se c’è un personaggio astorico questo è proprio l’hombre-masa: oltre duemila anni fa urlava Barabba mentre oggi vota nel chiuso di una cabina elettorale di compensato, ma la sua bava non cambia. L’ hombre-masa è talmente impegnato da se stesso, dai suoi follicoli ed escrementi, da non avere tempo né passione per null’altro e per questo gli piacciono tanto questi poveri ricchi del nostro tempo, una minoranza di piccoli incoscienti senza fantasia né senso di alcunché ma con uno spropositato senso di se stessi. Gli piacciono così tanto da metterli a capo della tribù globale. La scomparsa delle capitali culturali è, poi, solo l’ennesimo segno di un’epoca che ha abdicato all’avere ciò che invece spetta all’essere.

Tutto ciò che la medietà intende, e attraverso cui definisce se stessa, è la sola sopravvivenza materiale e questo è tutto il suo povero mondo senza orizzonte, questa è la sola realtà con cui si confronta. Oggi, poi, è l’epoca trionfale delle masse e della medietà incontrastata e incontrastabile! L’omologazione sembra abbia raggiunto ogni vetta anche in virtù del fatto che pochi furbettini con le tasche piene, controllando con cura i mezzi di condizionamento di massa, propongono una lunga schiera di minus habens quali modelli da emulare. L’hombre-masa pare abbia così conquistato ogni rocca trovando facce uguali alla sua in ogni luogo: capi di Stato e premi Nobel gli assomigliano e forse anche per questo l’arte non riesce più ad esprimere neppure i volti, non riuscendo a mettere una faccia su una tela o su una statua, trovandosi così costretta a ripiegare e rifugiarsi nell’informe, su ciò che non assomiglia al volto di quell’opprimente mediocrità che scruta da ogni dove. E guai a non assomigliare a quella faccia piatta che appare ovunque, poiché se l’uomo dello Spätkapitalismus è profondamente patetico è, allo stesso tempo, anche estremamente pericoloso: We’re not too stupid, we’re not too bright, to be a Gamma is to be just right.

(Dr. Divago)

Thursday, July 5, 2012

Fantasy Physics o del ritorno dell’etere


Di recente il Cern sta dilettando il pubblico mondiale con annunci tanto plateali quanto mirabolanti: prima un neutrino più veloce della luce, adesso la scoperta del “bosone finale” – i lettori potrebbero forse già chiedersi: ma se è un bosone, ossia se appartiene ad una specifica famiglia di particelle subatomiche, come può essere così definitivo come dicono? La risposta che, tra le altre, darebbero i “cernofili” è: perché dimostra l’esistenza del campo di Higgs. L’attuale vicenda del bosone di Higgs ha del resto radici lontane nel mondo della fisica contemporanea ossia nell’aver ormai da tempo radicato la scienza nella tecnica, lasciando che siano le macchine a fare il lavoro della mente umana: di recente è persino stato attribuito un premio Nobel (Smoot e Mather) ad un satellite (COBE) che ha misurato alcuni aspetti della radiazione cosmica di fondo. Solo a titolo di aggravante, George Fitzgerald Smoot III, uno dei vincitori del Nobel per la misurazione effettuata da COBE, ha anche partecipato ad una trasmissione televisiva a quiz negli Stati Uniti, vincendo oltre un milione di dollari, così come ha anch’egli partecipato ad una puntata dello show televisivo The Big Bang Theory (cfr. il post precedente Inequality and Instability). Bisogna ancora aggiungere altro?

A proposito del bosone di Higgs alcuni potrebbero anche affermare che rappresenta il tracimare della cosmologia nella fisica teorica, poiché questa particella è particolarmente rilevante per le teorie sull’origine dell’universo.

Un lettore del Corsera ha brillantemente commentato l’annuncio della mirabolante scoperta scrivendo con grande arguzia: “la Monade!”, eccellente appunto che, con una sola battuta, denuncia il feticismo monista della nostra cultura. Poi ci sono i soliti scellerati che parlano di fine della fisica, spiegazione ultima, particella di D-o, etc. Ma dover subire sciocchezze è uno dei molti tratti di quest’epoca dell’opinione. Pochi hanno ricordato che i dati dell’esperimento non sono quelli che ci si attendeva – e questo in fisica dovrebbe essere significativo. Il fatto che si provi a “pensare positivo” dipende anche dalla speranza che esperimenti futuri cancelleranno queste discrepanze. Forse bisognerebbe anche ricordare che è dagli inizi dell’avventura nel mondo subatomico che ad ogni nuova scoperta si pensa di aver finalmente trovato la particella fondamentale: prima era l’elettrone, poi il protone, dopo i quark, poi i prioni... ed ogni volta l’illusione monista è stata spazzata via dalla meravigliosa complessità della physis.

Ora, oltre al fatto che i bosoni posseggono una natura estremamente complessa: possono essere elementari o composti e sono opposti ad un’altra categoria di particelle detti fermioni che obbediscono ad altra legge (Principio di esclusione di Pauli), ci sono ancora un numero di problemi innumerevoli da risolvere riguardo ai bosoni che non necessiterebbero davvero di tutta quest’attenzione mediatica su un bosone scalare come quello di Higgs se non fosse per gli imponenti finanziamenti che sono stati versati ai signorini del Cern. Meccanismi dati per certi, se meglio analizzati, mostrano una natura completamente ambigua (per una mente attenta il contrasto con i fermioni è in sé rilevante). Il modello standard ha certamente una sua coerenza ed è funzionale agli esperimenti, ma si basa anche su un numero tale di assunti che mostrano ancora la sua natura di teoria di transizione (i gravitoni sono, ad esempio, parte del modello e sono “particelle” non rilevabili). E’ evidente che le interazioni di H0 [Leptoni; Quark; W+, W-, Z0; Gluoni] contengono ancora altre interazioni, ma allora perché questi signorotti non se ne accorgono? Se una particella finale potesse davvero “esistere” questa non sarebbe computabile né, tantomeno, rilevabile – un esempio classico, anche se ormai dimenticato o ignorato, di particelle non rilevabili è quello offerto dai tachioni, ossia una conseguenza della relatività non dimostrabile sperimentalmente. E per coloro che sottovalutano le conseguenze teoriche bisogna ricordare che i tanto famosi Buchi Neri sono una conseguenza teorica delle equazioni di campo di Einstein elaborate da Karl Schwarzschild e da altri in seguito.

Ma torniamo al mirabolante bosone di Higgs: un’ottima intervista è stata rilasciata dal decano della fisica sperimentale italiana Ugo Amaldi su http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/amaldi-dopo-il-bosone-altre-sorprese.aspx. Il fatto che noi pensiamo “esista” (questo termine applicato al mondo subatomico avrebbe mandato Niels Bohr su tutte le furie) o possa esistere qualcosa come una “particella finale” testimonia solo la nostra mentalità monista che ci impedisce di vedere altre relazioni nella materia e comprendere fatti pertinenti all’intricata natura del reale. Oppure questa scoperta ci dirà in che genere di universo viviamo? Scusate la mia ignoranza (è l’unico infinito che posso permettermi), ma questa scoperta è davvero in grado di spiegare il rapporto di 1032 tra la forza debole e quella gravitazionale (problema della gerarchia)? Oppure a cosa è dovuta la differenza tra la massa di H0 e quella di Planck? I nuovi risultati offrono davvero una soluzione al problema μ? Avremo allora a breve anche gli higgsinos? Oppure sono caduti nel dimenticatoio? Si potrebbe continuare a lungo poiché le vie della fisica subatomica sono particolarmente belle, intricate e piene di svolte repentine e trabocchetti affascinanti da investigare con l’ausilio di domande proprie e mirate (Ah! Se magari qualcuna tra queste menti eccelse si fosse presa la briga di guardare meglio nelle equazioni di campo di Einstein come già fece a suo tempo il grande Gödel...), ma ormai abbiamo scoperto la particella che tutto spiega e fino a qualche giorno fa ne avevamo persino una che andava più veloce della luce, allora che ce ne facciamo delle domande attente? Ancora una volta: aut tempora...
(Dr. Divago)

Thursday, May 31, 2012

Inequality and Instability


Il 7 maggio 2012 al Massachusetts Institute of Technology è stato presentato il libro di James Galbraith (figlio di J. K. Galbraith) dal titolo Inequality and Instability: A Study of the World Economy Just Before the Great Crisis di cui, sicuramente, si avrà a breve notizia anche in Italia visto che gli editori italiani sono in genere ghiotti di novità dall'inglese, ma si interessano poco o nulla al pensiero in lingua italiana, a meno che non sia roba proveniente dalla televisione o da qualche luogo di aggregazione collettiva. Anche in questo siamo, del resto, periferia dell'impero.
James Galbraith è un figlio d'arte, ossia un economista figlio d'economista che insegna all'università di Austin - non è del resto solo il Bel Paese a produrre questi fenomeni di discendenze professionali.
Alla presentazione del libro di Galbraith a Cambridge c'erano non più di una trentina di persone tra cui qualche postdottorando, un paio di docenti, alcuni venuti da fuori e forse uno o due studenti. Stupisce che gli studenti siano proprio i grandi assenti da quasi ogni manifestazione culturale, forse è il modo in cui sono stati cresciuti o forse intuiscono che a questi eventi c'è molto fumo e poco arrosto.
Sia come sia, la tesi nel libro di Galbraith junior, che è poi un libro che, a quanto ammette lui stesso nei ringraziamenti, è un'opera alla quale hanno contribuito in molti, è un insieme raffazzonato di molti argomenti il cui filo conduttore sembra essere quello secondo cui la disuguaglianza degli ultimi tre decenni, prodotta principalmente dalla finanza, ha condotto alla crisi attuale. Una tesi nella sostanza nota. Nel corso del dibattito seguito alla conferenza il professor Galbraith junior si è tralaltro dichiarato convinto che non vedremo presto un altro conflitto a causa delle controversie che vi sono state a proposito della guerra in Iraq! Il pargolo di J. K. Galbraith pare non abbia neppure capito la natura politica dei conflitti e crede davvero che esista davvero qualcosa come l'opinione pubblica! Thomas Jefferson osservava che una persona la quale non legga alcunché è più colta di una che legga solamente i giornali. Chissà cosa avrebbe detto Jefferson se avesse potuto contemplare lo scempio culturale che è il mondo contemporaneo.
Oggi sembra quasi che, per passare da competenti, basti imbastire un discorsetto basato su ciò che tutti approvano e condividono per poi cambiarne un paio di virgole e gridare entusiasti "Eureka!". Nell'epoca dei persuasori occulti l'entusiasmo conta ben più della verità. Viene anche in mente quel tipo che, negli Stati Uniti, è diventato un eroe intellettuale per aver proposto la sottrazione di Plutone dal novero dei pianeti (pare che Plutone sia ora un pianeta nano) ed è persino apparso in una puntata della serie televisiva The Big Bang Theory, oltre ad un largo numero di altri programmi. Chissà perché non acclamano allora qualcuno che voglia eliminare il Plutonio come elemento, adducendo la ragione che si tratta di Uranio arricchito (si arriva infatti a 239Pu attraverso 238U → 239U→ 239Np→239Pu)? Tra l'altro la paternità della proposta di ridurre lo status di Plutone andrebbe magari all'astronomo inglese Ian Ridpath che pose la questione in un saggio del 1978. Ma la scienza contemporanea è ridotta a queste cose, dai neutrini più veloci della luce (come Superman e Buzz Lightyear in Toy Story: "To Infinity and Beyond!") a particelle magiche capaci di spiegare ogni cosa, fino alla retrocessione nominalista dei pianeti. Cinquecento anni fa questi stessi signori avrebbero sicuramente parlato e difeso il geocentrismo, mille anni fa la terra piatta e tutti si sarebbero trovati d'accordo con loro e avrebbero magari messo al rogo colui che raccontava altrimenti. Sono cambiati i tempi ed i modi, ma non la sostanza del conformismo intellettuale. La grande differenza è che in passato il conformismo intellettuale si basava sulle credenze diffuse e, in ultima analisi, sul potere costituito, mentre oggi possiede un immenso apparato accademico in grado di propagare qualunque teoria che non dissenta dall'opinione generale e generalizzata. Il potere costituito continua però a restare inquietantemente sullo sfondo.
Inequality and Instability è un libro malfatto come lo sono molti libri d'oggi, pieno di generalizzazioni non sostanziate, approssimazioni e categorizzazioni manualistiche. Galbraith, o chi per lui, scrive di un'altisonante "Simple physics of inequality measurements" (cap. I) e considera la diseguaglianza come una questione di diseguaglianza salariale – approccio del resto estremamente contemporaneo.
La realtà è che se davvero si vogliono comprendere le ragioni della disuguaglianza bisogna partire da due elementi: l'uomo e il sistema sociale che egli ha generato e in cui vive oggi sempre più quale involontario prigioniero di se stesso.

E' un panorama profondamente deprimente quello offerto dall'accademia contemporanea e dallo scempio profondo che sta compiendo sul sapere. Gli intellettuali come Galbraith junior, Bordieux, Chomsky, Žižek etc. piacciono perché sembrano radicali senza esserlo, perché raccontano una storiella che fa sentire progressisti i piccolo borghesi e, dunque, in pace con la loro coscienza da salotto buono. Quando qualcuno chiede di guardare al tramonto il compito dell'intellettuale autentico dovrebbe essere quello di guardare verso le terre dell'alba, ma quello di contrastare il proprio tempo è da sempre un mestiere pericoloso e ingrato che si sobbarcano in pochi. Il ruolo degli intellettuali organici (questo concetto gramsciano ha una lunga storia poiché già Sofisti erano degli intellettuali organici par excellence) è anche quello di intrattenere con falsi problemi dai quali derivano false soluzioni che consentono ai burattinai di continuare a tirare le fila della farsa. Il verme è nel formaggio anche perché quello di cui si parla è un formaggio da vermi.
Quello che sfugge completamente a Galbraith ed a molti critici presunti è che la diseguaglianza in un sistema capitalista non è un accidente della storia, ma un ben preciso criterio di fondazione. L'idea di base della società capitalista sta proprio ben radicata nell'idea che gli uomini siano diseguali ed Huxley lo ha colto egregiamente nella famosa frase della Fattoria degli Animali in cui i maiali (guardacaso) dichiarano: "All animals are equal, but some animals are more equal than others, Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri". Se si volesse "spiegare" l'essenza umana del capitalismo basterebbe questa sola frase. Altrimenti come si spiega che la nostra società sia basata sul fatto che una persona deve avere tanta ricchezza quanta ne basterebbe alla sopravvivenza di diversi milioni di persone? Non è quella sola persona considerata, anche istituzionalmente, più uguale di milioni di altre? Poi, quella sola persona, o quel gruppo di pochi più uguali di altri, costringono o convincono i molti a partecipare al gioco che garantisce loro privilegi sulla base della diseguaglianza grazie a piccole prebende o coercizioni. E' chiaro che un'analisi più complessa è possibile e fiumi d'inchiostro e di sangue sono stati versati sull'argomento, ma l'elemento alla base del sistema sociale contemporaneo è quello secondo cui ci sono animali che si credono più uguali di altri e, per mantenere i loro meschini privilegi, sono disposti davvero a tutto, ma proprio tutto.
Fino all'epoca contemporanea a questa gente si opponevano i profeti, i filosofi, i pensatori, gli intellettuali, ma ora sono riusciti a tappare la bocca anche a questi e così altro non ci rimane se non guardare attoniti le presentazioni/prestazioni dei vari Galbraith junior che da una parte ti dicono di stare con quello che viene detto il 99% pur non essendolo, ma dall'altra stanno con la mano tesa verso quell'1% che gli dice: "Bravi! Ancora una volta siete stati capaci di innalzare una cortina di fumo per abbagliare e confondere quelli che avrebbero potuto vedere".

(© Sergio Caldarella)


Sunday, May 20, 2012

Appena un appunto sul tempo e le cose


Michel Foucault darà il titolo di Les Mots et les Choses. Le parole e le cose, ad uno dei testi chiave della sua riflessione sottotitolandolo con: Une archéologie des sciences humaines. Ma che ne è invece del tempo e le cose? Cosa succede alle cose nel tempo e, inoltre, cosa succede al tempo quando si smarrisce tra le cose? L’ipseità del mondo viene rafforzata dal tempo o ne viene rettifficata, plasmata, soggiogata? Con una certa approssimazione terminologica, la scienza moderna dichiara che il tempo non esiste, anche se l’esistenza è già una funzione del tempo e bisognerebbe magari invocare qualche altra categoria. Nella teoria della relatività, il tempo diviene un’ulteriore coordinata, creando non pochi problemi e paradossi. Kurt Gödel, poi, deriverà dalle equazioni della Relatività Generale persino un universo con linee di tempo chiuse. Per i Greci molti erano invece i volti del tempo: era Chronos (Χρόνος) e Aion (αἰών), materiale e divino allo stesso tempo, cosmico e particolare, presente e assoluto, infinito e finito. In quanto divinità il tempo dei Greci sapeva soggiogare il finito. Ma il tempo non si annulla nelle cose, sono queste che invece si sciolgono nel tempo, come gli orologi liquefatti di Dalì, soggiogati dalla misura dell’eterno. La stessa cosa diranno, in modi tra loro diversi, anche autori come Kafka e Borges.

Cosa succede allora all’uomo quando decide di sottrarsi all’eternità e nuotare solo nelle paludi del tempo? Tra quelle paludi l’essere umano e il suo sentire sembrano allora una piccola cosa e per coloro incapaci di vedere oltre l’infinitesima misura delle cose, tutto si riduce e riconduce alla fosca ombra delle lancette. Chi, invece, sa come aprire gli occhi davanti al vero scopre che l’eternità è già contenuta nel presente di un istante, che si può vivere il tutto nel nulla e viceversa, che si può guardare un fiore e pensare ad un tramonto, coprire una rosa e vederla più vera, cogliere il battito d’ali di una farfalla e trovarvi i segreti dell’amore o dell’infinito. Se il tempo degli antichi soggiogava le cose era però incapace di soggiogare la volontà vera dell’uomo. Il cuore umano per le mitologie e le fiabe è sempre stato più forte di qualunque fiamma e più duro di ogni lancia con la quale lo si voleva trafiggere. Daniele entra nella fossa dei leoni con cuore sereno perché egli sa, conosce una verità interiore che gli altri, quelli che dei leoni hanno paura, non conoscono. Peccato che nessuno potrà mai spiegare nulla della verità vera a coloro che preferiscono abitare nelle tenebre chiamandole luce: Loco è là giú non tristo da martiri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri (Purgatorio, VII). Osservando i fatti del mondo è particolarmente sorprendente scoprire la gran quantità di errori con i quali l’uomo contemporaneo si trastulla e distrugge la sua vita ed il suo ambiente. Scrutando la società contemporanea che, a dispetto dei tanti menestrelli che ne cantano sedicenti lodi, non è ancora una società autentica ma appena una grande tribù, ci accorgiamo di innumerevoli ingiustizie e cose sbagliate che, però, passano per scontate e impossibili da cambiare. Viene detto: sono così e basta! E non soltanto le aberrazioni criminali, ma l’ambito ben più pericoloso di quello che viene considerato “normale”. Il terreno del “normale” su cui la borghesia ha costruito questo nuovo mondo. È sbagliato il modo di vivere dei molti che vede il mondo come il terreno della competizione e non della cooperazione. È sbagliato il nostro modo di muoverci perché inquina l’aria che respiriamo, è sbagliato il nostro modo di impacchettare cibi perché produce un’immensità di rifiuti inutili, è sbagliato il nostro modo di utilizzare e consumare le acque perché inquina una risorsa primaria e chiunque sia davvero capace di pensare autonomamente sa che quest’elenco potrebbe continuare a lungo. Dai più remoti angoli dell’Asia passando per l’Africa, l’Europa o le Americhe ovunque ci sono scatoloni di metallo, plastica e gomma che producono incessantemente rumori e inquinamento per spostare uomini e merci. E tutto questo lo chiamiamo economia, sviluppo, progresso e tante altre banalità ideologiche. Per questo devono poi cambiare il nome a tutto, un po’ come nell’avvertimento di Tacito: Ubi solitudinem faciunt pacem appellant, Dove creano un deserto lo chiamano pace.
(© Sergio Caldarella)

Thursday, May 17, 2012

Sonorità e pensiero


Per quanto sonoro possa esser un pensiero, non potrà mai produrre alcuna eco in un’epoca disperatamente sorda.

 (Dr. Divago)

Tuesday, April 3, 2012

I ciambellani


Nella puntata dell’Infedele del 26 marzo 2012 condotta da Gad Lerner, il signor Carlo Galli, docente universitario ed uno tra i tanti piccoli ciambellani del nostro tempo, ha esordito con la dichiarazione secondo cui oggi “c’è un’idea della politica in qualche modo ‘platonica’ dove una classe di tecnici guida la città sulla base della sua superiore conoscenza”, una concezione dalla quale lui dissente perché “superata dalla democrazia”. Peccato che nessuno degli astanti, tra cui l’eminentissimo Paolo Mieli, si sia curato di correggere il professorino ricordandogli che la sua volgarizzazione destrorsa di Platone sarebbe forse andata bene per un’osteria, ma non di certo per una trasmissione televisiva che voglia dirsi colta – vengono i brividi pensando a chissà cosa racconta uno di questi ai suoi studenti. Il signor Galli non è comunque il solo nel suo attacco a Platone, anzi viene da pensare che egli ripeta pappagallescamente una vulgata sentita altrove. Del resto, per darsi ragione questa gente deve prima dipingere l’idea platonica in una forma grottesca per poi pretendere di ridicolizzarla attraverso banalità e luoghi comuni, ma questo è un vecchio trucco per abbindolare quelli che non sanno di cosa si parla. Se quella concezione da Galli succintamente esposta avesse alcunché di platonico allora si potrebbe anche ragionarci sopra, ma quella descrizione è più il frutto di un nozionismo liceale mal digerito che un’esposizione autentica dell’idea platonica – del resto l’ignoramus in cattedra è uno dei cardini primari di questo nostro grottesco sistema sociale e in Italia è una faccenda antica.
La situazione in cui si dibatte la società contemporanea è, in realtà, l’esatto opposto dell’idea platonica - costoro parlano invece di “ideale platonico” proprio per svuotarne il contenuto attuale. Le nostre classi dominanti, i novelli signori del mondo, non hanno né i caratteri né l’aspirazione alla sapienza o alla vita vera che Platone, invece, richiede come basi del buon governo. Le nostre classi dominanti sono quanto di più mediocre e volgare si possa trovare nella società e non parlo solo dei soliti Scilipoti, dei La Russa, Dalema, Fassino o degli Angelino Alfano. Questi sono appena la punta del peggio, poiché il malessere è generalizzato e non è solo un fatto italiano. Negli Stati Uniti basterebbe osservare i discorsi e l'attività di politicanti quali John Boehner, Paul Rian o Eric Cantor (i quali, in futuro, daranno molto filo da torcere al mondo) per capire che non è un problema esclusivamente italiano. Costoro sono gli uomini pratici, i πρακτικοι che pensano di sapere sempre tutto sulla vita e invece non ne sanno nulla. La sola cosa che a malapena sanno è come contare sassi e bottoni. Sanno senza dubbio come si fanno le piccole cose, sanno orientarsi nella selva, sanno come si ottiene questa o quell'altra cosa, una licenza o una patente, una pagella o una medaglia, ma tutto ciò che costantemente fanno è occuparsi sempre e solo del proprio anus e di null’altro. Conseguentemente, questa massa di persone menomate dentro che si affollano nelle posizioni di controllo dove potrebbero mai condurre una società se non al di fuori della vita vera?
Sembra proprio che lo pseudoindividualismo contemporaneo intenda se stesso proprio a discapito dell’individualità altrui mostrandosi, in sostanza, come una bieca revisione del mors tua vita mea e favorendo, in conseguenza, l’imporsi di basse pulsioni, egoismi, crudeltà e di una barbarie generalizzata che, sul lungo periodo, condurrà nuovamente ad infiniti lutti. Giambattista Vico ci ha del resto ben insegnato che la storia non procede linearmente, ma sale e scende in innumerevoli corsi e ricorsi.
Al mondo la nobiltà del cuore non muore certo, ma rifugge e cede attonita il passo alla barbarie di zappa e coltello.
Tra le tante cose si tende anche a sottovalutare fin troppo la trasformazione psicologica che i miti della società moderna hanno imposto all'uomo contemporaneo, nonostante egli sia in larga parte ignaro dei condizionamenti che lo hanno ridotto a questo punto l’ideologia è ormai una forma dominante dell’esistere e della determinazione politica e lo è in una maniera così permeante e ad un livello talmente radicale e capillare mai conosciuto da altre epoche. La situazione dell’uomo contemporaneo è preoccupante da dentro e da fuori. L’uomo massa sembra abbia perso ogni ontologia possibile perdendo, così, anche la nozione di se stesso definendosi unicamente sul meschino orizzonte dell’avere. Per questo la società attuale rifugge con grande sforzo, anche farmacologico, ogni genere di conoscenza autentica ed è massivamente impegnata a riscrivere anche il passato in funzione di questo minuscolo presente. A che servirebbe altrimenti la colossale industria dell’intrattenimento/condizionamento?
Alla base di quest’atteggiamento brutale verso il mondo e verso gli altri uomini c’è sempre, oggi come ieri, una spaventosa cecità sulle ragioni autentiche dell’esistenza umana barattata con una lista, più o meno lunga, di pappa e spesa. Misurare la vita in anni, cose, divani o denari significa non averne coscienza alcuna. Significa lasciarsi andare al brutale vaneggiamento da bestia secondo cui il mondo sia solo in ciò che c’è da toccare e da possedere e questo si contrappone al mondo da esperire attraverso la meraviglia e l’intelletto. E’ conducendo l’uomo per queste strade piene di rovi che hanno potuto escogitare un individualismo, o pseudotale, paradossalmente fondato sulla dimenticanza di sé. Un individualismo di esseri umani trasformati in copie di carta carbone gli uni degli altri.
Qualche tempo fa, mentre nel mondo c’era la guerra in Libia, Iraq e in Afghanistan, il terremoto e il problema nucleare in Giappone, problemi finanziari di ogni genere, venne chiesto ad un miliardario statunitense di nome Langone, quale fosse a suo parere il problema più grave del momento. Langone, con un ghigno significativo, rispose che il più grande problema degli Stati Uniti erano le proteste nel Wisconsin dove i manifestanti lottavano contro la sospensione del collective bargaining (il contratto collettivo nazionale di lavoro) da parte del governatore. Secondo l’anziano miliardario il problema più pressante di quei giorni non erano le varie guerre, la contaminazione nucleare o la disoccupazione, ma il contratto di lavoro collettivo dei dipendenti pubblici del Wisconsin! Sembrava quasi di rivedere il film Johnny Stecchino quando l’autista gli racconta che il problema peggiore per il quale la città di Palermo è nota in tutto il mondo è il “traffico tentacolare”.
Ovviamente per Langone questo era un problema perché la sua ideologia è parte di quella gente che vuole vedere il mondo in pezzi, quelli che pretendono di schiacciare l’universo intero sotto la loro bieca volontà di calcinacci e sangue. Se c’è una cosa che la sapienza antica ha sempre cercato d’insegnare è che non c’è uomo più pericoloso di colui che non sa cosa sia la vita vera.
Il potere è del resto una cristallizzazione della vita e, dunque, il primo sostituto della morte. L’incapacità di vivere di questi potentati viene mostrata con illuminante chiarezza dal fatto che non riescono neppure ad uscire dal meccanismo del potere arrivando ad un punto nella vita in cui riposarsi e godersi i frutti, meritati o meno, del loro lavoro. Warren Buffett, Rupert Murdock, Berlumponi e loro affini e consimili è gente che ad oltre settanta-ottant’anni, invece di riposare, si occupa ancora dei suoi traffici e affari! Ovviamente costoro ed i loro addetti stampa spacciano quest’incapacità di fermarsi come responsabilità, dedizione, etc. mentre è più semplicemente una spaventosa mancanza d'immaginazione e di vita: un grande letterato ha scritto che bisognerebbe che ogni tanto un poeta avesse una gran somma di denaro da spendere per far vedere ai ricchi cosa si può davvero fare con i soldi. Questi ricchi, invece, se non avessero il loro negotium non saprebbero cos’altro fare, questo significa che la loro intera esistenza è stata lentamente assorbita o succhiata dalla loro occupazione. L’uomo allora scompare e rimane appena l’occupazione, del resto Marx diceva che l’unico modo per sfuggire all’alienazione è proprio quello di abbandonarsi totalmente ad essa. Eccoli lì allora gli spettri viventi dell’alienazione con i loro occhiettini furbi che ti parlano dagli schermi o dagli scranni. La cosa più divertente – ma è humor nero – è che milioni di teste vuote li credano dei modelli da emulare e non degli esempi da rifuggire. Ancora una volta: o tempora o mores...
(Dr. Divago)

Monday, March 26, 2012

Siracusa nei ricordi degli altri

La casa editrice Baldini e Castoldi, a distanza di due anni dall’edizione svizzera pubblicata a Bellinzona, ha stampato un volumetto di frammenti biografici di Demetrio Eugenio Vittorini, figlio del grande Elio. Il libro si articola in quarantatré frammenti più un epilogo e racconta sprazzi della vita familiare dei Vittorini, ma anche dell’Italia del tempo, dello zio e premio Nobel Salvatore Quasimodo e dei tanti amici e conoscenti della famiglia, dalla scrittrice Marguerite Duras e suo marito il filosofo Dionys Mascolo, a Sonia Blair vedova di George Orwell, fino a Peppino Burgio, emigrato da Siracusa per andare a combattere in Spagna contro i franchisti. Il fatto che il libro di Demetrio Vittorini sia composto da frammenti spiega forse l’assenza di tanti nomi e cose notevoli che, inevitabilmente, sono collegati alla vita di Vittorini e vanno da Cesare Pavese al Gattopardo. Del resto lo spazio, di appena un centinaio di pagine stampate in corpo dodici, non consente chissà quali voli pindarici; stupisce, però, la presenza di un’unica citazione su Togliatti in cui Elio Vittorini è dipinto mentre chiede al segretario del Pci un favore di natura privata: nessuna parola invece, neanche una noticina alla fine, sulla dura polemica che contrappose i due. Sullo sfondo si intravedono alcune figure importanti come Vittorio Sereni o Pratolini, ma vengono più o meno trattati come comparse.

Credo di aver letto, da qualche parte, che Vittorini, così come Vitaliano Brancati, non fosse un particolare estimatore delle Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa e il libro del figlio conferma questo ricordo: «Una cosa che Elio non poteva soffrire erano le rappresentazioni classiche al Teatro Greco. Li trovava spettacoli pieni di affettazione e pretenziosità». Altra cosa di cui Demetrio Vittorini è prodigo nel libro sono le descrizioni di Siracusa come di una città «distrutta dall’avidità, stoltezza e brutalità dei suoi abitanti. Dico questo perché non venga in mente a qualcuno di cercare qualche traccia di Elio Vittorini tra le disgraziate rovine che si ostinano ancora a chiamarsi Siracusa» (nonostante fino a qualche anno fa vi abitasse ancora la zia Iole). Il figlio di Vittorini scrive di una città distrutta: il suo splendido padre avrebbe magari sostenuto l’idea di una città offesa, ma non distrutta. Diversamente dal figlio, Elio Vittorini di Siracusa conosceva gli odori dei vicoli ed i tramonti sul mare, era cresciuto tra i vicoli di Ortigia passeggiando sotto le fioche luci notturne e più volte si era fermato ad ascoltare le voci dei bimbi tra quelle viuzze capaci di ritagliare forme strane da un camminamento di via del Laberinto, alla Mastrarua o nella discesa di via Dione. Il padre conosceva il vociare della gente tra i vicoli, l’odor di pasta e in alcune stradine il profumo del legno tagliato dagli ebanisti, oppure quella forte aria piena di salsedine che viene dal mare quando si passeggia sul lungomare di levante oggi a lui dedicato. Ma il figlio, pur avendo vissuto per un certo periodo a Siracusa, queste cose sembra non le abbia mai sentite e nel suo libro condanna capre e cavoli: la città bella ed i suoi cattivi padroni. «Siracusa nel ‘48 aveva solo una libreria e non credo che la situazione oggi sia migliore perché le centomila piccole, rabbiose automobili che infestano quelle rovine non sanno leggere, così come gli zombies (sic) senz’anima e senza memoria che stanno dietro al volante di quelle macchine. Dopo aver distrutto una città gli esseri umani si estinguono e lasciano solo macchine e zombies tra cumuli di rifiuti». Ma di quale città sta scrivendo Demetrio Vittorini? Magari prima di lanciarsi in un tal panegirico, avrebbe potuto documentarsi e scoprire che, attualmente, a Siracusa esistono oltre una decina di librerie, senza contare gli antiquari. Quell’unica libreria di cui Demetrio Vittorini scrive è forse la libreria di Rosario Mascali (perché sulla stessa strada c’era anche la libreria del famoso signor Taggeo, un personaggio che sembrava uscito da un racconto di Christopher Morley) e dimentica che, per una cittadina meridionale degli anni ‘50, anche una sola libreria, non sarebbe stata comunque poca cosa. Demetrio Vittorini sembra anche ignorare che proprio Rosario Mascali era anche editore e che, in alcuni casi, i volumi pubblicati da quella libreria di Siracusa sono oggi diventati parte integrante della cultura nazionale: penso al libro Che cos´è questa Sicilia? di Sebastiano Aglianò, siracusano emigrato a Firenze e pubblicato per la prima volta dalla meritoria libreria editrice Mascali nel 1945. L’opera di Aglianò venne persino recensita da Eugenio Montale, Guido de Ruggiero e Leonardo Sciascia e ripresa da Mondadori e Sellerio. A questo punto mi sia concesso aggiungere una breve memoria personale: da ragazzo, frequentando proprio la libreria Mascali, mentre una sera sfogliavo alcuni libri in uno dei tanti angoletti dedicati a questa o quella disciplina, sentii il proprietario, il vecchio signor Mascali, che ascoltava un signore –l’unico al quale fosse consentito fumare dentro la libreria – il quale gli confidava: “Ah! Da Bompiani mi trattano male...”. Anche se ero ragazzo capivo bene che Bompiani era un editore nazionale e devo ammettere che nell’uomo che parlava c’era un petit je ne sais quoi, una particolare presenza e un portamento non comuni, ma in quel momento non riuscivo proprio a spiegarmi la frase sull’editore Bompiani. Durante la successiva visita alla libreria, chiesi al signor Mascali chi fosse quel tizio che, qualche giorno fa, gli parlava di Bompiani in prima persona. Il signor Mascali mi guardò un po’ sorpreso e poi, quasi sottovoce, mi disse: “ma quello è Leonardo Sciascia...”. Fu così, grazie al vecchio Mascali, che il primo scrittore da me incontrato sia stato proprio Leonardo Sciascia! E per Demetrio Vittorini quella era una sola libreria... In siciliano diremmo che è sì una, ma fa per cento!

Demetrio Vittorini, ignorando proprio molte faccenduole su Siracusa, nel suo libro rincara la dose prendendo di mira anche i monumenti della città e narra il resoconto di viaggio di un tal Herbert Kirby il quale pare abbia descritto il Duomo di Siracusa come «una bella donna che si è messa sulla faccia una maschera di carnevale». A queste digressioni l’autore aggiunge anche singolari considerazioni enologiche: «A Siracusa si beveva solo del passito dolce (...) Il vino secco era considerato un vizio da marinai». Dimentica, magari, che questa città millenaria aveva anche una sua particolare qualità di vino; il buonissimo Albanello di Siracusa prodotto da Viola, quel bar in Corso Matteotti a qualche centinaio di passi dalla libreria Mascali di via della Maestranza. Navigando da un’imprecisione ad un’altra, Demetrio Vittorini arriva all’iperbole raccontando che suo nonno Sebastiano pur facendo il cameriere al Caffè della Posta (locale che l’autore ritiene esista ancora), morì da Gran Maestro della loggia massonica siracusana! Ci si chiede innanzitutto di quale loggia massonica parli, poiché pare ne esistesse più di una, e, in secondo luogo, doveva trattarsi di una loggia ben strana se il cameriere del Caffè della Posta, non appena posava la sua giacchetta bianca dopo aver servito ai tavoli, poteva, ma solo in gran segreto, indossare quella di Gran Maestro e impartire insegnamenti esoterici a coloro ai quali aveva poco prima servito una granita alla mandorla, una fetta di cassata o un cannolo.
Inutile continuare a citare le incompletezze e le inesattezze del libro, il suo carattere disomogeneo, i giudizi affrettati e le tante esagerazioni (se magari nella premessa l’autore non avesse invocato il carattere biografico dell’opera, tirando in ballo nientemeno che James Boswell, avrebbe poi potuto chiamare a sua difesa la disomogeneità della memoria). Di certo si tratta pur sempre di una testimonianza personale ed è in tal senso che ha un suo valore, anche se ciò non impedisce, tra un pensiero e l’altro, il sorgere di una considerazione: da un padre come Elio Vittorini ci si sarebbe aspettati un figlio capace di meglio.

(Sergio Caldarella, edizione rivista di un articolo pubblicato nel 2002 sul quotidiano “Libertà”).