Friday, January 29, 2010

La condanna all’esistente


Mai come nel periodo elettorale si assiste ad un assordante florilegio di slogan altisonanti e frasi accattivanti. Da ogni angolo dell’agone elettorale si gridano riforme di un tipo o di un altro, pensando di poterla aver vinta sull’avversario solo perché si è gridata più volte o più forte la parola “nuovo” o la parola “lavoro”. Una semplice aritmetica del convincimento o una fisica dell’urlo. Ognuno, dunque, propone, o millanta, una soluzione; ognuno crede di sapere cos’è meglio fare e quale modello di società proporre e chiede la fiducia degli elettori sulla base di tali premesse e promesse. Fin qui nulla di male, se non fosse che, per proporre una soluzione, bisogna prima essere in grado di valutare il problema che ci si propone di risolvere. Peccato che non basta esser capaci di scrivere per sapersi davvero esprimere, così come non basta saper ben parlare per fornire soluzioni ai problemi globali con i quali il mondo moderno sfida il pensiero. Se la politica identifica come problemi da risolvere unicamente il sistema elettorale, le modifiche costituzionali, l’inflazione o il PIL, allora non soltanto ignora davvero quali siano i problemi autentici della società moderna, ma li riconduce ad una trivializzazione dettata e orchestrata dal sistema di potere economico. Marcuse aveva già avvertito della pericolosità dell’uomo ad una dimensione e la nostra società, inevitabile prodotto dei membri che la costituiscono, sembra slitti sempre più verso l’unidimensionalità dell’economia, incapace di riconoscere tutto ciò che è altro da sé. Spaventa oggi, tra i tanti esempi possibili, pensare che si ammiri un quadro di Van Gogh piú perché è stato pagato qualche centinaio di milioni e non perché è bello e basta.
Ogni problema è pur sempre un problema umano e, alla fin fine, torniamo sempre alla questione degli individui che gestiscono una società: secondo una recente statistica il 2% della popolazione mondiale detiene il 50% delle risorse economiche del pianeta. Questo dato, seppur spaventoso, è la logica conseguenza di un particolare modello di società e, dunque, di una particolare tipologia umana da essa prodotta. Chi risponde che il mondo è sempre stato così, lo fa per colpevole ignoranza o perché crede di avere le sue ragioni e il suo profitto nel sostenere e mantenere lo status quo. Ci sono lingue, neanche così remote, che neppure conoscono i concetti che noi crediamo siano il fondamento del mondo: pensiamo al dialetto napoletano in cui invece di dire “possiedo qualcosa” si dice: “tengo qualcosa”. Il verbo “tenere” contiene, implicita, l’idea di “lasciare”, l’idea che nulla possa essere davvero posseduto: omne meum, nihil meum avrebbe detto Macrobio. Tenere è provvisorio, così come la vita, così come ogni altro evento umano sotto quest’orizzonte del tempo e della gloriosa caducità dell’esistenza. Quando neppure la nostra vita ci appartiene o è stata da noi scelta, come si può allora pensare di “possedere” qualcosa? Chiunque creda che il possesso sia davvero possibile è appena un folle accecato dalla materia del mondo. Ne Il piccolo principe Antoine de Saint Exupéry descrive un banchiere che crede di possedere le stelle solo perché le conta su un foglio di carta. Quando la politica si lascia prendere dalla follia del banchiere, in un modo o nell’altro, ne paghiamo tutti le conseguenze e questo è proprio quanto accade oggi da oriente a occidente: la globalizzazione, erede della rivoluzione industriale, altro non è che l’estensione di questo delirio al mondo intero. Per questo il banchiere vuole che il gioco della politica rimanga entro i suoi termini e si preoccupa anche di inebetire, con le sue prebende cartacee, il mondo del sapere affinché a nessuno venga in mente di proporre davvero un modo diverso di affrontare i problemi. I pochi accademici o intellettuali contemporanei che provano ad escogitare dei sistemi alternativi si limitano quasi tutti al mondo che c’è già: l’economia capitalista vista dalle categorie dell’economia capitalista. E’ un po’ come il rapporto tra dama e scacchi: il sistema economico è il gioco della dama e se qualcuno vuol pensare ad un gioco diverso, come ad esempio quello degli scacchi, lo si mette a tacere con le buone o con le cattive. L’imperativo è quello di restare al gioco della dama visto dalla dama, mentre alla politica e alla cultura si dovrebbe chiedere di pensare agli scacchi, alle logiche del possibile e non soltanto alle forme dell’esistente. I sognatori, i poeti, gli uomini e donne di buona volontà aspirano ai mondi possibili; gli altri, invece, godono di ciò che c’è, di quei pochi limiti nei quali hanno facoltà di sentirsi padroni. Sembra proprio che la condanna all’esistente sia il dramma meno compreso della modernità.

Sergio Caldarella