Sunday, October 30, 2022

Friday, August 19, 2022

Fernando Pessoa come paradigma della modernità.


Non è difficile, né azzardato, dichiarare Fernando Pessoa (1888-1935) una tra le figure letterarie (e filosofiche) più rivelatorie della modernità, nonostante in vita egli abbia pubblicato solo tre composizioni poetiche: i 35 Sonetti e Antinous (1918), in inglese e stampate a proprie spese a Lisbona, ed i 44 poemi in portoghese di Mensagem (il cui primo titolo era Portugal), del 1934, un anno prima della morte, ma la cui elaborazione era iniziata nel 1910. In vita scriverà anche su varie riviste portoghesi, ma la gran parte della sua opera la riservò ad «un baule pieno di gente» in cui ci ha lasciato oltre 25.000 manoscritti inediti! 

Nato a Lisbona, il 13 giugno del 1888, Fernando Pessoa perse il padre, all’età di 5 anni, a causa della tubercolosi. La madre si risposò, il 30 dicembre 1895, con un ufficiale della marina nominato console portoghese a Durban, in Sudafrica, dove si trasferirono e Fernando vi frequentò le scuole fino ai diciassette anni. Il Sudafrica, ove egli trascorse gli anni formativi, era una tumultuosa terra di confine dell’Impero britannico ed il giovane Pessoa assistette, praticamente dalle finestre di casa, allo svolgersi dell’ultima guerra anglo-boera, così come alle varie tensioni razziali; un aneddoto è quello secondo cui il giovane avvocato Mohandas Karamchand Gandhi aveva il suo ufficio a pochi isolati dalla casa in cui abitava il piccolo Fernando. Sarà nel 1905, a bordo del piroscafo a vapore tedesco Herzog, che Fernando ritornerà da solo in Portogallo per avviare gli studi di letteratura all’università di Lisbona in un momento a sua volta particolarmente turbolento per il Paese. Fernando, però, non reggerà il clima universitario e, nel 1907, prendendo a pretesto una protesta studentesca, abbandonerà definitivamente gli studi accademici impiegando la piccola eredità di una zia per avviare la tipografia Ybis che chiuderà i battenti dopo pochi mesi. Da quel momento Pessoa si guadagnerà da vivere in qualità di corrispondente in lingue estere, in particolare inglese e francese. Alla morte del poeta, avvenuta il 30 novembre 1935 all’ospedale São Luís di Lisbona, a causa di una crisi epatica all’età di appena 47 anni, il necrologio nel Diário de Lisboa riportava che egli «morì in silenzio».

Sarà a partire dal 1942 che le Edições Ática di Lisbona inizieranno la pubblicazione degli scritti custoditi nella cassapanca piena di manoscritti. La prima traduzione dei testi di Pessoa in Italia arriverà soltanto nel 1967 con una piccola antologia a bassa tiratura dal titolo: Poesie di Fernando Pessoa. Cronistoria della vita e delle opere, pubblicata da Lerici e curata dal prof. Panaresi, il primo traduttore di Pessoa in lingua italiana. Luigi Panaresi scoprì Pessoa proprio quando gli scritti del misterioso poeta iniziarono ad essere pubblicati in Portogallo poiché, nel 1940, gli era stato assegnato un incarico all’Istituto Italiano di Cultura di Oporto cui seguì il lettorato d’italiano nell’università e la direzione dell’Istituto di Cultura a Coimbra. Fu grazie a quest’incontro fortuito nel mezzo della guerra che la prima traduzione di Pessoa arrivò in Italia alla fine degli anni ’60, dovendo però attendere ancora molti anni prima di una maggior diffusione dei suoi scritti in italiano.

Fernando Pessoa è un poeta immenso, una tra le maggiori figure letterarie del ‘900 che visse quasi del tutto anonimo al suo tempo, nonostante sia oggi impossibile recarsi a Lisbona senza imbattersi in una sua immagine o una frase vergata su qualche muro della città. Il linguista Roman Jakobson, nel saggio Les Oxymores dialectiques de Fernando Pessoa, scritto in collaborazione con Luciana Stegagno Picchio, pubblicato nel 1968 sulla rivista Langages ed oggi contenuto nei Selected Writings, dichiarava senza mezzi termini: «Il nome di Fernando Pessoa esige di venir incluso nella lista dei grandi artisti mondiali nati nel corso degli anni Ottanta [dell’Ottocento]: Stravinskij, Picasso, Joyce, Braque, Chiebnikov, Le Courbusier». Dalla dichiarazione entusiasta di Jakobson persino il cinema si è appropriato di questa grande figura letteraria e la poesia di Pessoa è stata il nume tutelare dietro Lisbon Story (1994), il capolavoro del regista Wim Wenders.

In soli 47 anni di esistenza terrena Fernando Pessoa ha creato un’opera colossale, un castello concettuale sorretto da una cultura enciclopedica che si estende dalla poesia alla letteratura fino a giungere alle pagine di un’originalissima filosofia che si avventura per sentieri inesplorati attraverso la riflessione su concetti che il poeta portoghese vivifica ogni volta sotto una luce sempre nuova. Uno tra gli elementi spesso menzionati a proposito della sua opera è l’eteronomia: è stato detto che Pessoa è «o poeta dos heterônimos, il poeta degli eteronimi» i quali non sono, come si potrebbe credere in apparenza, dei semplici pseudonimi. Pessoa scrisse opere molteplici, utilizzando decine di personalità alternative con stili e caratteri autenticamente distinti dall’autore, quasi uno sdoppiamento di personalità con tutta la legittimità ed autonomia letteraria per ogni diverso eteronimo da Álvaro de Campos, uno dei principali, fino ad Alberto Caeiro o all’immaginario antifascista italiano Giovanni B. Angioletti e persino una diciannovenne di nome Maria José affetta da tubercolosi ed artrite. Ogni eteronimo è dotato di una propria autonomia concettuale e letteraria come se si trattasse di vere e proprie personalità diverse coabitanti nella stessa persona e, incidentalmente, il nome Pessoa significa, in portoghese, proprio «persona» e su questa coincidenza il nostro Luigi Pirandello avrebbe forse avuto molto da aggiungere. Fernando Pessoa può esser facilmente sezionato perché è proprio così che egli si è intenzionalmente offerto al lettore. Nessuno, nella storia della letteratura, era mai riuscito a portare questa molteplicità psicologica a questi estremi avventurandosi talmente in profondità nel terreno dell’infinita plasticità della psiche umana. Pessoa trova nel proprio animo individuale talmente tante voci da riempire un villaggio intero ed anche José Saramago rimarrà così affascinato dall’opera di Fernando Pessoa da prenderne in prestito uno degli eteronimi che diviene il personaggio principale del libro L’anno della morte di Ricardo Reis (1984) pubblicato quattro anni prima che gli conferissero il Nobel per la letteratura. 

La scrittura di Pessoa è talmente ricca che non basta una sola personalità per esprimerne le innumerevoli sfaccettature. Pessoa contiene lampi che colgono il lettore: «Às vezes ouço passar o vento; e só de ouvir o vento passar, vale a pena ter nascido. A volte sento il vento che passa; e solo per sentire il vento che passa vale la pena di essere nati». Egli utilizza, poi, tutti quei temi e soggetti che, per molti versi si possono associare agli autori neolatini: il sogno, il tramonto, il vento, il mare e non, come si potrebbe erroneamente credere, in un loro uso banale com’è nei poeti dilettanti. Pessoa riesce a prendere un tema difficile come, ad esempio, il sogno e scrivere: «o homem é do tamanho do seu sonho, l’essere umano ha la dimensione del suo sogno», aprendo, con una semplicità disarmante che potrebbe qui ricordare Guido Gozzano, la relazione del sogno a quella della grandezza dell’umano.

Il segreto di Pessoa è letteralmente sparso tra le sue tante personalità, ma il suo opus majus è O Livro do Desassossego, Il libro dell’inquietudine, un lungo e straordinario monologo di Bernardo Soares sulla vita mentre la contempla scorrere dalla finestra del suo ufficio. Fondamentale, tra gli altri, anche il suo Faust in cui dichiara che l’intelligenza vuol comprendere la vita, ma questa non le risponde ed è in questo silenzio che risiede la sconfitta del pensiero di fronte al mondo. L’inintelligenza, però, si pone sempre di fronte all’intelligenza con un arrogante sguardo di sfida o con indifferenza, sfoggiando il proprio «sapere» da cui deriva il rumore del mondo, l’agire unicamente pratico, tecnocratico, certo e distruttivo. L’intelligenza finisce così per rifiutare il mondo, proprio come farà Pessoa, poiché questo non le risponde, né le assomiglia, anzi la respinge con una violenza sempre maggiore, facendo in modo che, tra le contorsioni del vivere, solo l’inintelligenza possa restare a galla. Il destino è, poi, sempre avverso all’intelligenza, poiché questa rifiuta l’autocompiacimento egotico ed i tozzi di pane dell’autolatria e dell’immatura soddisfazione di sé. L’intelligenza è sempre critica, dubitativa, incerta e non si lascia trascinare dai vortici della volontà di potenza che, alla fine, perseguono tutt’al più i fini della specie e non dell’individuo. Se l’inintelligenza è un carattere della specie, l’intelligenza è allora il tratto precipuo dell’individuo.

Il cattivo poeta ti racconta la sua vita, il grande autore racconta invece della vita attraverso la sua esperienza, cogliendo in tal modo l’universale nel particolare, mostrando come ogni essere umano è anche, implicitamente, tutti gli esseri umani: «quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» reciterà il noto passo in Matteo. L’individuo è allora, anche secondo la teologia, particolare ed universale allo stesso tempo e questo sarà, nell’Occidente democratico, anche un fondamento giuridico con il quale è stato ribadito che il soggetto non può essere violato in nome di un ipotetico «collettivo» in quanto è l’individuo che determina la collettività, mentre nei regimi totalitari è la collettività a determinare l’individuo oppure a schiacciarlo se non si adegua. Le parole di Gesù vanno chiaramente nella direzione contraria: quand’anche venisse schiacciato un solo individuo, uno dei minimi (ἐλάχιστος), quest’atto sarebbe una colpa contro l’universalità del divino in cui, teologicamente, risiede la dignità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza. Quando, poi, l’Evangelo secondo Giovanni affermerà perentorio: «poiché Iddio ha tanto amato il mondo...» reitererà, anche qui, la relazione tra l’universalità del divino e l’universalità dell’umano – non a caso καϑολικός significa, per l’appunto, «universale». L’Onnipotente non ha certo «amato il mondo» per le sue rocce o per i suoi crepacci, ma perché in questo esiste la vita che è, per il testo biblico, quanto di più vicino al divino si possa conoscere, allora qualunque autore che ci indirizzi, anche letterariamente, alla relazione del particolare con l’universale, sta nuovamente ricalcando quella possente dichiarazione originaria secondo cui l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza del divino ed è per questo che può contenere l’universale nel particolare.

Certi scrittori come Pessoa, Kafka o Borges sono, poi, anche filosofi celati sotto il manto della poesia o della narrativa perché sembra che ti raccontino della loro vita – ed i cattivi lettori ci cascano – e invece ti stanno raccontando della vita più profonda della quale siamo tutti partecipi e che, dunque, interessa ad ognuno.

Sergio Caldarella

Pubblicato su: Informazione Cattolica. 19 agosto 2022. 


Sunday, December 12, 2021

H.R. 550 Threatens Medical Freedom.

I share below Robert F. Kennedy's message on H.R. 550 that I signed and sent to both Senator Robert Menendez and Senator Cory Booker today. 
Please share if you find yourself in agreement. 
Thank you.

Subject: H.R. 550 Threatens Medical Freedom. 
Message: 
I’m writing to you regarding H.R. 550 which violates the rights of American citizens. It’s shocking that this legislation, which tracks confidential vaccination information of individuals and then shares it with the federal government, was passed by the U.S. House of Representatives. Clearly, the information collected could ultimately be used to discriminate against individuals and families who choose to decline or even postpone vaccines. This legislation is a dereliction of your sworn duties to represent your constituents in a manner that upholds the U.S. Constitution and Bill of Rights. According to the Centers for Disease Control and Prevention’s own statements (https://www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/mm6133a2.htm), it’s obvious that a key purpose of this legislation is to create pressure and compliance upon people who are unvaccinated or partially vaccinated. The CDC openly stated that vaccine registries are a tool to identify areas of “undervaccination” so they can be “addressed” and brought into “compliance.” Vaccine tracking systems and other public health databases are already being used to harass those who have chosen to delay or decline vaccines. They are also used for interventions including home visits and reminder/recall systems further eroding our rights as Americans to medical privacy. Using Immunization Information Systems costs states millions of dollars. If H.R. 550 is allowed to move forward, an additional $400 million would be allocated for tracking taxpayers. Americans are a free people. They don't want their medical records on a government database nor do they want to be tracked and hounded/mandated to undertake a medical procedure (including vaccines). The people who elected you to office will be watching your actions regarding medical freedom very closely in the coming days. I urge you to take a strong stance against any tyrannical legislation that threatens the freedom of Americans. 
 Sergio Caldarella

Saturday, October 23, 2021

La privatizzazione dello Stato.


La privatizzazione dello Stato
 
--- Potere pubblico-privato o della necessità di una nuova secolarizzazione ---.

 di 
Sergio Caldarella 

 
        È almeno dal tardo impero Romano, ossia l’espressione sociopolitica antica più vicina alle nostre società, che è iniziato il processo di separazione tra lo Stato e la chiesa il cui legame, fino ad epoche recenti, caratterizzava la nota, quanto discutibile, unione tra «trono e altare» su cui tanto sangue ed inchiostro sono stati versati. Com’è noto, questa lotta per la separazione dei poteri prende il nome di «secolarizzazione» un termine che, non a caso, entra nel linguaggio europeo dalla fine della guerra dei Trent’anni la quale, segnando la cessazione delle guerre di religione in Europa, rappresenta, con la ratifica della pace di Vestfalia (1648), anche la data del sorgere dello Stato moderno e del concetto di sovranità nazionale. 
        Lo Stato come ente indipendente sorge, dunque, dalla separazione dall’influenza di un potere esterno che era, in quei secoli, quello della chiesa, mentre nella nostra epoca è quello di enormi concentrazioni finanziarie. L’Europa del 1648 diviene allora, politicamente e culturalmente, un continente molto diverso rispetto all’Europa del 1618. 
        È dagli accordi di Vestfalia che tredici secoli di commistione tra potere temporale e religioso giungono alla loro separazione e, da quel momento, seppur con vicende alterne, vi saranno lo Stato da una parte e la chiesa dall’altra. Ci vollero, dunque, almeno tredici secoli per giungere alla comprensione della necessità di una separazione tra poteri la quale non soltanto favoriva, in maniera eccessiva, la parte del papato, ma aveva generato le catastrofi ed i massacri religioso-politici della storia precedente. Questa separazione portò ad una sempre maggiore autonomia degli Stati ed alla lenta crescita delle società liberali e della cultura laica. 
        La storia, però, ha una perniciosa tendenza alla ripetizione e certi modelli socio-politici, se non analizzati e compresi seriamente, lasciano aperta la strada ad imitazioni di quelle stesse strutture in precedenza abbandonate. Non è un caso che la Russia sia passata dallo Zar bianco Nicola II allo Zar rosso Joseph Vissarionovich, oppure che la Germania sia passata da un Kaiser ad un Führer ed i riti e simboli del potere mantengano una loro costante rappresentazione nel corso dei secoli: dal vessillo dei Cesari fino ai drappi ed alle bandiere di combattimento moderne. La ripetizione di modelli noti è, purtroppo, una costante nella storia. 
        Che ne è dunque stato della commistione tra potere temporale e religioso dopo il 1648? È semplicemente scomparsa ed è uscita dalla storia con la mera firma di un trattato? Scorrendo rapidamente i secoli senza soffermarsi ed arrivando al dopoguerra, possiamo far tornare alla mente l’ormai celebre discorso di commiato del Presidente Eisenhower quando, nel 1961, ammoniva contro «the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex, l’acquisizione di un'influenza ingiustificata, richiesta o meno, da parte del complesso militar-industriale» denunciando così, pesantemente e dall’alto della sua carica, l’ennesimo tentativo di sintesi tra lo Stato ed altri poteri questa volta, però, tra il potere pubblico ed un non ben definito potere economico-militare. Il neoliberismo, l’ideologia dominante dell’epoca contemporanea, farà invece di questa sintesi tra pubblico e privato uno degli elementi centrali della propria dottrina, tanto quanto la chiesa faceva della sintesi tra potere temporale e potere spirituale uno degli elementi cardine della società del suo tempo. Dal military-industrial complex alla privatizzazione dello Stato il passo è tanto breve quanto lo è nel passaggio dal Kaiser al Führer.
        Dal discorso di Eisenhower ad oggi sono trascorsi sessant’anni e la sintesi tra Stato e privato è diventata quasi un luogo comune propagato dai banchi di scuola alle aule accademiche, televisive e persino sugli scranni dei Parlamenti. In Messico, tra il 1983 ed il 1991, è avvenuta una colossale privatizzazione dello Stato la quale, secondo le stesse parole del Working Paper #513 dell’Inter-American Development Bank ha «ridefinito il ruolo dello Stato nella sua economia attraverso un programma ambizioso per liberalizzare il commercio, promuovere l’efficienza e ridurre le dimensioni e la portata del settore statale». A questo enorme progetto di destrutturazione dello Stato ne sono seguiti altri, passando dall’America Centrale fino all’Europa dove, iniziando da un lugubre discorso di Mario Draghi – all’epoca direttore generale del Tesoro – tenuto, a bordo dello Yacht Britannia il 2 giugno 1992, appena undici giorni dopo uno dei più spaventosi e criminali attentati mafiosi della storia d’Italia in cui, facendo esplodere un tratto di autostrada, venne assassinato il giudice Giovanni Falcone, con la moglie e la scorta, il banchiere dichiarava, senza troppi patemi, «un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico (il corsivo è mio), riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile». 
        Il governo tedesco, appena due anni dopo questo truce discorso, seguirà le stesse pseudoargomentazioni avviando la colossale privatizzazione della Bundesbahn insieme a molte altre, non ultima quella della Deutsche Post nel 1999. Mario Draghi, invece, a 19 anni dal processo di privatizzazioni dello Stato italiano da lui avviato, verrà ricompensato, il 1 novembre 2011, con l’elezione a Presidente della BCE. In questo momento storico lo stesso banchiere del Britannia è stato chiamato, da non eletto, ad occupare il posto di Presidente del Consiglio e, se verrà, come dicono certe voci, anche eletto Presidente della Repubblica italiana, il processo di esternalizzazione dello Stato potrà dirsi a quel punto formalmente completo. 
        Dónal Palcic ed Eoin Reeves, in un testo del 2011 sulla Privatisation in Europe, hanno scritto: «La fornitura pubblica di servizi pubblici essenziali come i trasporti, l’acqua e l’elettricità è stata la norma in tutta Europa per gran parte del ventesimo secolo. Gli ultimi 30 anni circa, tuttavia, sono stati testimoni di una rottura radicale con questa tradizione, in quanto una serie di fattori economici e politici hanno portato ad una riconsiderazione del ruolo preciso dello Stato nella fornitura di servizi pubblici». 
        Come si nota, anche dai discorsi che vengono fatti dagli esecutori e dagli ideologhi, quello di cui si parla è sempre un riposizionamento del ruolo dello Stato in chiave privata e dell’esternalizzazione di beni e servizi primari e fondamentali. Una tra le preoccupanti conseguenze di questo processo di fusione – e confusione – dello Stato nel privato e del privato nello Stato è anche l’interscambiabilità di tecnocrati dalle strutture dello Stato a quelle private e da quelle private a quelle dello Stato. Per questo molti tra questi soggetti possono passare dal pubblico al privato e dal privato al pubblico, anche elettivo, senza difficoltà alcuna.
        Quando lo Stato, da somma della volontà collettiva democraticamente organizzata e giuridicamente ordinata, viene invece interpretato come un ente strutturalmente incapace di gestione efficiente, questo viene ridotto sofisticamente ad una mera parodia di se stesso. Lo scopo è evidente: dipingendo il settore pubblico come inetto ed incapace si giustifica il desiderio – se non l’imprescindibile necessità – della gestione privata. Ci sono già quelli che, oltre ai servizi pubblici, ferrovie, ospedali, università e prigioni, teorizzano persino l’esternalizzazione palese del processo legislativo! Del resto, se lo Stato è così inefficiente – così argomentano ancora una volta costoro – perché affidargli la competenza di promulgare le leggi?
        Queste apologie dell’intervento privato, curiosamente provenienti in genere proprio dal settore privato, evitano tutte, con grande attenzione, di far notare che lo Stato non è un’azienda e non può essere considerato come tale, dunque la sua efficienza non dovrebbe essere quantificata dall’abilità di rendere finanziariamente competitivi dei servizi, ma dalla capacità di offrire a tutti i cittadini eguali possibilità nell’educazione, nel lavoro, nei trasporti, etc., perché così facendo garantisce la libertà del cittadino, rispettandone, al tempo stesso, dignità e diritti. La privatizzazione delle ferrovie o dei servizi postali sono esempi paradigmatici: è evidente che riducendo le tratte ferroviarie meno redditizie si aumentano gli utili, ma non si raggiungono più dei paesini i cui abitanti, in nome del profitto, vedono un’immediata riduzione delle loro possibilità di movimento. Lo Stato ha il compito di garantire libertà, benessere e servizi senza considerazioni di ordine economico, altrimenti da Stato sociale si trasforma in uno Stato S.p.A. Un governo che da una parte privatizza e dall’altra taglia le pensioni, riduce gli ospedali o eleva la soglia di pensionamento sta agendo come un’azienda (e neppure una delle migliori), non come uno Stato. 
        Il passaggio, poi, dallo Stato di diritto ad un sistema che utilizza il potere esecutivo per formulare leggi anticostituzionali ed imporre ai cittadini un bavaglio, un farmaco sperimentale o uno stato di discriminazione tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, è solo l’ennesimo passo sulla strada della corporativizzazione dello Stato. Quelli che ancora ricordano qualcosa della storia del Novecento non faranno poi fatica a ricordare qual era lo Stato corporativo in quel secolo (vedi: B. Mussolini, Lo Stato Corporativo, 1933). Oggi, nel 2021, abbiamo più che mai un disperato bisogno di una nuova secolarizzazione dello Stato! 

 (Tratto da: Sergio Caldarella, La privatizzazione dello Stato, «Il Pungolo», 21 ottobre 2021).


Monday, June 21, 2021

Beffe e Beffatori in Nome di una Crisi.

Il libro è disponibile presso questo link:

https://www.lulu.com/en/us/shop/sergio-caldarella/beffe-e-beffatori-in-nome-di-una-crisi/paperback/product-6dmzd2.html?page=1&pageSize=4