Forse uno tra i
maggiori contributi non riconosciuti di Sigmund Freud è quello di aver fornito
elementi determinanti per il superamento della teoria degli istinti così come
viene concepita da Richard Darwin e dai suoi epigoni. Darwin descrive e
caratterizza l’esistenza di comportamenti istintivi nell’uomo e questi “concetti
darwiniani”, così come altri, verranno poi incorporati nella psicologia
ottocentesca, principalmente grazie a Wilhelm Wundt. Lo stesso Freud passa
attraverso una fase in cui, nei suoi scritti e appunti, fa uso del termine instinkt, ma in seguito spiega che l’istinto non pertiene
autenticamente agli umani, almeno non nel senso in cui questo può essere
utilizzato per definire il comportamento di altri animali. In Freud
comportamento e agire non sono più sinonimi anche perché nell’agire umano si
trovano insospettabili profondità conscie, inconscie e simboliche: una tra le
tante implicazioni della Traumdeutung,
ma anche della teoria degli atti mancati (Fehlleistung)
è che anche l’inconscio parla o, per
meglio dire, trabocca nel linguaggio
e nelle azioni umane (Sigmund Freud, Zur
Psychopathologie des Alltagslebens, Psicopatologia
della vita quotidiana, 1901). Non a caso Freud parla della sua teoria degli
istinti come di una “nuova soluzione” in cui il maestro di Vienna contrappone l’Eros
e la pulsione di morte tornando, in un certo modo, al tema della vitalità
nietzschiana.
Utilizzata in un
senso rigido, la parola istinto è tra
i tanti concetti creati dalla modernità e divenuti, in seguito, strumenti di
manipolazione sociale. Il termine “istinto”, coniato nel Settecento in francese
prendendo a calco il latino instinctae
naturae, che indubbiamente traduce il tedesco instinkt, ma viene meglio reso da Naturtrieb o pulsione
naturale, è un concetto figlio della modernità – gli antichi avrebbero
usato altri termini, vedi l’Iliade quale maestoso esempio.
Nel 1760 Hermann Reimarus scriveva che l’istinto è una “mechanische Triebe der
Thiere”, cioè una “pulsione meccanica degli animali”, mentre per Darwin (1872)
è un comportamento non appreso ossia innato. Come già osservato, Freud stesso
passa attraverso l’utilizzo del termine istinto che sostituisce, poi, con il più
accurato “Trieb”, “pulsione”, da cui l’intera Triebtheorie, la Teoria delle
pulsioni.
L’intera teoria degli istinti è un costrutto che
piace molto non soltanto a coloro che vogliono manipolare la società per i loro
fini ma anche a quelli che rigettano l’analisi di se stessi. Tale teoria è
anche una comoda spiegazione per un’epoca che vuole vedere l’essere umano
meccanicamente e confondere la malattia sociale con i presunti istinti: è
infatti più comodo dire che l’uomo possiede un istinto aggressivo, invece di
osservare che viene reso aggressivo dalle condizioni sociali (questo viene
spiegato efficacemente da Erich Fromm in gran parte della sua opera e, in
particolare, in Anatomie der menschlichen
Destruktivität, Anatomia della
distruttività umana, 1974). Allo stesso modo anche l’amore viene, già in
Schopenhauer (che, guarda caso, su questo punto era un hobbesiano convinto),
ridotto alla bieca manifestazione dell’istinto di conservazione: l’essere umano
che scende al livello dell’automaton!
Chissà quanti secoli ci vorranno ancora per comprendere il danno compiuto, a
partire dall’Ottocento, dal meccanicismo riduzionista darwiniano. Stupisce
anche che a nessuno venga in mente che Darwin, similmente a Martin Lutero o Karl Marx, è servito
anche da pretesto e strumento politico ad una certa classe sociale che voleva una
giustificazione al suo agire. Ancora più stupefacente pensare che lo stesso Karl
Marx, il cui acume politico era sicuramente fuori dal comune, colto dalle
ubriacature ottocentesche, apprezzava a tal punto l’opera di Darwin da volergli
dedicare Il Capitale – dedica che
Darwin rifiutò, ma Marx mantenne. Un secolo dopo, Burrhus Frederic Skinner (1904-1990) con
il suo comportamentismo radicale (Radical
behaviorism), sarà il campione del modello istintuale, finendo con il
negare persino il desiderio di libertà nell’uomo! Ma anche questa è sciocca
ideologia contemporanea. Se l’aggressività, per limitarsi ad un esempio
ideologicamente rilevante, viene categorizzata come un “istinto” si rifiuta, al
tempo stesso, di riconoscervi altre ragioni profonde e, magari, provare a
comprendere queste ragioni secondo una lettura più vasta. L’antidoto che Erich Fromm
propone è di uscire da uno stadio necrofilo della società ed accedere ad uno
stadio di riscoperta dell’umano (biofilia vs necrofilia), sostanzialmente un
nuovo umanesimo. Fromm era infatti ben convinto della relazione tra umanesimo e
psicoanalisi. In questo contesto si evince come una società impostata sulla
competizione e non sulla cooperazione sia generatrice di aggressività. Un tale
modello competitivo su basi antietiche, spinto poi alle estreme conseguenze cui
assistiamo oggi, educa i membri delle società all’aggressività sotto qualunque
forma. È l’assurdo modello dell’antropologia negativa del Bellum omnium contra omnes offerto da Hobbes (De Cive (1642) e Leviatano
(1651)), definito da Nietzsche come “grossolano”, che tanto comodo ha fatto
agli organizzatori delle società successive per giustificare un assetto
repressivo. Persino Freud, analizzando la società dai suoi sintomi, cadrà, come
rileva Herbert Marcuse, nel “convincimento che una civiltà non repressiva sia impossibile”
(Eros e civiltà, 1955) – questo apre
anche alla possibile analisi e interpretazione del rapporto tra repressione manu militari e repressione psicologica.
La nostra società
non mira ad un orizzonte futuro più umano, quanto al suo contrario e questo
anche perché ad un certo punto della storia si è voluto iniziare a credere che
la società esista per il soddisfacimento dei bisogni ed il sollazzo e non per
il miglioramento degli uomini. «Ostendo
primo conditionem hominum extra societatem civilem (quam conditionem appellare
liceat statum naturae) aliam non esse quam bellum omnium contra omnes; atque in
eo bello jus esse omnibus in omnia, Mostro in primo luogo che la condizione
degli uomini senza società civile (la cui condizione può essere chiamata lo
stato di natura) non è altro che quella di una guerra di tutti contro tutti, e
che in quella guerra, tutti hanno diritto a tutte le cose» (De Cive). Nonostante il modello qui
descritto della guerra di tutti contro tutti sia presociale, una società costruita
su tali basi concettuali sarà appena un agone più sofisticato per la
continuazione della stessa lotta “con altri mezzi” (Carl von Clausewitz, 1780 –
1831); ad esempio la competizione e la “selezione naturale” (concetto,
quest’ultimo brutalmente estrapolato dall’adattamento particolare dei sistemi
biologici).
Come si può
evincere da questi pochi e brevi accenni, il pensiero hobbesiano confluirà pari
pari nell’ideologismo darwiniano in cui gli si rammenda una veste biologista e
svolgerà tragiche conseguenze nel Novecento indossando anche i panni del
diritto razziale con Carl Schmitt e il concetto di amico-nemico (Freund und
Feind). In sostanza si tratta di moderne ideologizzazioni, in varie forme,
del motto medievale mors tua vita mea.
E tutto questo spacciato, come al solito, sotto i vecchi panni lucenti del
nuovo.