Elie Wiesel, scrittore premio Nobel e sopravvissuto ai campi di sterminio, ebbe sapientemente a dire: “Le ferite inflitte ad Israele sono ferite inflitte all’umanità”. In particolare dall’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, in aderenza a quel proverbio secondo cui ogni volta che il tempo lascia crescere un ramo, certi esseri umani gli mettono sopra una lancia, la socialità viene sistematicamente indirizzata da forme di sovversione e manipolazione ideologiche con le quali l’individuo viene attaccato nella sua cognizione delle cose e degradato a marionetta di narrative che lo agiscono, sovente, in maniera contraria ed opposta ai suoi interessi propri. L’individuo eterodiretto finisce, così, per allontanarsi persino da se stesso. Anche questo è un elemento che fa sembrare Israele lontano.
Eppure, come lamentava Leonardo Sciascia, basterebbe non ammattirsi dietro alle “notizie fresche come uova di giornata” per accorgersi di quanto queste riescano a dirigere ed impregnare il chiacchiericcio nei bar, negli uffici, nelle sale d’attesa, nei corridoi e nelle aule delle scuole. Un digiuno di appena poche settimane dal surreale mondo dei media basterebbe per risvegliarsi in una dimensione di normalità, magari diventando spettatori, affascinati o atterriti, dallo spettacolo tragicomico che l’industria culturale mette costantemente in scena grazie a coloro i quali ne recitano i copioni. Si potrebbe allora notare in maniera distaccata come, d’un tratto, cittadini, conoscenti e colleghi si trasformino in “esperti” di questo o quell’altro argomento e, quando il vento di poppa cambia direzione, diventino portatori di nuove parole d’ordine, intrappolati in un monopensiero fabbricato chissà dove. Grazie alla capillarità della tecnologia, capace di arrivare ad ognuno, “sapere” significa ormai ripetere, con piccole varianti, quello che ripetono tutti. Quest’incubo antidemocratico diventa allora possibile proprio perché al cittadino vengono offerte delle narrative preconfezionate nelle quali non gli si lascia più lo spazio per pensare e decidere in autonomia.
Poi si arriva ad Israele ed al 7 ottobre, di cui persino i media generalisti hanno dovuto riportare alcuni tra i fatti salienti. Per bontà verso l’audience le redazioni hanno però deciso di non trattare la verace truculenza di Hamas: gli stupri di ragazze la cui colpa era quella di voler partecipare ad un concerto, le raffiche di mitra contro degli anziani ad una fermata d’autobus, le granate lanciate nei rifugi civili e troppe altre indegne mostruosità. I media proteggono da queste brutte cose, almeno fino a quando non si tratta di diffondere i falsi numeri sui morti di Gaza inventati da Hamas, in quel caso la truculenza può ben andare a braccetto con la falsificazione.
Da tempo le centrali della comunicazione giudicano, da sole, cosa è “corretto” vedere o leggere. Eppure, nonostante tutti questi filtri editoriali, le parole “assassinio”, “stupro”, “anziani mitragliati”, “lavoratore thailandese rapito ed ucciso”, “bambini decapitati” ed altre atrocità da grand guignol perpetrate da Hamas si sono quantomeno lette e vi sono anche prove video riprese dagli stessi assassini. Le scene di ragazze trascinate a forza con i pantaloni insozzati di sangue hanno fatto capolino, per qualche giorno, anche nelle televisioni generaliste.
A questo punto ci si sarebbe potuti aspettare, da coloro i quali si abbeverano abitudinariamente nei media, un certo sconcerto insieme ad espressioni di solidarietà verso Israele, ma il terreno era già arido dapprima. Nonostante le scene ed i titoli, le orecchie ed i cuori sono rimasti sordi ed il copione ben altro, non quello della ragione e dell’empatia, ma il loro contrario. Si è liberamente avuto l’ardire, e questo non per la prima volta, di chiamare “resistenza” il vile attacco, l’assassinio intenzionale di civili e lo stupro. Nelle redazioni, con l’orrore che andava ancora dispiegandosi, lo sgomento per le vittime ancora da contare e da seppellire, Israele, da aggredito, è magicamente passato al ruolo di aggressore. Mesdames et messieurs, les jeux sont faits.
Al posto dello sconcerto, naturale e salutare, che una società civile avrebbe dovuto legittimamente provare; alla protesta politica che i suoi leader avrebbero dovuto levare contro tutto ciò che è dietro ad Hamas, vi è stato dapprima un silenzio e, poi, quando Israele ha inviato le truppe in quel territorio da cui è stato lanciato un attacco di una brutalità inusitata ed in cui erano ancora detenuti centinaia di ostaggi israeliani, è arrivata la condanna per l’aggredito e non per l’aggressore! Come se il biasimo fosse già pronto, come se nulla fosse mai accaduto.
L’operazione militare a Gaza è iniziata con l’apertura di corridoi umanitari protetti dai carri armati israeliani per consentire l’evacuazione verso sud della popolazione civile che Hamas avrebbe voluto utilizzare come scudo. Erano i soldati israeliani a proteggere i civili dai terroristi di Hamas che sparavano sulla loro gente mentre sfollavano. Quasi nessuna traccia di tutto questo è apparsa sui media. Israele ha poi consentito l’arrivo di migliaia e migliaia di camion con rifornimenti alimentari ed i blocchi e ritardi di queste forniture erano dovuti a Hamas che cercava di appropriarsene; sui media, ça va sans dire, si parlava invece di affamamento della popolazione. Fu nel 1982, durante la guerra in Libano provocata dai continui attacchi e bombardamenti contro la Galilea ed il tentativo di assassinio dell’ambasciatore Shlomo Argov a Londra, che il Ministero della Sanità israeliano decise di offrire assistenza medica gratuita ai feriti libanesi e, da allora, Israele si è paradossalmente sempre preso cura di rifocillare, curare e persino offrire acqua, gas ed energia elettrica a coloro che gli sono ostili. Nessun’altra nazione al mondo ha mai provveduto, durante le ostilità, alla popolazione civile del nemico, anzi, gli inglesi, grazie al loro blocco navale durante la Prima guerra mondiale, affamarono letteralmente i tedeschi, per non parlare di quello che questi ultimi fecero alle popolazioni civili di mezza Europa, Italia compresa, durante la Seconda guerra mondiale. Israele è allora un caso unico ed un esempio umanitario. Qual è, però, la ricezione di tutto questo sui media e la reazione nelle teste degli ubriachi? L’esatto contrario!
Quest’epoca assurda e stolta pretende, implicitamente, di poter dire ad Israele: “come osate rispondere ad un attacco di una brutalità smisurata, cercando persino di salvare i vostri ostaggi?” Qualcuno è in grado di immaginare, anche solo immaginare, reazioni simili quando, dopo Pearl Harbor, gli Stati Uniti bombardarono Tokyo? Oppure di fronte alla completa distruzione di Berlino ed altre città da parte degli Alleati? Eppure i giapponesi avevano attaccato una base navale con un bombardamento aereo senza prendere ostaggi, stuprare e tutto il resto degli abomini bellamente perdonati ad Hamas. Perché il compasso morale dell’Occidente non funziona più quando si parla di Israele e l’aggredito può esser così sfacciatamente invertito con l’aggressore?
Nel 1967, tre giorni prima della Guerra dei sei giorni, al terrorista Ahmad Shuqayri, primo capo dell’OLP, il quale invocava la solita, stancante, guerra santa (jihad) contro Israele, venne chiesto cosa avrebbero fatto con gli israeliani se avessero vinto la guerra. Egli rispose, nella consueta maniera agghiacciante che a costoro viene sempre concessa, “Quelli che sopravviveranno [tra gli ebrei] rimarranno in Palestina, ma non credo che nessuno di loro resterà in vita. Dopo la guerra non vi sarà più un problema ebraico”. Una retorica ripugnante che faceva anche parte dei discorsi degli altri leader della Lega Araba, il cui obiettivo apertamente dichiarato era quello di cancellare Israele ed il suo popolo. In quale altro contesto tali affermazioni sarebbero possibili senza suscitare orrore e sconcerto? Se qualcuno volesse invadere l’Italia e dicesse che “nessuno degli italiani rimarrà in vita dopo l’invasione”, come verrebbe presa tale dichiarazione dalla comunità internazionale? Quando, però, è Israele l’obiettivo del male assoluto, allora si chiudono occhi, orecchie e cuore? Dov’è la coscienza? Assopita oppure annebbiata nella notte dell’odio? Le brave persone di buona volontà, coloro i quali anche in queste tenebre mantengono ancora senno e buonsenso, intendono l’assurdità, anzi la mostruosità, di quanto avviene sotto gli occhi di tutti.
Le implicazioni delle dichiarazioni jihadiste di cui sopra erano già chiare dai massacri di Hebron, nel 1929, ossia ben prima che esistesse lo Stato d’Israele, tanto quanto lo sono ora: “soluzione al problema ebraico”, per esser chiari, significa qui “genocidio”, non quello inventato dai media rispetto al “popolo palestinese”, ma quello reale al quale già i nazisti avevano, non casualmente, dato lo stesso nome.
Oggi come ieri poco è cambiato, né negli intenti dell’orda, né nel vuoto umano e politico che ha pianta stabile nel cuore d’Europa ed a nulla servono l’evidenza o la razionalità, anche elementari, perché la sordità non sa mai cosa farsene della parola.
