Friday, February 21, 2014

The man in the bottle


The contemporary man understands, more than his progenitors, that Orwellian language is in our society, “the language of power”; therefore he believes that to be part of the “power system” and receive his little token of requital for his obedience, he should learn how to speak in that way, i.e. use the language of inauthenticity to its full. More than any other man in history he understands that he has to abdicate himself in order to become part of the new social order. In a more technical way, Herbert Marcuse would have said that the contemporary “consciousness lags behind social existence” (“The Movement in a New Era of Repression”, 1971).

In its fundamentals, this grim transformation of the contemporary man, stripped of his authentic life and secluded in an egotistical universe where all that counts is the solitude of the anti-ethical motto “what’s in it for me?” is just a reverberation of his abandonment of ethics. One further consequence of this new attitude is that he also believes that the law can be an easy substitute for ethics: he is not doing such and such only because there is a law forbidding it and not because it would simply be wrong. It’s this way of thinking that has brought the contemporary man to the point of having no ethical boundaries: he does all he can - - in the case he is not a criminal - - all that is not forbidden by the law is allowed! Consciousness, ethics, humanity and other considerations, play very little or no role in this new form of existence. This mortal loss of integrity also makes the contemporary man a being ready and prone to accept, without conscious resistance, the language of inauthenticity as his own and this makes him a man cut in half that has mislaid and bartered authentic life on his descent to a petty end.

(Sergio Caldarella, The man in the bottle, in RantRave, February 21, 2014)

Saturday, February 15, 2014

La belva del pensiero


Il pensatore, come il poeta, intrattengono una relazione intensa e passionale con il sapere e la conoscenza e non affrontano mai alcun pensiero con leggerezza, ma sempre come dei vigili domatori che si avvicinano quatti ad una belva temibile che può annientarli anche per un minimo volgersi del capo. Molte sono le insidie celate tra le terre della conoscenza e le menzogne della realtà, prima fra tutte la scoperta che ciò che genericamente chiamiamo vero sia appena un’ombra e quanto ci appare oscuro e instabile sia invece il solo vero. Avventurarsi tra quelle contrade del pensiero significa, allora, lasciarsi sbalzare lontano, fino al punto da non riuscire più nemmeno a riconoscere la strada da cui si era partiti. Il pensiero non è, del resto, una bestiola che possa venir addomesticata con calma, il pensiero è una belva che bisogna aggredire, assalire, scuotere e percuotere resistendo ai suoi possenti contrattacchi e ruggiti. Chi si arrischia tra le lande del pensare non può utilizzare il pensiero come una stampella, perché pensare è una costante sfida ad un duello di lame affilate. È proprio opponendosi con fierezza agli inganni ed alle trappole della vita e della presunta realtà che è allora possibile sfidare l’esistenza, provando a stanarne le contorte verità da antri e anfratti. Spesso, le conseguenze di questa tenzone hanno esiti tragici per coloro che avevano osato avventurarsi tra quelle terre smarrendovi la mente nella follia o patendo altre sconfitte per mano di altri fratelli uomini o del tetro destino. Con il pensiero si può lottare solo mettendo costantemente a repentaglio la sanità e la vita, mentre la temibile belva dall’altra parte, nonostante i suoi contraccolpi e trabocchetti, rimane imperturbata di fronte a questi curiosi cavalieri che s’inoltrano, circospetti, tra quelle terre. Il pensiero declama con voce tonante: «sappi che raccogliere le mie perle è una sfida terribile e pericolosa» e in molti modi invita e sprona a lasciar perdere quei perigli. Il Qohèlet dichiara severamente: «Chi accresce il sapere, aumenta il dolore» e, dopo tale ammonimento, solo gli ostinati o i posseduti hanno ancora il coraggio o l’incoscienza di perseverare su quella perigliosa strada. Gli altri, quelli che del pensiero hanno fatto una marmotta per aule tetre, si accontentano d’altro o si assiedono tranquilli su poltrone e cattedre di allori ai margini della strada. Eppure, anche se tutto quello in cui crediamo o speriamo fosse appena un sogno, non basterebbe forse la sola sfida a farlo reale? La realtà dei giganti non è nei mulini, ma nel cuore eroico di Don Chisciotte che vi si avventa contro. Del resto, cos’è l’uomo quando non prova ad ergersi sulla sua stessa umanità? Cos’è un uomo quando non rischia neppure di bagnarsi le caviglie nell’oceano delle verità? Facile a dirsi: è un essere che ha dimenticato se stesso scendendo anzitempo gli scalini dell’Ade o vestendo la benda dell’accecamento volontario. La ciarla non uccide il silenzio, la ciarla è già silenzio.

            Conoscere è un curioso cammino che si nutre del suo stesso percorso conducendo alla rimembranza attraverso la dimenticanza. Per conoscere davvero bisogna allora imparare dapprima a mettere da parte se stessi e cominciare a dimenticare ciò che si crede di conoscere e questo non può che spaventare e turbare i molti. Facile credere, difficile capire, arduo comprendere e impossibile arrivare a conoscere fino in fondo, perché il sapere autentico intende che, dietro ogni porta, se ne cela un’altra e nessuna chiave sarà mai in grado di aprire tutte le porte: ciò che è dalla parte delle aquile non può dirsi uguale a ciò che è dalla parte dei gabbiani. La potenza (δύναμις) del pensiero non può mai venire interamente dominata ed è solo in virtù della loro inerzia e della loro acquiescenzia che gli uomini credono nelle risposte conclusive con le quali rassicurano i loro giochi mondani. Comodo, del resto, credere che il labirinto abbia una chiave, che l’universo possa finire o l’immensità possa essere racchiusa dentro una cifra. Comodo ma, al tempo stesso, privo di vita.

(Sergio Caldarella, La belva del pensiero, in «Studi Traslitterali. Rivista di Arti & Culture varie», Lugano 14 febbraio 2014).

Wednesday, January 1, 2014

L’infatuazione per il lusso come segno della distanza.


Il lusso è ingiustizia sociale congelata, ma anche una tra le tante misure della distanza tra noi e il senso quale contenuto significante dell’esistere e dell’esistente. Il lusso è il compimento di un distacco non soltanto tra uomo ed uomo, ma anche tra uomo e mondo: una gabbia luccicante costruita su divisioni, ingiustizie, appropriazioni, espropriazioni e la solita hybris di un essere caduco e mortale che vuol invece credersi invincibile ed immortale. Il superfluo, l’abbondare di cose e merci di ogni genere si configura, dunque, come il sintomo di un gravissimo malessere: il vivere la morte già dentro la vita.

Il lusso è, necessariamente, separazione, distacco puramente materiale che coincide sia con l’indifferenza per gli altri, sia con l’indifferenza verso il pensiero autentico, dando misura del distanziarsi dell’uomo dalle verità e dalle ragioni che pungolano e inquietano la vita. Il lusso è materia levigata a specchio in cui si riflette un volto svuotato e nullificato da una concezione del mondo e della vita senza spiraglio alcuno, un soffocante riflesso che avvelena lo sguardo dell’uomo in uno sfavillio di oscuri fuochi fatui. Nella materia non c’è alcuna luce e, per questo, colui che vi fissa troppo a lungo lo sguardo si perde nella curiosa oscurità del suo vuoto. Chi abbraccia il freddo delle cose finisce per ignorare il calore delle parole e delle idee autentiche e vere. Chi afferra soltanto ciò che è materia taglia, già in sé, tutto ciò che alla materia non pertiene né appartiene. Sorge da qui un’intera scienza delle cose seconde, del pensiero che diventa moto neurologico, della vita che diventa a malapena aggregato cellulare e di ogni altro intangibile squassato sotto il tallone di pesi e misure materiali. L’uomo che si spegne trascina i suoi pesanti scarponi in lande remote, ma non sa più riconoscere null’altro che non sia solo peso. È un uomo che scaraventa tutto, essente ed esistente, sulla bilancia della materia. Naturale, allora, che un uomo siffatto, ridotto ad uno spettro accecato dal dolore di esistere, cerchi rifugio nella distanza che il lusso ed ogni altro artificio della materia sanno proporgli, finendo per costruire torri sfavillanti quale prova tangibile dell’irriconoscibile distanza che egli ha posto tra sé e la vita autentica.

(Sergio Caldarella, L’infatuazione per il lusso come segno della distanza in «La Voce della Voce. Trimestrale di Cultura e Notizie», Bormio, genn. 2014)

Monday, December 9, 2013

Dorothea’s House, Princeton.


Una nota di costume ed un segno dei tempi.


            Nel grigio torpore della cultura della nostra epoca prodiga di opinioni ma quantomai parca di pensieri, Princeton, in New Jersey, è forse uno tra i luoghi culturalmente più aridi che si possano immaginare anche se, grazie alle tante abilità della propaganda del mondo nuovo, gode, invece, di luccicante nomea di cultura. Albert Einstein, che in questa cittadina utilizzano spesso quale emerito concittadino, quando si esprimeva privatamente, scriveva con la stringata lucidità del genio: «Princeton è un piccolo luogo meraviglioso, un villaggio pittoresco e cerimonioso d’inconsistenti semidei eretti su dei trampoli ... Qui le persone che compongono quella che viene chiamata “società” godono di una libertà ancora minore rispetto ai loro omologhi in Europa. Eppure sembrano incoscienti di questa restrizione, poiché il loro stile di vita tende ad inibire lo sviluppo della personalità sin dall’infanzia» (da una lettera alla Regina Elisabetta del Belgio). In questo “piccolo luogo meraviglioso” ben poco pare sia cambiato dal tempo in cui il grande scienziato scriveva tali sferzanti commenti.
            Come molti sapranno, Princeton è anche sede di una prestigiosissimissima università e, nonostante questo, nel villaggio c’è a malapena una libreria decente (la Labyrinth Books sulla Nassau street) ed una deliziosa libreria indipendente (la Glen Echo Books) ha dovuto chiudere i battenti qualche anno fa per lasciar posto ad un modesto negozio d’abbigliamento! La scomparsa delle librerie è, forse, proprio uno tra i più chiari segni dell’odierno abbrutimento e barbarie e coinvolge tanto le Americhe quanto l’Europa, segnando nettamente la fase del curioso declino della società occidentale che sembra ormai aborrisca a tal punto il pensiero da dargli la caccia come un tempo davano la caccia alle immaginarie streghe. Ad un angolo del campus della costosa università di Princeton si trova la Firestone Memorial Library, la biblioteca principale il cui accesso è però sorvegliato da una guardia che impedisce l’ingresso ai non-clienti delle varie facoltà – da tempo in America non esistono più studenti ma clienti e in Europa, lasciando fare a queste borghesie di miseria e ignobiltà, arriveremo anche ad altri elementi grotteschi tipici del sistema statunitense quali la sanità privatizzata con il paziente trasformato in cliente ed altro ancora. A Princeton c’è anche una biblioteca pubblica, un nuovo edificio di vetro, cemento e acciaio sulla Witherspoon che serve, per la maggiore, da emeroteca e videoteca e la gran parte dei libri che vi si trovano, tranne alcuni che però mettono in vendita, sono la solita carta stampata di cui pullulano le varie liste di best seller in ogni dove. Vaghereste inutilmente tra quegli scaffali cercando qualcosa di culturalmente valido da leggere, a meno che non vogliate sottoporvi all’ultimo non-libro di Oprah, Patricia Cornwell, Coelho o James Patterson – larga parte dell’imbarbarimento contemporaneo è, del resto, il risultato del fatto che si leggono questi non-libri ritenendo che si tratti, invece, di libri veri. In una realtà talmente deprivata di cultura come quella contemporanea, tutto passa o può facilmente venir fatto passare per cultura. 
         Se si volesse provare ad identificare il nucleo del dominio imposto sulla società contemporanea da parte di un’ignobile minoranza disposta a tutto per mantenere anche il più banale dei suoi privilegi, ebbene questo lo si potrebbe facilmente identificare nella terrificante aberrazione in cui, seguendo un ben preciso progetto socio-politico, l’uomo viene trasformato in mezzo e non in fine. È quello che Kant aveva colto con profonda intuizione nella Selbstzweckformel dell’Imperativo Categorico nella Ragion Pratica: «Handle so, daß du die Menschheit, sowohl in deiner Person als auch in der Person jedes anderen, jederzeit zugleich als Zweck, niemals bloß als Mittel brauchst, Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre e allo stesso tempo anche come fine e mai come semplice mezzo (429)». È strabiliante notare come, proprio agli inizi della modernità, Kant avesse profondamente inteso la nullificazione introdotta nel mondo dalla sostituzione del fine con il mezzo, una nullificazione che non avviene unicamente nei confronti dell’altro, ma ha radicali conseguenze anche verso se stessi (proprio in questa sottile opposizione alla trasformazione dell’uomo in mezzo Kant identifica – e vi si oppone – non soltanto una delle radici della modernità ma anche una tra le forme del protonichilismo). Il pensatore di Königsberg aveva capito quello che poi Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Spengler, Schweitzer, Adorno, Marcuse, Fromm o Lukács studieranno e riprenderanno scrivendo di un mondo trasformato in un palcoscenico vuoto in cui l’uomo, ridotto ad automaton, agisce in una cornice svuotata di significati e, dunque, nullificata nelle sue realtà fondamentali. È il mondo stremato e offeso (Vittorini) di un sacrilego noli me tangere che il borghese saluta come proprio e fondativo del rapporto con gli altri: noli me tangere in questa desolazione umana di cui il borghese non vuol saper nulla ed in cui non sembra possa esser raggiunto da alcuna voce che non sia quella di fame, sete e bisogno – Vitaliano Brancati scrisse sul tema un maestoso articolo dal titolo Il borghese e l’immensita oggi ripubblicato in una raccolta dei suoi saggi edita da Bompiani. Non è inoltre infondato ritenere che quest’incapacità di lasciarsi avvicinare e toccare da pensieri autentici corrisponda al timore dello sgretolamento di un’individualità incerta e pericolante. Se la cultura è anche voce, capacità di raggiungere l’altro sia esso lontano o vicino, in un mondo artato in cui bisogna eseguire istruzioni e schermirsi da tutto ciò che è profondamente umano, emerge allora la necessità strumentale di una cultura nova che più non abbia le forme e le aspirazioni di quella del passato e coincida con i dettami dell’homo novus del nostro evo. Debbono allora emergere i ciambellani della cultura, gli “avvocatucci unti di brillantina” (Pasolini), i guardiani diurni ed i buttafuori, gli abbaiatori, i gazzettieri, gli sporcascarpe, i guardaspalle ed i vari manutengoli che pretendono di aver trasformato la conoscenza in lenocinio e mercimonio solo perché hanno malamente occupato una rocca.
         È evidente che, in una tale situazione, c’è da aspettarsi ben poco di buono culturalmente, socialmente o politicamente. Bisogna forse aggiungere che a Princeton, come a Predappio, Catania o Vattelapesca, ci sono sempre degli organizzatori di pletore di manifestazioni e intrattenimenti con velleità di cultura, in genere ad usum dei soliti borghesucci con l’ausilio del chierico di turno che racconta di questo o di quel fatterello con, al termine, un rinfresco con tarallucci e vino in cui si parla della prossima vacanza, della prossima pioggia, neve, calura, etc. È in questo strabiliante contesto contemporaneo che si situa la Dorothea’s House, detta anche la “casa d’incultura italiana di Princeton”, un bell’edificio posto nel centro del villaggio, non lontano dalla biblioteca e da altre amenità locali. Come la Villa Riemann di Siracusa, anche questa casa pare sia il frutto di una donazione che risale al 1913 ed agli inizi questa era un’associazione a scopo benefico. Coloro i quali credono basti avere un bell’edificio per creare cultura non hanno mai capito che la cultura autentica si regge sempre sulle gambe degli uomini e non su stucchi e colonne di marmo: Socrate era un artigiano squattrinato, Spinoza faceva il pulitore di lenti, Pessoa o Kafka erano degli impiegati e nessuno tra costoro – per limitarsi a questi pochi – ha mai avuto in dono edifici da cui propalare un qualunque verbum. Curioso che, proprio la dimensione più propria ed autentica della cultura, ossia di qualcosa che avviene attraverso le menti, sfugga quasi completamente a coloro i quali credono che la cultura consista, invece, di begli edifici, denari, facce imbellettate ed un sacco di pezzi di carta da incorniciare, confondendo così proprio la distruzione della cultura con il suo sostegno. Il Duca de La Rochefoucauld faceva ben notare: «Coloro che si applicano troppo alle piccole cose, diventano solitamente incapaci delle grandi» (41). E, proprio poiché costoro si applicano troppo alle piccole cose, non soltanto non sanno più come applicarsi ad alcuna cosa grande, ma finiscono per vedere tutto sempre e solo sotto una luce piccola, illudendosi di sfuggire alla responsabilità umana che richiede riflessione autentica e finendo per pensare solo a se stessi, o almeno così credono, perché in realtà quella forma di pensare a se stessi è, a malapena, un altro modo per non pensare a nulla. Del resto c’è sempre molto da imparare anche sulla pochezza e la cecità di coloro che portano i pesi di un sistema il cui fine è l’annientamento della loro stessa personalità. Quando ci viene concesso il dono d’intravedere anche delle piccole verità diventiamo più liberi, quando invece quello che crediamo di conoscere è pura semplificazione, falsità o propaganda, questo ci tarpa le ali e incatena ancor più all’illusione ed alla vita inautentica. Il problema fondamentale di un mondo istintivamente anticulturale è che le strutture socioculturali di una società in cui quest’impostazione è dominante, invece di conferire senso all’esistenza, congiurano nell’inumano tentativo di deprivarla da questo. È proprio questo il dramma contemporaneo contro cui, chiunque voglia dirsi morale, dovrebbe, necessariamente e suo malgrado, levare la propria voce.
          Nei tempi antichi era ben nota l’infatuazione del tiranno di Siracusa per il grande Platone o di Nerone per Seneca e di come tali rapporti siano finiti male o tragicamente, proprio perché questi grandi e nobili maestri si rifiutarono di acconsentire alle piccole volontà dei tiranni e di assecondare le loro manie e vezzi. Certo che se il Dionisio fero o il dedicator damnationis avessero capito a quel tempo che, per venir assecondati, gli sarebbe bastato mettere un paio di stallieri o citaristi stonati in un bell’edificio di marmo e chiamarli professori, non si sarebbero forse presi tanta pena contro Platone ed il povero Seneca. L’Imperatore Caligola ci era andato vicino nominando Senatore il suo equino, ma nella sua epoca non gli era ancora balzato in mente che avrebbe anche potuto nominarlo chiarissimo Rettore o presidente di qualche altisonante istituto. Oggi, invece, i potentati questa lezione l’hanno ben recepita e per questo, oltre ai tanti diplomifici distinti per classi di reddito, sovvenzionano, di tanto in tanto, anche questi covi di conformismo e mediocrità che si arrogano il nome di istituti “culturali” e ad altro non servono se non a rafforzare la potenza del sistema di annientamento della cultura proprio in nome della cultura – Ah! Quale strabiliante epoca di orwellianerie e paradossi! Tale sistema di annientamento della cultura erge così una muraglia anti-culturale favorendo il solo emergere di pseudospiegazioni funzionali al sistema di potere: non è un caso che ad individui come Milton Friedman, tanto per limitarsi ad un solo esempio eclatante, abbiano persino assegnato il Premio Nobel insieme a molteplici altre prebende. Se gli intellettuali, i sapienti, i filosofi e tutti gli altri uomini buoni hanno in passato dato tutto al mondo, anche le loro vite spesso atrocemente terminate, questi sono invece coloro che sanno sempre e solo prendere.

         
La Dorothea’s House di Princeton è il preclaro esempio dell’ennesimo bell’edificio trasformato in mausoleo della cultura. La prima cosa che colpisce di questo dopolavoro della cultura è che, già a partire dalla brochure a stampa di presentazione, questi mal illuminati luminari fanno proprio grossolani errori di grammatica italiana in un testo banale e di pochissime righe! L’ironia più grande è che offrono anche corsi d’italiano o, per meglio dire, d’“italiota”, variante illetterata della bella lingua italiana (nel loro sito web infatti preferiscono evitare l’italiano). Le iniziative che organizzano sono poi ancora più ilari e stravaganti del loro bizzarro idioma: ogni tanto proiettano qualche pellicola proveniente dal Grande Paese ed altre volte organizzano magniloquenti conferenze invitando amici, parenti, conoscenti e consociati vari. La casa d’incultura italiana di Princeton è uno tra i tanti luoghi nei quali la nostra epoca contrabbanda chiacchiere e banalità per elevatissima cultura e, se vi dovesse capitare di partecipare ad uno di questi eventi, vi accorgerete che, già dall’atmosfera tetra di questa grande sala senza storia, si prova l’impressione di trovarsi in un fumetto di Alan Ford in cui Luciano Secchi e Roberto Raviola, dal ‘69 alla fine degli anni ‘80, mettevano alla gogna e facevano il verso a questa piccola borghesia polverosa e imbellettata che odora contraddittoriamente di stantio e naftalina.

         Le magniloquenti conferenze presentate con squilli e schiamazzi alla Dorothea’s House sono, in genere, discorsi raffazzonati tenuti da scalcagnati relatori che s’improvvisano grandi e mirabili esperti di questo o quell’autore, di questa o quella materia, solo perché sono passati dalle forche caudine di un concorso pubblico da qualche parte o perché hanno presentato il giusto numero di lettere di raccomandazione! E questo scenario che si ripete e ripercuote in questa minuscola conventicola di provincia che è la Dorothea’s House è, mutatis mutandis, lo stesso che ormai si ritrova dalle più note istituzioni dette culturali fino al più lontano circolo del bridge di Vattelaspesca. L’addomesticamento della cultura che produce la desertificazione era del resto già stato preconizzato da Nietzsche nell’Ottocento e noi siamo spettatori dell’avverarsi di profezie con le quali eravamo stati ben ammoniti! Si rimane comunque increduli contemplando il livello di arroganza ed ignoranza mostrato in queste pseudoconferenze ed è inevitabile chiedersi chi saranno mai quelli che dirigono un tale circo e così si arriva alla direzione della casa d’incultura. La gran dama di corte è, al momento, una tal Linda che sa di cultura tanto quanto un ciabattino sa di astrofisica e, insieme a quattro fidati consigliori, decide del bello e del cattivo tempo alla casa d’incultura, tendenza questa diffusa nella gran parte degli istituti della cultura nova: a Francoforte sul Meno, tanto per aggiungere un solo altro esempio, c’era alla direzione della Literaturhaus una certa Maria Gazzetti che, sapendo ancor meno di questa, faceva ancor peggio. Del resto ben poche altre epoche possono dirsi nostre pari nell’incompresione e rigetto per ogni pensiero che non sia un ringhio o un belato. La società dell’abundantia produce manichini ben curiosi: mala tempora currunt.
          La società globale contemporanea ha un disperato bisogno di un nuovo modello sociale che soltanto la cultura autentica sarebbe in grado di concepire e, se poco più di un secolo addietro, il mondo si trovava nelle mani di una follia criminale che ha condotto a due orripilanti guerre mondiali, oggi è sotto il saldo controllo di una stolida idiozia dal ghigno sorridente di cui i piccoli menestrelli dell’incultura non sono che nere epitomi. Una cultura resa monca da mezze figure e caudatari che nulla hanno da offrire non soltanto non sarà più capace di proporre delle soluzioni valide alla dissoluzione sociale imposta dai poteri ciechi delle mediocri borghesie di dominio, ma renderà anche impossibile veicolare un messaggio che possegga contenuti culturali validi. In tal modo, l’impostazione del modello accademico/culturale contemporaneo che sembrava unicamente funzionale al meccanismo di dominio si sta invece mostrando quale elemento chiave del processo di disfacimento sociale e di distruzione planetaria. Di fronte a tale sfacelo alcuni si tranquillizzano credendo, erroneamente, che questi borghesucci che pretendono di reggere il timone della cultura almeno non sono esiziali, senza capire che sono invece tanto pericolosi quanto lo erano i loro predecessori con la torcia o il manganello, almeno quelli, quando sentivano la parola cultura, rivelavano la loro autentica natura mettendo mano alla rivoltella, mentre questi se ne vanno in giro tronfi e paonazzi, propagando una voce che grida “cultura, cultura”, ma contiene a malapena uno squittio d’immenso silenzio: o tempora, o mores!
(Sergio Caldarella, Una nota di costume ed un segno dei tempi, «Il Pungolo» 29 novembre 2013).

Friday, October 25, 2013

Lo stupore per quello che già tutti sanno e la scomparsa del popolo.

È difficile capire perché, in questo periodo, siano in così tanti a fingere di meravigliarsi delle varie intercettazioni da parte degli apparati di spionaggio degli Stati Uniti: in un recente articolo dell’Associated Press si parla persino di un’ipotetica fiducia infranta tra gli USA ed i suoi alleati (“US Spying Has Shattered Allies’ Trust” di John-Thor Dahlburg e Geir Moulson). Al di là del fatto che, già dagli anni ’60, si sapeva di programmi di sorveglianza delle comunicazioni quali Echelon, l’altro elemento rilevante è che gli Stati Uniti rappresentano il Paese di punta della globalizzazione economicista e per questo, ed a dispetto di tutti gli altisonanti slogan, sono la prima società del controllo (v. Deleuze) del pianeta. Come ci si potrebbe dunque meravigliare che una società che ha il controllo quale paradigma possa avere delle istanze in cui vi rinunzia? Che logica sarebbe mai questa? Sarebbe come dire che un ubriaco, messo da solo in una stanza con una bottiglia di vino, se l’è bevuto fino all’ultimo sorso. Tale “notizia” dovrebbe forse destare meraviglia? Come si dice nell’ambito giornalistico: “cane morde uomo non è una notizia, uomo morde cane lo è”. Le intercettazioni sono semplicemente coerenti con un modello di mondo che ormai domina incontrastato anche grazie al fatto che sono abilmente riusciti ad annientare la cultura autentica sostituendola con dei feticci servili e funzionali a questo sistema di prebende e coercizioni. I potentati, del resto, agiscono in maniera vile fin dalle origini della storia e sarebbe illusorio attendersi un agire contrario alla loro fondamentale natura che tende alla dimenticanza di sé e, conseguentemente, alla distruzione di tutto e tutti (è sostanzialmente l’apologo dello scorpione e della rana in cui lo scorpione che deve attraversare il fiume e uccide la rana che lo trasporta perché la sua natura è proprio quella di uccidere). In un tempo andato, era la cultura ad essere l’antidoto alla follia dei pochi, ma quella che i contemporanei chiamano cultura, ossia la “cultura ufficiale”, è l’ancella servile di questi poteri forti e ben coopera da tempo nella creazione di un homo novus integralmente funzionale ai fini di chi comanda.

Già da bambini, i cittadini di questo mondo nuovo globale vengono subdolamente abituati ad accettare acriticamente il sistema di potere e soggiogamento di cui sono al tempo stesso vittime e artefici. Del resto un sistema simile non potrebbe esistere senza un’immensa mediocrità umana e culturale quali suoi fondamenti. In America, così come in Europa o in Asia, con la complicità di un sistema corrotto com’è la scuola contemporanea, si viene anche abituati già dall’infanzia alla logica bestiale del cane mangia cane, il mors tua vita mea che, storicamente, indica la fase finale dell’Impero Romano e di ogni altra società. Del resto le borghesie ed i patriziati intendono solo il controllo ed il potere e le loro testacce infami altro non sono mai riuscite a concepire e questa pochezza è tutto quello che sanno proiettare sul mondo. Sono millenni che la specie umana soffre per il controllo che questi pochi mentecatti hanno assunto sulla struttura sociale grazie ad una serie di trucchetti e consociativismi e questo potere dei folli, a dispetto dei risultati mortali che ha sempre prodotto, aumenta invece di diminuire e sta lentamente conducendo l’intero pianeta alla sua distruzione. Siamo costantemente esposti e sottoposti allo sconcio di una società della diseguaglianza e del privilegio gestita da questi pochi che altro non comprendono se non conflitto e appropriazione, ed è uno sconcio al quale ci si è talmente assuefatti che non desta quasi più sconcerto. 
L’incremento del potere dei pochi che dominano i molti e la legittimità che oggi gli si attribuisce è anche un sottoprodotto della scomparsa del popolo trasformato in massa. Il popolo non è la massa, ma il suo contrario. Il popolo è vivo, ha una cultura, un'etica ed un carattere che la massa, soggiogata alla volontà dei pochi, non possiede. Il concetto di popolo è, però, stato corrotto dalle varie ideologie politiche e soggiogato dall’omologazione e da un benessere fatto solo di cose, finendo così per usare la parola “popolo” in maniera interscambiabile con la parola “massa”. Il popolo, diversamente dalla massa, sa guardare al potere con la leggerezza di un’ironia che ne smaschera le velleità e le molte corruzioni. Bertoldo è un personaggio del popolo ed è un sapiente che i potenti chiamano infatti buffone. Di fronte al potere che s’inalbera su troni e scrivanie il popolo sorride e li guarda con una sapiente commiserazione, mentre la massa li invidia e vorrebbe essere come quei pochi senza coscienza che sgomitano per sedersi sulle varie poltrone. La massa serve il potere, mentre il popolo può subirlo, temerlo o venirne irretito, ma non lo serve mai. I potenti e prepotenti pensano di capire sempre tutto perché vedono sempre e solo un lato delle cose, quello del potere, dell'ambizione, del possesso, ossia il lato dell’illusione, come provava a spiegare saggiamente Solone a Creso. Il popolo guarda invece al lato della vita, alla sua caducità ed alla sua ricchezza intrinseca.

La tecnologia altro non fa che estendere e potenziare spaventosamente l’infinitesima piccolezza umana dei pochi che dominano i molti. Trilussa, nel 1914, scrisse la poesia “Ninna nanna de la guerra” che spiega meglio di tanta storiografia la vera vicenda della Grande Guerra e non spiega solo quella, ma la natura stessa dell’oppressione di quel “covo d’assassini  che c’insanguina la terra” a danno dei molti ignari o ignavi.

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d'assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

I filosofi buoni, i poeti e tutti i grandi intellettuali e artisti sono quelli che, da millenni, denunciano questa viltà dell’uomo contro l’uomo pagandone le dure conseguenze, gli altri sono quelli che se ne stanno bellamente assisi in cattedra oppure quelli che si meravigliano con gran stupore di quello che già tutti sanno.

(Sergio Caldarella, Lo stupore per quello che già tutti sanno e la scomparsa del popolo in La Voce della Voce, Trimestrale di Cultura e Notizie. Bormio, Ott. 2013)

 

 

 

Saturday, September 21, 2013

In ricordo di T.S. Eliot


Come sono bravi questi bravacci e farabutti a celebrare i poeti quando sono morti. Sono bravi a strabuzzare gli occhi e fare gesti di commozione truci quando il poeta non è più tra loro e sono ormai sicuri che non può smentire i loro vuoti commenti. E quanto false sono tutte le loro parole! False come le loro vite di carta secca. Che se ne farebbero, del resto, loro che intendono solo le cose morte, di un poeta vivo? Anzi, quando parlano del poeta da morto gli fanno quell’ultima violenza che non potevano fargli da vivo: rubargli il senso delle sue parole per farlo diventare un altro pupazzo di sale nella loro macabra collezione di silenzi. Le parole del poeta rigurgitano di una vita che questi commedianti della cultura non potranno mai comprendere e per questo provano ad ingabbiare ed ammazzare anche le parole sopravvissute. Sono mostri, orchi dalla faccia infame e imbellettata, e non sanno che i loro rigurgiti sono a malapena voci mozze e senza destino. Fanno finta di celebrare la vita del poeta e invece ne celebrano lieti la morte e le loro espressioni sembrano di compianto solo per chi non sa come guardarli davvero. Del resto, cosa sanno del poeta? Cosa hanno mai saputo? Cosa potrebbero mai saperne? Loro che stanno sempre dalla parte del più forte per poter poi sgranocchiare ossa e briciole cadute dalla tavola. Loro che non hanno mai saputo come vivere davvero neppure un giorno delle loro vite. Loro che sono i primi ad accorrere quando c’è da prendere un pugnale per spaccare il cuore di chi non parla la loro lingua roca. Loro che hanno fatto del pianto il solo canto e della vergogna la sola requie. Loro che fanno del buio la loro luce e accettano di piegarsi solo all’infamia. Loro che sono sempre stati sugli spalti e i torrioni da cui gettavano pietre e sputi sul poeta accovacciato tra le ortiche nel fossato e adesso vogliono arrivare a pretendere che il poeta sia sempre stato tra i loro scranni e balconi, lasciando intendere che anche il poeta era, come loro, uno degli empi schernitori della vita. Questa è la fiaba che vogliono raccontare dai loro pulpiti, ma chi legge sa che non è per niente così, ed anche se loro non potranno mai coglierlo, il poeta, gli ha già risposto tra le righe della sua opera, nascondendo messaggi che loro saranno sempre incapaci di vedere e che sempre smentiranno le loro imbellettate parole. Il fatto che loro siano in tanti e quelli che sanno ancora leggere siano in pochi non significa nulla, non ha mai significato alcunché, perché loro sono sempre stati in tanti. Essere molti è la sola cosa che sanno fare davvero, ed a questo tende sempre il loro fiuto, ad annusare dove sta andando il branco. Il poeta invece va da solo. Rarissimi dunque i poeti che hanno destino di trovare chi riceva le loro parole. Il poeta, del resto, non scrive per esser accettato o per ricevere una pacca sulla spalla, scrive perché non può fare altrimenti, scrive perché la vita tracima nelle parole e le parole tracimano nella vita, scrive perché qualcuno gli ha spaccato il cuore o perché qualcuno gli ha sanato quella ferita. Scrive perché il suo essere è nella sua scrittura e la sua scrittura è nel suo essere.

Il poeta è uno o nessuno, ma non è mai molti. Loro sono invece molti o nessuno, ma mai uno. Per questo lavorano sempre e in ogni modo contro il poeta e non soltanto perché questi non gli assomiglia, ma perché è il loro assoluto contrario. Oggi, nell’epoca nuova in cui questa gente dalla faccia buffa e truce ha conquistato cime e vallate, spiagge lontane e terre vicine, torri e cantine, cattedre, troni e poltrone, vuole anche conquistare i territori della poesia infiltrandovisi e bivaccandovi con anime guaste e scarponi di piombo. Non sanno che quanto più vi si avvicinano, tanto più la poesia e il pensiero si ritraggono o, forse, lo sanno e non gl’importa, ed anche un rudere vuoto gli sembra abbastanza per incoronare i loro eroi di cartapesta: anche una lampada spenta è per loro luce. Perché, dunque, meravigliarsi che la nostra sia un’epoca al buio?

(Da: Sergio Caldarella, Il poeta e i molti, «Il Pungolo» 21 settembre 2013)

Sunday, September 8, 2013

La neo-intelligenza


Un pensiero non può mai davvero essere interamente “spiegato” quanto letto, discusso, interpretato e condiviso. Diversi secoli di volgarizzazione lasciano però credere altrimenti e così migliaia di pubblicazioni, conferenze e lezioni provano a “spiegare” pensieri e pensatori divulgando, in tal modo, non soltanto banalizzazioni, ma anche la pericolosissima opinione secondo cui sia possibile aver “capito” Eraclito, Platone, Kierkegaard, Einstein, Bohr o la Bibbia solo perché si è letto un manuale in proposito. Per questo non c’è cosa più diffusa e comune nel mondo d’oggi quanto la “credenza di sapere”. Preda di un’intelligenza che ci fa credere tutti bravi, crediamo di sapere tutto di tutto senza sapere come e da qui deriva la rapidità, la banalità e la superficialità dei giudizi e delle pseudonalisi dei contemporanei. Ed anche questo è qualcosa che pertiene profondissimamente all’esprit du temps in cui siamo stati capaci d’inventare un’intelligenza stupida che, parcellizzando il mondo, non è più in grado di vederlo e sentirlo davvero. Il pensiero è anche il comune sforzo umano verso la conoscenza compiuto da tutti gli uomini, come già insegnava Socrate nel Menone, mentre l’intelligenza stupida crede sempre di poter bastare a se stessa e da qui la fine del dialogo culturale: «'Tis the times' plague, when madmen lead the blind, È il malanno dei tempi che i matti debbano guidare i ciechi» (King Lear, atto 4 scena prima).

L’intelligenza stupida è anche narcisista, ossessionata da conclusioni e applicazioni, dal corpo e dalla materia, dalle cose e dalle loro successioni e permutazioni. Un’intelligenza zoppa e fatalmente muta di fronte alla vita. Un’intelligenza che è arrivata al punto da uccidere la poesia, la filosofia, la teologia, relegare la letteratura o l’arte in mediocri angolini della società e portare le scienze a modello di una nuova divinità materiale. Anche a dispetto dei secoli, siamo ancora adoratori del grasso vitello d’oro.

(Sergio Caldarella, La neo-intelligenza, in Giornale del Nuovo Millennio, 7 sett. 2013).