Sunday, November 27, 2011

L’invisibilità dei sapienti


Se agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, giungendo alla stazione di Praga, un viaggiatore avesse chiesto dove si trovava la casa di Franz Kafka, pochissimi avrebbero saputo fornire indicazioni specifiche perché all’epoca, a parte un ristrettissimo gruppo di intellettuali, quasi nessuno conosceva quello che viene ormai definito come “il grande praghese” – facendo magari un certo torto ad altri grandi praghesi quali Jehuda Loew, Rilke, Jaroslav Hašek, Gustav Meyrink/Meyer (praghese d’adozione) e moltissimi altri tra cui lo stesso Max Brod senza il quale, di Kafka, non avremmo quasi nulla. Per un viaggiatore dei nostri tempi è invece diventato pressoché impossibile visitare Praga senza imbattersi in uno dei ritratti di Kafka quasi ad ogni angolo della città. Il viaggiatore immaginario di cui sopra avrebbe avuto la stessa difficoltà a reperire notizie andando a Lisbona e chiedendo di Pessoa, nell’Amsterdam di Spinoza, nella Copenhagen di Kierkegaard: poiché anch’essi erano invisibili al loro tempo. Nietzsche, altro grande invisibile alla sua epoca, diceva che se gli uomini ti acclamano, vuol dire che sei sul sentiero di qualcun altro.
Nonostante i preclari esempi di cui trabocca la storia culturale sono in molti, in particolare nell’epoca dell’immagine in cui ci è dato vivere, a ritenere che la visibilità di un pensiero nel suo tempo sia il criterio di giudizio della sua validità e per questo pongono tanta attenzione ai vari premi e conferimenti. Eppure l’invisibilità di certi scrittori alla società del loro tempo grida forte contro questi meccanismi. I nomi di Rudolf Eucken, Henrik Pontoppidan, Wladyslaw Stanislaw Reymont, sono oggi quasi del tutto dimenticati eppure, tra il 1908 e il 1924, a tutti questi è stato conferito il premio Nobel per la letteratura. Allo stesso tempo quasi tutti hanno sentito parlare o conoscono Proust, Kafka o Joyce i quali, seppur attivi nello stesso arco di tempo, non ricevettero mai il premio dell’Accademia di Stoccolma. Non dovrebbe forse questo significare qualcosa e magari insegnare a diffidare di pensieri troppo riconosciuti dal loro tempo? Da qui, però, bisognerebbe forse potersi ingegnare per riuscire ad immaginare come possa anche essere il contrario, che siano ossia proprio tali pensatori a non voler apparire con troppa evidenza nel loro tempo. L’invisibilità del sapiente può anche esser vista come un’astuzia per sfuggire al panopticon dei poteri. Troppa visibilità ha sovente attirato tanto odio, condannando questi grandi alla cicuta, alla tortura, al patibolo, alla scomunica, alla pira o alle tante altre villanie con le quali il volgo sempre affligge coloro che non gli assomigliano. Curioso pensare che prima li ammazzino e poi gli erigano statue. Ma questa non è, in fondo, la sola ragione per la quale coloro che amano il sapere se ne stanno da parte: l’amore per la conoscenza è una pianta preziosa e rara e, dunque, una cosa per pochi, mentre la società di massa impone che ci siano quelli che gridano per raccontare una verità fatta a misura di tutte le teste e il loro urlo è così forte e banale da assordare chi ha ancora orecchie fini. Pasolini diceva convinto: «La cultura media è sempre corruttrice». Tra queste grandi differenze finiamo per avere da una parte i grandi semplificatori, quelli che raccontano la fiaba di un mondo facile e banale e dall’altra quei pochi che si aggirano tra le strade notturne del sapere sussurrando: “...eppur si muove”. Spinoza avrebbe magari detto che una cosa non cessa di esser vera solo perché non è accettata dai più. La storia insegna che la conoscenza autentica non ha mai avuto bisogno delle folle, anzi in un certo modo le rifugge: la sapienza grida sì “per le vie, fa udire la sua voce per le piazze, chiama nei crocicchi affollati, all’ingresso delle porte” (Proverbi 1:20), ma è una voce sottile che poche orecchie sanno, possono o vogliono cogliere. Che senso avrebbe dunque provare a raggiungere quelli che della voce del sapere non sanno che farsene? Il califfo Omar, quando nel 640 fece distruggere quel che restava della favolosa biblioteca di Alessandria, giustificò il suo atto con un paralogismo buono per le orecchie del suo tempo: «se il contenuto di questi libri si accorda con il libro di Allah, noi possiamo farne a meno, dal momento che, in tal caso, il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme rispetto al libro di Allah, non c’è alcun bisogno di conservarli» (anche se alcuni ritengono che si tratti di una storia inventata da Ibn al-Qifti e resa nota in Europa dagli scritti di Grigorios Bar Hebræus). Sia come sia il califfo Omar appare in questa narrazione come quei tanti che della conoscenza non hanno mai saputo che farsene.

In una realtà che rifugge dal senso, l’allontanarsi del filosofo diventa allora un avvicinarsi al significato e il suo silenzio un incommensurabile atto d’accusa. Quelli che si ingegnarono a tormentare e poi uccidere il grande Manlio Severino Boezio non capivano che con lui stavano mettendo a morte l’ultimo dei grandi Romani, sancendo la fine di quell’Impero di cui essi erano ormai solo ombre. Dalla sua cella Boezio scrisse la Consolatio Philosophiae, un maestoso commiato e un indelebile atto d’accusa poiché anche un uomo solo può ergersi contro un mondo intero. Nella Consolatio Boezio arriva anche a spiegare, con una lucidità commovente, l’irrealtà del male: «I cattivi, i quali sono la maggioranza tra gli uomini (ut malos, qui plures hominum sunt), non sono (…) Io non contesto, infatti, che i cattivi siano, appunto, cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano. Infatti, allo stesso modo che un cadavere potresti chiamarlo “uomo morto”, ma non semplicemente “uomo”, così son disposta a riconoscere che i viziosi siano, appunto, cattivi, ma non potrei mai ammettere che essi, in assoluto, siano». Dopo Boezio, come ci si poteva aspettare, giunse il Medioevo.

Nella tradizione ebraica esiste il concetto dei lamed-vav (ל"ו צַדִיקִים‎‎), i trentasei giusti sui quali si racconta riposi il destino del mondo e il Talmud spiega che, se una sola di queste trentasei persone venisse a mancare in una generazione, il mondo cesserebbe di esistere (Sanhedrin 97b; Sukkah 45b). Un altro modo per chiamare i trentasei in ebraico è Nistarim, coloro che vivono nascosti e sono, in genere, invisibili ai molti: questi possono essere portatori d’acqua, lustrascarpe, barbieri, perché ciò che essi sono non è in ciò che fanno e in questo si annida una grande lezione anche per il nostro tempo, semmai il nostro tempo fosse in grado di capire alcunché. Il libro del Genesi riporta una concezione affine quando ad Abramo viene chiesto di trovare un certo numero di sapienti onde risparmiare Sodoma. L’esistenza del mondo è, nella tradizione etica dell’ebraismo, garantita dall’esistenza dei sapienti – è quando Abramo non riesce a trovare nessun sapiente che Sodoma viene condannata alla distruzione. Maimonide utilizzerà questo tema sotto altra forma quando scriverà che l’esistenza del mondo si basa sul respiro dei bambini che studiano affermando, implicitamente, che il fondamento del mondo sono i bambini, ossia l’innocenza, e lo studio. Pavel Florenskij condurrà ancor oltre questo discorso scrivendo: «A ciascuno Dio ha concesso una certa misura di fede, cioè “una convinzione di cose invisibili”. Il pensiero può essere sano soltanto entro i limiti di questa fede, fuori dei quali diventa deforme» (Le porte regali: saggio sull’icona). La meraviglia di queste parole è riservata a chi le intende e intendere è una tra le forme del sentire e per questo nelle nostre società ove gli esseri umani vengono manipolati quasi al limite dell’inesistenza e dell’inconsistenza il sentire dev’essere la prima vittima del sistema.

La società del contrario intorno a noi, ossia un’epoca che vive nella più profonda contraddizione e dimenticanza di sé, ha sostituito il fare all’agire e quando l’uomo vive unicamente nella dimensione del fare, sente come se non avesse più nulla da cercare nella dimensione del pensare e allora vive abbandonato al narcisismo e alla vanità. In breve, vive abbandonato alle nevrosi della materia, mentre proprio uno dei grandi insegnamenti, da Socrate a Freud, è quello secondo cui il pensiero cura o, meglio, la cura è nel pensiero. L’appiattimento sul fare ci ha anche disabituati a pensare in termini diversi da piccoli canoni e secondo il folle principio di “pensa solo a te”, ci ha ossia disavvezzati a pensare realmente in termini di valori umani e individuali, trasponendo tutto nella dimensione dell’omologazione e del collettivo: “lo fanno tutti” ha il significato intrinseco di “...allora va bene farlo”. Pare proprio si sia allora riusciti nel creare una società che è, al tempo stesso, massificata e narcisista: due termini apparentemente inconciliabili che trovano, invece, impossibile conciliazione nella triste omologazione contemporanea. Un paradossale narcisismo massificato è quello in cui tutti aspirano a ciò cui aspirano tutti gli altri e, poiché il narcisista adora non solo la proiezione della propria immagine, ma anche la sua sproporzionata riproduzione, egli non potrebbe mai riuscire a comprendere colui che invece si ritrae dal ballo, le lodi e le mete comuni. Come potrebbe del resto il rospo intendere che al falco non interessano le pantegane? La tradizione ebraica è fin troppo chiara sul ruolo umile dei sapienti che Christoper Morley spiega in maniera eccellente ne La Libreria Stregata scrivendo: «i veri amanti dei libri si trovano di solito tra le classi più umili. Chi ha passione per i libri non ha tempo il né la pazienza di studiare piani per ingannare i suoi simili in vista della ricchezza ».
Il contemporaneo moloch del “successo” viene anche interpretato, al di là del solito appetito di cose accumulate e da consumare, come l’imposizione della propria immagine attraverso schermi televisivi o cinematografici ed a pochi viene in mente la vacuità di quest’ennesimo delirio. Un antico detto ripeteva che anche sul trono più alto si logora il fondo dei calzoni, questo per indicare che la caducità delle umane cose si applica forse più al potere e al possesso che non al pensiero. Socrate avrebbe magari ricordato che l’ἀρετή, approssimativamente tradotto come “virtù”, consiste nella conoscenza (e pratica) del Bene che è, poi, conoscenza propria di sé.
Accettando le vacue logiche dela società contemporanea si entra in una mentalità da spettatori/consumatori anche di fronte al mondo delle idee e, conseguentemente, di fronte alla vita. Si crede che le idee debbano venire a noi ed i pensatori debbano trasformarsi nei nostri giullari proponendoci il pensiero come se fosse uno tra i tanti prodotti di consumo sugli scaffali: del resto una società mercantile vedrà mercanti ovunque. L’unico sforzo che rimane da fare è allora premere un tasto su un telecomando per veder apparire quel che si vuole sullo schermo che raggiunge tutti, ma puo’ esser raggiunto e gestito solo da pochi furboni dietro le quinte. Il pensiero, però, non è mai stato un prodotto di consumo, esso è una pianta sacra e rara che richiede una profonda attenzione alla vita e non la distrazione da essa. I filosofi autentici, quelli che un tempo venivano chiamati maestri, trovano anche un sottile gusto nel vivere celati agli sguardi dei molti e Fernando Pessoa, che dell’invisibilità aveva fatto uno dei segni della sua arte, scriveva: «Un uomo di genio sconosciuto può godere della voluttà soave del contrasto tra la propria oscurità e il proprio genio e, pensando che sarebbe celebre se lo volesse, può usare come metro del proprio valore la migliore misura: se stesso» (1915). Se, del resto, uno scrittore autentico com’era Pessoa andasse oggi in televisione e iniziasse a parlare davvero di cultura la gente non capirebbe quello che dice perché è troppo abituata ad un linguaggio sciocco, modellato su convenzioni e trucchetti di poco conto. Chiaramente in un sistema corrotto bisogna solo far parlare quelli che non hanno nulla da dire o sono interamente organici al sistema dell’idiocrazia e da qui a pensare che questo sia il solo sistema possibile il passo è fatalmente breve. Sadr âl Dîn Shîrâzî (1571-1640) scriveva già a suo tempo: «Ho dovuto constatare di persona che oggi, a voler istruire gli ignoranti e gli incolti, ci si attira solo ostilità. Ho visto brillare in tutto il suo fulgore il fuoco infernale della stupidità e dell’aberrazione (...) Ho urtato contro l’incomprensione di genti cieche alle luci ed ai segreti della saggezza (...) genti i cui sguardi non hanno mai oltrepassato i limiti delle evidenze materiali e le cui riflessioni non si sono mai innalzate al di sopra degli abitacoli delle tenebre e della loro polvere (...) Questo soffocamento dell’intelligenza, questo congelamento delle qualità naturali, questa ostilità della nostra epoca alla conoscenza, alla gnosi, alla spiritualità, al bene nostro e di tutti m’hanno consigliato infine di nascondermi a loro, e di coltivare la saggezza e la via mistica nei ritiri nascosti e sublimi». Considerazioni simili sono state parte del bagaglio del pensiero più o meno in ogni tempo e sotto ogni cielo.

Forse uno tra i più grandi drammi della società contemporanea è che a pochissimi viene ormai in mente di dubitare del proprio narcisismo e delle proprie nevrosi che, proiettate sul mondo e sugli altri, gli conferiscono un’aura tremendamente sinistra. Alla fine non viene più in mente quasi a nessuno di dubitare della stabilità delle proprie proiezioni e questo non solo impedisce di guardare al mondo secondo una prospettiva altra, ma anche di vedere la società non soltanto com’è o appare ma anche, secondo un’altra prospettiva, la visuale del poter essere. Il contrasto tra gli altisonanti annunci della nostra società, i suoi presunti grandi ideali e il comportamento degli uomini nella loro quotidianità è fin troppo stridente per non venir notato da uno sguardo scevro dai condizionamenti della propaganda dominante. La conoscenza non può che essere trasformazione interiore e quando di fronte all’ex Presidente Bush Jr. o davanti al Signor Berlumponi non si vede una persona piccola e confusa o un “vecchio malvissuto” (Manzoni), ma si pensa di avere a che fare con immagini di successo, si mostra solo la nostra incapacità di vedere davvero. La conoscenza autentica, in quanto supremo antitodo alla hybris, potrebbe insegnare nuovamente a vedere davvero ed è magari per questo che i vari potentati sono tutti uniti nel tenere il sapere autentico lontano dalla società alla quale essi purtroppo impongono la loro piccolezza. Come si fa, dopo, a meravigliarsi se le cose vanno tanto male come vanno?

(Sergio Caldarella, L’invisibilità dei sapienti, in Bollettino di Studi Contemporanei, Nov. 2011).

Wednesday, November 9, 2011

Le aspirazioni della società del contrario.


«Pare che una tra le peculiari aspirazioni di una società fondata sul capitale e orientata al consumo sia quella di ridimensionare la cultura a mera funzione di intrattenimento, falsamente interpretando come conoscenza tutto ciò che intrattiene le moltitudini. In questa società del contrario quello che viene prima di tutto è il presunto benessere materiale, ossia l´acquisizione e il mantenimento di oggetti vari per il breve periodo del vivere, e questo implica anche che la società occidentale tende e tenderà sempre più a configurarsi sul rapporto tra privilegiati e coloro che invece non godono di una posizione sociale benigna, orientandosi verso i primi e questo, oltre a creare conflitti e disequilibri, rappresenta anche il fallimento di ogni ideale di umanesimo in cui è l´essere umano il centro del vivere e non il capitale. Nessuno potrebbe negare che i presunti grandi fini di questa società, se guardati con lucidità, non solo sono facili da capire e conseguire, ma anche ben poca cosa. (...) Se in una società che si proclama avanzata è ancora e sempre il denaro a rendere misura di tutto, anche dell’uomo trasformato in una semplice somma di cose, questo è solo l'ennesimo segno di una rinnovata barbarie».

(Tratto da: Sergio Caldarella, La Società del Contrario, Zambon 2005, p. 29)

Wednesday, September 28, 2011

Count the Stars


Two among the most dangerous words in almost every language are: “What is” and “perhaps”. Even a keen thinker like Søren Kierkegaard felled in the trap by asking: “The man is the spirit, but what is the spirit?” But if the spirit is not “a thing”, how can you ask “what it is?” Those two apparently simple and innocent words make you believe there is “a something”, an essentia, that can be really “grasped” to the extent that we might “know” what it is. “What is” imply something that “is” (substantia), and “perhaps” implies the grasp of possibilities, some sort of insight on what could be or not (affirmation and negation, two cornerstones of Western thinking). This is the point where the Danish Prince Hamlet brutally asks: “to be or not to be” and, as he rightly points, “that is the question”, not “a” question, but “the” question i.e. not be on one or the other side of being, but be always in between. Prince Hamlet, a literary Socrates, teaches through example: being forever undecided, between revenge and forgetting, because if you know, there is no other way to be.
Hamlet doesn’t seem to believe in “what is”, nor in “perhaps”, he lives in between. The Prince knows, that’s why he is so lonely, he knows that every certainty, each step into one decision or another, is not a commitment, but just another name for nonsense: “words, words, words…” You can’t win against Hamlet because he doesn’t leave any room for victory or defeat. The Prince is apart because it is the only place he could be. He stands fiercely, he questions life because he knows that the deepest wisdom is in not-saying, in not-doing; “I would prefer not to” (Bartleby). “To do” is to decide to be on one side or another, erasing all the rest in between. When asked how much he loves Ophelia he can only give a puzzling answer: «Doubt thou the stars are fire, \ Doubt that the sun doth move, \ Doubt truth to be a liar, \ But never doubt I love» (Act 2, Scene 2). The Prince of Denmark can only point into a hermeneutical direction, the way where the blind will never be capable to look; Hamlet is hiding in plain sight because “naked is the best disguise” (Congreve). The blind, i.e. the materialist, can only see what’s “there”, his question is “What is”, and his answer: “How can I do that? How can I doubt that the sun doth move or truth to be a lie?” The blind is always confessing, though involuntarily, through his words and actions. If you listen to him he reveals himself and therefore fails Hamlet’s test. Hamlet is well aware of this and his words have also the scope to push away those who can’t see. If you can see, you’ll see. Do not try to count the stars with your fingers, count them in your heart, that’s the real question. Do not say what it is or what could be, read what is not there and see through it, read the absence; do not expect an answer or a decision, those are for the fools that calls themselves “smart”. The other important question here would also be: does Ophelia really love Hamlet? But that’s another matter.

At this point someone like the academic W. V. Quine would be totally lost because, contrary to his claims, in Hamlet there is no “ontological problem”. There is no “what there is?” But such academics are Aristotle’s nephews and, same as the Stagirite, whenever there is a conceptual problem, they invent a new partition. Hamlet does not divide: he asks to ponder what’s in between. The Eastern thinkers got it right in the first place: Master Dōgen did not divide being from time and taught, instead, the concept of being-time (Uji), seeing them as identical and inseparable. The Kegan Buddhism will declare that one of the ten mysteries is that all things exist in their times and in all time. Borges should probably have heard that while writing The Aleph.

Words can have many different meanings, but still fail to grasp the totality, and sometimes could even be incapable to grasp, or say, only one single thing right. You might have the words but not the keys. Words can generate paradoxes and we are so foolish to believe that paradoxes are like strange dragons waiting to be killed by an armored Knight. When a paradox is real, teaches that there is no solution, at least not through words and his real lesson is: “count the stars”.

(© Sergio Caldarella)

Sunday, September 11, 2011

I labirinti del cuore


È dalla complessità delle domande che il vivere pone e impone all’esistere che emergono quei labirinti che il cuore sente e la mente prova ad intendere. Ne I labirinti del cuore si prova a trovare alcuni tra gli accostamenti in cui si scopre che c’è un curioso rapporto tra il tempo e l’amore, tra la distanza e il significato, tra le farfalle e l’anima. È la vita ad esser vittima delle passioni o sono queste a cadere sotto i dardi del vivere e del destino? Il tentativo proposto ne I labirinti del cuore è quello di addentrarsi nel castello dei sentimenti per scoprire che è dal cuore che deve partire ogni richiesta di significato che tenda alla verità vera e che qualunque altro moto che non parta dal cuore è solo vuota inerzia.
(Tratto dalla scheda editoriale de "I labirinti del cuore", Edizioni Illo Tempore 2011).

Saturday, August 6, 2011

Amare Platone


Se non fosse per ciò che essi amano, come si potrebbe mai arrivare a comprendere gli esseri umani? Livio Garzanti, raffinato autore ed editore, nel 2006 sorprende tutti con la pubblicazione di uno studio di rara erudizione dal titolo: Amare Platone. Una lettura del Fedro. Non è certamente un caso che Livio Garzanti intitoli il suo lavoro: “Amare Platone” e non con un semplice “studiare”, termine ormai volgarizzato da un uso scolare e decettivo. Platone non è, del resto, un autore con il quale si possa avere un approccio neutrale e Livio Garzanti questo lo sa bene. Quella che l’autore presenta, in apparenza, come una lettura del Fedro, il dialogo sulla bellezza, è invece una lettura attentissima e scrupolosa dell’intera opera di Platone e dei suoi commentatori.

Livio Garzanti, nella toccante ma perentoria dedica d'apertura, dichiara anche che questo studio su Platone è stato per lui, dopo la morte dell’amata moglie Gina, un lavoro per “ridare un senso all’esistere”. Da autentico uomo di lettere quale egli è Livio Garzanti confessa qui di ritornare alla filosofia di Platone per riconquistare, dopo una grande perdita, il significato dell’esistenza per tramite della scrittura. La finezza e la profondità di queste dichiarazioni può essere colta solo da chi intende la relazione intensa e vera tra senso ed esistenza, tra il vivere e l'esistere, quella connessione che, portata alle sue conseguenze, conduce al rapporto tra parole e lacrime che Ferdinand Ebner stabilì in ben altro libro.

Nell'opera di Livio Garzanti ci sono tutti gli elementi che un libro autentico deve contenere: c’è il pensiero e c’è la passione, i due fattori più importanti in ogni aspetto dell’esistere umano. Livio Garzanti lo dice con eleganza da gran signore: «In questo libretto ho cercato di trasmettere le mie impressioni come suggerimento per un avvio all’amore di Platone. L’amore è conoscenza, conoscenza di un’essenza, di una unità, ed è quello che chiede il molteplice che è nell’animo di Platone».

Nel mondo contemporaneo non abbiamo molta filosofia intorno a noi, abbiamo sì canzonette, paralogismi, trivialità d'ogni genere, mentre il pensiero autentico langue, anzi dire oggi di un argomento che è “filosofico”, sembra ormai un termine denigratorio. Se così non fosse, se non vivessimo in questa maniera barbara, il mondo non potrebbe andare tanto male quanto va, ma da troppo tempo si è lasciato il controllo di questa società ai peggiori tra noi e sarebbe ormai irragionevole attendersi da costoro alcunché di buono - e anche questo Platone non solo lo aveva già ben spiegato, ma ne aveva anche fornito l'antidoto. Oggi, chiaramente, la società dei peggiori arriva a definire Platone come un “cattivo maestro”, ma anche quest'epiteto è solo l'ennesima testimonianza del nostro piccolo tempo e dice più su noi di quanto non possa dire sul grande Greco. Difficilmente chi è troppo piccolo riuscirà mai a comprendere ciò che è immensamente grande e Nietzsche lo esprimerà con la sua solita grandezza scrivendo: «Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non sanno volare». In un tale contesto un libro come Amare Platone è una nota di luce nel mezzo di quest’inverno dello spirito.

Garzanti, nel suo scritto, svela tante profondità del pensiero platonico riproponendole con voce leggera, svelando, ad esempio, la contrapposizione tra l'episteme del Grande Greco, contro l’inconsistenza della volgare doxa dei Sofisti: «il pensiero si regge nella inesauribile ricerca di riferimenti a una verità che l’uomo deve porre oltre l’umano. (...) Tanto maggiore è il bisogno del vero e del giusto, quanto maggiore è l’incertezza del proprio esistere». Ecco, in frasi profonde e belle, le radici della filosofia autentica, quel pensiero che si muove sempre sul confine tra l’esistenza e l’esistere e così facendo getta uno sguardo a quei monti del vero da cui si intravvedono le forme del significato e del significante. Non è il guardare che conta, ma il “retto guardare” e Platone lo spiegherà dicendo che quando l’anima si fissa su ciò che è illuminato dall’essere, allora ne scopre la verità, ma quando si fissa su ciò che è misto di tenebra, che nasce e perisce, allora rassomiglia ad una persona senza intelletto. La vera vista, il retto guardare, è quello che coglie l’essenza delle cose e degli uomini. Tutto è dunque connesso in maniere inesplicabili, tutto canta in una musica dolce e leggera che solo orecchie finissime sanno cogliere. Bisogna allora ringraziare Livio Garzanti per aver dimostrato, con un libro da ricordare, che all’arbitrio e al delirio si può sempre contrapporre la profondità di idee senza tempo e che, anche in questa notte dello spirito, il pensiero sa come far vibrare quelle corde che rendono la vita vera esistente e significante. Liber legendus est.



(Sergio Caldarella)

Monday, August 1, 2011

Über die sogenannte Demokratie


Es ist einfacher zu sagen, was Demokratie nicht ist, als was sie wirklich ist.

Die Tatsache, dass für manche der Krieg eine Methode ist, die Demokratie zu verbreiten, zeigt, dass dieses Denksystem kein universelles System oder gar eine universelle Lösung ist. Wir dürfen nicht vergessen, dass, historisch betrachtet, die Demokratie ein System ist, das von der Bourgeoisie entwickelt wurde. Somit hat dieses System auch alle Grenzen, die deren kaufmännische Mentalität erzwungen hat. Deswegen theoretisieren manche Intellektuelle über eine sogenannte „Postdemokratie“.

Massimo Finis Buch „Gegen die(se) Demokratie. Ein offener Brief an die Untertanen“ (Zambon Verlag, 2006) kann auch dieser Strömung zugerechnet werden. Das, was wir in unserer Gesellschaft erleben, ist mit hoher Wahrscheinlichkeit lediglich der Geist der Demokratie, somit ist es ein unbefriedigendes Modell. Wie glaubwürdig kann ein sogenanntes demokratisches System sein, das gegen eine Diktatur kämpft und seine Kampfjets von Stützpunkten starten lässt, die in einem anderen diktatorischen Staat liegen? Wie glaubwürdig ist das Geschwätz von Freiheit und Gleichberechtigung in Ländern, in denen die Schwachen und Armen nicht zählen, solange sie nicht auf sich selbst zählen?

Welcher Politiker denkt ernsthaft an diese Leute, nur aufgrund von Moral und gesundem Menschenverständnis, mens rea? Nicht weil sie Wähler sind, sondern weil sie Menschen sind?

Die Demokratie ist wie die Vernunft: beide können hervorragende Instrumente sein, aber auch ungeheure Waffen. Trotzdem gilt immer noch die Frage, ob eine kapitalistische Gesellschaft eine ernsthafte Demokratie sein kann. Ob es in den Modellen einer solchen Gesellschaft Raum gibt für etwas anderes als die reine Machtausübung?

Denken wir jetzt an ein gewöhnliches Unternehmen, in dem einige Mitarbeiter von ihren Vorgesetzen schlecht behandelt wurden (Bossing). Welche Stellung werden 99% der anderen Manager einnehmen? Werden sie nur aufgrund der Ungerechtigkeit auf Seiten der Mitarbeiter sein? Oder auf der Seite ihres Kollegen? Gibt es hier noch jemanden, der so naiv ist, zu glauben, dass sie von der moralischen Frage mehr beeinflusst werden als von der Konzernzugehörigheit? Hierzulande sagt man: „Wes Brot ich ess, des Lied ich sing“. Ist das das Zeichen einer anderen perversen Moral oder nur das Zeichen der tiefen Verarmung unserer Seele?

Auf der Suche nach einem moralischen Vorbild, stieβ ein groβer deutscher Philosoph auf einen lateinischen Autor, genannt Juvenal, der in den Satiren schreibt: «Bedenke, dass es die gröβte aller Sünden ist, das Leben über die Ehre zustellen und somit im Namen des Lebens alles das zu verlieren, was das Leben lebenswert macht, summum crede nefas animam praeferre pudori et propter vitam vivendi perdere causas » (VIII, 79-84).

Immanuel Kant benutzt das als Modell für seine moralische Philosophie. Andererseits wurden die Menschen in den letzten zwei Jahrhunderten der wirtschaftlichen Manipulation davon überzeugt, dass moralisches Denken zu persönlichem Schaden führen kann! Mit dieser Mentalität wählen wir die Repräsentanten der Wirtschaft und der Demokratie; und darin liegt deutlich eine Gefahr.


(von Sergio Caldarella, © Alle Rechte vorbehalten)

Sunday, July 24, 2011

L’eclissi dell’Einzelmensch e la scomparsa degli unicorni






In un paragrafo della seconda parte dell’Essenza della Filosofia (Das Wesen der Philosophie, 1907) il filosofo storicista Wilhelm Dilthey intraprende una descrizione della “Struttura della società e collocazione, al suo interno, di religione, arte e filosofia” (almeno così recita l’intestazione del paragrafo). Nella sua disquisizione Dilthey, come altri suoi compari, procede spedito e perentorio e, in un passaggio sibillino, dichiara: «Il singolo uomo, come essere isolato, è una mera astrazione: legami di sangue, comunanza nel luogo di vita, relazioni di lavoro (nella concorrenza e nel lavoro comune, nei vari legami dal perseguire fini comuni), relazioni di potere nel comandare e nell’obbedire rendono l’individuo membro della società». Il modello umano e di società di cui Dilthey sembra si renda sostenitore e propagatore, fatto di legami, obbedienza e comando, lo si trova anche in altre teorizzazioni e, in tutte, il primo elemento destinato a scomparire è ancora il “singolo uomo”, der Einzelmensch, quello che in latino avrebbe magari avuto il nome di individuum, per far posto ad un modello di società dove il singolo uomo non ha più né posto né diritto d’esistenza, neppure ontologico. In questo mondo nuovo il singolo uomo deve eclissarsi, scomparire nell’orizzonte del Brave new world in cui si è tutti parte di un grande modello ben livellato, dove si perseguono fini comuni, relazioni di potere (che poi sono semplicemente relazioni ristrette al forcipe di comandare e obbedire) e si deve dunque essere tutti omologati verso quella presunta direzione comune decisa da quei pochi traviati da una volontà cieca e iniqua. Quelli che pensano di vivere per se stessi, ma alla fine non vivono per nessuno.

Con una frase dallo scrittoio, l’hegeliano Dilthey esegue l’esecuzione immateriale dell’Einzelmensch, descrivendolo come un’invenzione dei fumi di menti deviate dall’astrazione. I dittatori del Novecento passeranno invece a metodi meno teorici, eliminando materialmente quelli che non abdicando all’Odradek della società di massa, non si riconoscevano quali astrazioni di fantasmi in un mondo spettrale. Dilthey indica bene la strada per questa dissoluzione del Mensch nel Masse-Mensch (uomo massa), una dissoluzione contro la quale, agli albori della civiltà della tecnica già Rousseau, Stifter, Kierkegaard, Nietzsche, Thoreau e molti altri avevano invece ben messo in guardia.

Wilhelm Dilthey nasce nel 1833, dunque è di vent’anni più giovane di Kierkegaard e di undici più vecchio di Nietzsche, e trascorre una tranquilla esistenza da accademico scrivendo a più non posso sull’uomo, la società e der Staat (lo Stato). Egli è uno di quei troppi cattivi maestri in pannicelli caldi che hanno contribuito a costruire l’orrore sociale, umano e culturale di cui la nostra epoca è così imbevuta da non riuscire quasi più ad accorgersene.

Dalle parole dei cattivi maestri – volontari e involontari – tra Settecento e Ottocento si è dovuti passare attraverso due mostruose guerre mondiali e ferocissimi totalitarismi verticali per giungere al contemporaneo totalitarismo orizzontale che rappresenta solo il perfezionamento di quei meccanismi di controllo orizzontale già molto efficienti nelle società a totalitarismo verticale (in proposito è illuminante e consigliabile la lettura dell’ormai classico I persuasori occulti di Vance Packard).

Il totalitarismo verticale funziona, come appare già dal nome, dall’alto verso il basso: il Re, Imperatore, Capo, Duce, Führer, Segretario Generale, etc. comanda e tutti gli altri eseguono in ordine discendente. Il totalitarismo orizzontale è, invece, un tratto specifico e specioso delle epoche buie ed ha il suo centro nell’omologazione e nel controllo ideologico che il sistema pretende e impone da ognuno trasformandolo, lo si voglia o meno, in suo fattore agente - anche in questo caso la sola scelta possibile è quella tra obbedire o morire. Dante parlerà di costoro con la sua somma poetica ponendoli tutti nel canto terzo dell’Inferno come di quella gente «che par nel duol sì vinta» e Virgilio a lui risponde: «Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. (...) Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa». Coloro trasformati in fantasmi dalla loro stessa inedia spirituale sono anche i peggiori artefici di quel dominio silente che vuol imporre ad ognuno la stessa uniforme corporea e mentale. Il totalitarismo orizzontale è raffinato e suadente e certamente più pratico del totalitarismo verticale, anche se il risultato in sostanza non cambia: chiunque si opponga al modello dominante ne viene escluso e, in estrema ratio, eliminato silenziosamente o meno: basti pensare a quello che hanno fatto a Pasolini che aveva fatto della lotta all’omologazione una delle sue battaglie. Dilthey lo scriveva dalla sua comoda seggiola agli albori della Prima Guerra Mondiale: «Il singolo uomo, come essere isolato, è una mera astrazione» e come si potrebbe dunque considerare grave l’eliminazione di un’astrazione? O si può forse biasimare qualcuno che voglia ad ogni costo eliminare un unicorno?

Per tutti quelli rimasti che non sposeranno il Leviatano come luogo ove abdicare alla loro singolarità umana si apriranno i cancelli dei Lager, dei Gulag, dell’emarginazione e del silenzio. In altre parole: o riconosci di essere un fantasma oppure ti ci facciamo diventare noi.

La letteratura del Novecento spiegherà meglio della filosofia questa dissoluzione dell’uomo in un modello di società sempre più estranea all’umano, una società che vuol anzi trasformare l’umano in una “mera astrazione”. Per questo Hans Castorp, quando scende dal Waldsanatorium sulla montagna di Davos (dove oggi, per coincidenza sincronica, si tengono anche i grandi incontri dell’economia mondiale) non riesce più a riconoscere il mondo che aveva lasciato neanche un decennio addietro e, dall’altra parte, Bartleby di Melville, Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov, il Babbitt di Sinclair Lewis, Gregor Samsa di Kafka o Ulrich, ne L’uomo senza qualità, i quali, con metodi satirici, grotteschi o filosofici, cercano tutti di sfuggire ad un mondo che li vuol trasformare in vuote astrazioni. Il paradosso della società della tecnica creata, a suo dire, per servire al meglio l’uomo è che in essa proprio l’uomo non ha la tendenza a scomparire, ma deve forzatamente scomparire. E così i personaggi dei romanzi, ossia delle astrazioni, diventano quelli che, come voleva Pirandello nei Sei Personaggi, mostrano più realtà degli esseri umani a cui vorrebbe condurci la società della cogitatio caeca.

Nella notte di questa società contemporanea sembra sia quasi impossibile capire che la gravità dei problemi che affliggono il nostro mondo è profondamente umana e la scomparsa dell’individuo, e forse anche degli unicorni, è uno di questi sintomi: perdiamo sostanza e per questo diventiamo sempre più trasparenti.

Bartleby, il personaggio del racconto omonimo, diversamente dagli sciocchi umani in carne ed ossa che dicono sempre di sì alle assurdità ed ai capricci interessati del potere, si limita ad un “Preferirei di no, I would prefer not to”. Adolf Eichmann invece, come tutti gli altri “volenterosi carnefici” di ogni tempo e nazione, ai suoi ordini disumani obbedisce eccome: eccolo lì l’uomo senza astrazione, eccolo lì in divisa inamidata e in azione!

(Tratto da: Sergio Caldarella, L’eclissi dell’Einzelmensch e la scomparsa degli unicorni, in «Corsi e ricorsi», Rivista di Studi aperiodici, nr. VII, luglio 2011
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