Sunday, September 20, 2026

Il gazaismo ha già raggiunto obiettivi non trascurabili.

È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa intesa per un buon uso e stravolgerla nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne ed avverse al benessere individuale e collettivo. Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno ed alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.

Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923). Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave. Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. Ad un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.

È in questo vasto contesto che bisogna provare ad intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo al punto che il suo slogan potrebbe ben essere “squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti. Grazie alle connivenze istituzionali ed alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente ed assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori ai quali, come se non bastasse, vi hanno pure aggiunto i topi addestrati! No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi ed i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026). Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo, è una prerogativa tipica del male. 

Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza, oppure semplicemente negato - nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas. Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said, etc., per menzionarne solo alcuni, poiché le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i vari fantasisti anti-israeliani locali con ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano, ancora di più, scaffali e teste di lettori. Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di farli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti - concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti - e sovvertimento della realtà tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.

Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo. Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica ed il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo hanno il gazaismo con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico. La striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo della sola Hamas, può venir detta “occupata”, i miliardi di dollari ed euro, inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati, ed ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagattellizzato in nome di un odio atavico ed inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale. 

In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti dichiarare un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno. Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate. Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia ed il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze. Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.

In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi ed innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali - come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas? Al tempo stesso si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né gli è mai importato, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia ed ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati. Con questa continua ed ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti ad ottenere dei risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili ed immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia. Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità sempre più smarrita ed in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.

Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli è di aver affievolito il valore ed il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini? Il più delle volte è proprio il significato che attribuiscono a tali parole ad essere discutibile, come quelli che si dichiarano “antifascisti” (e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni) e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola. 

A trasformare il valore, il peso ed il contesto della definizione di “genocidio” ci si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto ad identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia. È durante il Processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Dall’epoca, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 ed il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli herero in Namibia. Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola ad un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano ad utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla loro strada. A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.”

Del resto, quando i cani diventano stupratori ed i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti. “Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “se non fosse che faccio brutti sogni”, ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri. È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale di mente e di spirito. Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria. Il nauseante slogan di “From the River to the Sea” ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla (nichilismo) e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche. Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente, altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé. 

È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso ed il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso in alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate; se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi a mente e coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà, ed i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto. Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività. 

Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici ed oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Ardeatine, le delazioni, le camicie nere, sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri. Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” - questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo - ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.


Monday, June 1, 2026

Cani stupratori oppure totale perdita di controllo sulla realtà?

 Stanno succedendo troppe cose ed il tutto accelera, mentre i cittadini non sembrano più in grado di risvegliarsi dal torpore in cui sono stati gettati grazie all’uso di strumenti di manipolazione efficienti e tecnologicamente organizzati. Ovunque si guardi si assiste ad uno sfaldamento dei princìpi civili e democratici come se tutto questo fosse normale o, come dicono gli assisi sui troni della politica, parte di una “nuova normalità”. I rapporti sociali e comunitari stanno deteriorando a vista d’occhio e questo anche perché la comunicazione è stata ammorbata dall’ideologia. In una comunicazione infetta nessuno ascolta più l’altro, questo significa che, attraverso l’iniezione dell’ideologia, la parola cessa di veicolare contenuti e serve, tutt’al più, come strumento di rafforzamento di posizioni cristallizzate attraverso l’uso di slogan, parole chiave, falsificazioni varie e cliché, ossia una comunicazione vuota e non più in grado di costruire discorsi di senso basati sui fatti e sulla razionalità. Da questo punto in poi tutto diventa possibile, l’antidemocrazia può fregiarsi del nome di democrazia, il delirio può aspirare alla cattedra della sanità mentale, la menzogna vestire i panni della verità. La gravità di questa situazione non viene però percepita come dovrebbe poiché l’immenso, quanto devastante, rumore di fondo dell’industria culturale impedisce che persino l’evidenza possa esser additata come tale, favorendo così il proliferare di qualunque fantasia o arbitrio, purché non indirizzino l’individuo verso lidi reali ed utili al suo sviluppo spirituale e culturale. In particolare in questo periodo storico, persino riportare dei fatti o delle verità, magari relativi a delle statistiche politicamente scomode, può diventare legalmente punibile già in molti stati occidentali. 

Nel contesto di questa devastazione si pone l’ennesima parodia messa in scena da una serie di comparse le quali ormai occupano con prepotenza la scena ed hanno tirato fuori, dal cappello pieno di serpenti dell’odio, la favola surreale secondo cui alcuni poverelli di Gaza sarebbero stati violentati da cani addestrati a tal fine dall’esercito israeliano! Questa sciocchezza colossale e rivelatrice del livello assurdo e fuori di senno delle fantasie anti-israeliane è stata persino messa nero su bianco, da un certo Nick Kristof, sui cui trascorsi non ci soffermeremo, sul New York Times. Il fatto sarebbe già in sé di una gravità unica se non fosse che il giornale newyorkese, di fronte alle proteste e denunce, tra cui anche quella per calunnie da parte dello Stato d’Israele, ha raddoppiato confermando l’immaginaria veridicità della non-notizia! A questo sono ridotte le fonti della presunta informazione nell’epoca contemporanea. Come meravigliarsi, poi, che la cittadinanza sia talmente confusa su questi temi? 

La parola con cui si comunica e ci si esprime è stata violata, squassata, sconquassata. Il linguaggio viene abusato e devastato, sconvolto fino a diventare manchevole della sua coerenza essenziale. Per questo, contro Israele, si ripetono chiacchiere assurde quali “genocidio”, “apartheid”, “colonialismo” ed ora ci si mettono persino i cani stupratori! Le sciocchezze che circolano in questi ambienti sono sempre corbellerie da trogloditi, ma cosa rispondere? Come rispondere? In realtà non si può rispondere perché chi ripete assurdità si è già da tempo separato dall’ambito del discorso che può crescere solo sulla condivisione logica e razionale: un cane stupratore è come un unicorno verde, cosa gli si può rispondere? Questo avviene proprio perché è stato, in primis, vituperato il significato delle parole e, conseguentemente, la comunicazione. Uno scempio terribile e radicale i cui effetti si ampliano e metastatizzano davanti agli occhi di tutti. Questo celebrato Kristof, autore di tale perla sul New York Times, è anche sposato con la signora Sheryl WuDunn, la quale, curiosamente, è stata nominata vicepresidente del Comitato esecutivo (Board of Overseers) dell’Università di Harvard per l’anno accademico 2026-2027. Il Board of Overseers non solo traccia le direttive per l’intera università, ma controlla anche la maggior parte dei finanziamenti. Si deve qui osservare che, da quasi tre anni, l’università di Harvard, insieme ad un gran numero di altri college americani, è oggetto di indagini per casi di antisemitismo e violenze contro studenti di origine ebraica. Diventa allora rilevante notare che il marito della nuova vicepresidente del Board of Overseers di Harvard ritiene che l’esercito in Israele addestra dei cani a diventare degli stupratori! Chi verrà nominato per il prossimo anno accademico? Uno che crede alla terra piatta, oppure un esperto di unicorni, fate e folletti?

Ad una persona autenticamente razionale mancano ormai le parole per venire a patti con la modernità in cui arrivano persino a ripetersi i copioni barbarici dell’odio antisemita che si credeva, quantomeno in Occidente, la storia avesse ormai seppellito sotto le ceneri della Shoah. Questi eventi, la violenza al senno ed al significato, le nuove squadracce per le strade, pur nel loro squallore e nella loro miseria, sono indicativi di una pericolosissima situazione cognitiva poiché ripetono, mutatis mutandis, copioni il cui finale tragico è già noto. L’antisemitismo è la forma finale dell’alleanza tra malvagità e stupidità e questo lo si sarebbe dovuto capire, non vi sono più scuse per non capirlo e cambiare la parola “ebreo” con “sionista” è un trucco buono solo per i babbei! George Orwell, come se avesse avuto sentore che un giorno sarebbero arrivati i cani stupratori, definì questa mentalità perfettamente quando scrisse, a proposito degli antisemiti di allora, un’analisi che si attaglia perfettamente al presente ed a molte leggende strabilianti di cui al momento straripa la non-comunicazione generalista. Nel saggio Antisemitism in Britain, apparso nell’aprile del 1945, Orwell scrisse: “uno dei tratti distintivi dell’antisemitismo è la capacità di credere a storie che non potrebbero in alcun modo esser vere (one of the marks of antisemitism is an ability to believe stories that could not possibly be true)”. Del resto, cosa si potrebbe immaginare di più strabiliantemente falso dei cani stupratori? Eppure, se date una sbirciatina online, troverete un esercito di trogloditi che continua a ripetere, insieme ad altre, questa ciclopica panzana. 

Monday, May 25, 2026

Limite o illimite?

Una politica democratica si costruisce su dei limiti, in particolare quelli che il potere politico deve
imporre a se stesso. L’intera costituzione teorica della democrazia è fondata sui limiti di mandato e su quelli che essa stessa s’impone nell’esercizio del potere. La tirannide è, invece, quel sistema che non vuol riconoscere limiti ed eleva il manganello e l’olio di ricino al rango di strumenti politici. Già questa premessa andrebbe considerata essenziale e propedeutica all’analisi di qualunque sistema politico. La prima domanda da porsi dovrebbe esser sempre: è questo sistema fondato sul limite o sull’illimite? 

Anche la legge è un limite al potere politico – da qui la necessità della separazione effettiva tra legislativo ed esecutivo teorizzata da Montesquieu come essenziale – con cui si garantisce la qualità civile e democratica di uno Stato di diritto. La democrazia è, poi, una forma di governo limitata dal voto, dunque dal popolo il quale, in virtù di questo, detiene la sovranità. Questa dovrebbe essere educazione civica elementare se non fosse che, in questo fantasmagorico evo, vi sono direttori di grandi testate, parlamentari e persino magistrati o funzionari di pubblica sicurezza i quali ignorano tale comma costituzionale sulla sovranità del popolo, facendo bella mostra di un’inescusabile ignoranza civica e democratica.

Il 19 maggio, a Strasburgo, l’ex cancelliera tedesca Merkel ha ricevuto l’ennesimo riconoscimento ufficiale, questa volta nella forma dell’Ordine europeo al merito istituito a maggio dello scorso anno. Sorvolando sull’opportunità politica di tale onorificenza sostenuta dalla compatriota e membro dello stesso partito (CDU) dr.ssa von der Leyen, la quale, a sua volta, è stata sponsorizzata per il suo ruolo corrente dall’ex Cancelliera della quale è stata ministro dal 2005 al 2019. Questioni di forma – la quale, in politica, è anche sostanza – che appartengono ad una riflessione sociale in cui il limite significa ancora qualcosa. 

Un nutrito gruppo di parlamentari europei ha però rifiutato di partecipare alla seduta di conferimento pensando, con ingenuità da novizi, che i loro scranni in Parlamento sarebbero rimasti vuoti di fronte alle telecamere. La dirigenza europea, con un gambetto machiavellico che è al tempo stesso un insulto alla stessa istituzione parlamentare, ha invece riempito i seggi vuoti con del personale amministrativo chiamato in tutta fretta dagli uffici del palazzo per colmare quegli spazi che, in TV, non avrebbero fatto una bella figura.

Nel suo discorsetto, pronunciato sempre con il solito monòtono, l’ex cancelliera ha perorato anche un suo vecchio cavallo di battaglia, ossia la “necessità” di intervenire sulla libertà di espressione online. Come darle torto? Senza l’ausilio della rete, e la possibilità di comunicare online contro cui l’UE cerca di interferire sempre più pesantemente, i cittadini non avrebbero mai saputo del trucchetto perpetrato dall’apparato politico di Strasburgo. I parlamentari che avevano vacato i loro seggi, grazie a delle dirette improvvisate sui vari social media, hanno potuto denunciare, dal vivo, quanto stava avvenendo. Se, come perorano i sublimi democratici assisi nella Commissione, vi fossero già in atto le restrizioni alla comunicazione online, si sarebbero sentiti gli applausi e visti solo i seggi occupati illuminati dai riflettori delle televisioni. Non sarebbe questa un’immagine più armonica invece di dover prestare attenzione a questi parlamentari contestatori brutti e cattivi? Non è il mondo ideale del radioso futuro quello che la Commissione europea ci invita a vedere tutti insieme? 

Per il momento questo avviene, come molto altro, sotto gli occhi di tutti, e sono pochi a preoccuparsene, ma non succede forse sempre così nella storia? Se noi, oggi, possiamo ricordare con gratitudine il valore dei fratelli Rosselli, di Sandro Pertini, del prof. Salvemini o Piero Gobetti non è anche perché erano proprio questi pochi a preoccuparsi e denunciare quanto avveniva all’epoca sotto gli occhi di tutti?

Quello che più turba in queste piccole miserie politiche è la determinazione, quasi la naturalità, con cui queste operazioni vengono perseguite e, dall’altra parte, la preoccupante indifferenza della cosiddetta “società civile”. Forse, nel XXI sec., ci vorrebbe un nuovo Diogene, in giro con la lanterna, questa volta alla ricerca della “società civile” o del suo fantasma, perché è proprio questa che sembra, qui, latitare. Sembra tutto così incredibile, eppure è tutto così terribilmente vero.

Tornando alla cancelliera della scienza (Deutschlands Wissenschaftskanzlerin) ed alla sua vasta collezione di onorificenze e lauree ad honorem che farebbero impallidire Leonid Bréžnev o la signora Albanese, tutto questo non viene fatto a caso. Infatti, durante la metà degli anni ’70, quando, secondo le varie versioni ufficiali, la signorina Merkel era dissidente del regime comunista della DDR, venne inviata, con una borsa di studio dello stesso regime a cui si opponeva con tanta efficacia, all’università statale Lomonosov di Mosca, proprio mentre Bréžnev, anch’egli grande amante di onorificenze, era Segretario generale del Partito Comunista dell’Urss. Esiste però un corposo dossier della Stasi, la polizia segreta dell’ex DDR, che potrebbe far chiarezza sul caso “Erika”, il nome in codice della giovane dissidente, su cui però, il 26 marzo 2026, una prodigiosa corte di Berlino ha respinto il ricorso, presentato da un saggista tedesco, e mantenuto in vigore il segreto sull’incartamento poiché, a quanto pare, il cittadino non ha diritto ad accedere a tali informazioni.

È evidente, quantomeno ad alcuni, come le fanfare che una certa politica diffonde, ed i media generalisti ripetono e potenziano, hanno uno scopo che non è solo quello di massaggiare l’ego di questi inquietanti personaggi politici. La signora Merkel è la mera incarnazione di un malessere culturale e politico di un determinato periodo storico ed in tali anfratti s’infilano, sempre, i vari bellimbusti del giorno. Quello che a Strasburgo si prova a fare, con questo stravagante conferimento, è rimettere in sella l’ex cancelliera per la candidatura a prossimo presidente della Repubblica tedesca o di quel che ne rimane. Victor Klemperer, uno tra i più acuti osservatori dello scorso secolo, notava che “il peggio rivaluta il male”. 

Nel 2010 la signora cancelliera aveva enfaticamente dichiarato: “Il multiculturalismo è fallito, ha fallito completamente!” Arriva poi l’autunno del 2015 e la stessa persona spalanca le frontiere ad oltre 1.855.000 profughi provenienti dall’area mediorientale con la promessa, evidentemente falsa fin dal principio, che il 70% sarebbe tornato in Siria alla fine della guerra civile. Come lo si spiega? È un po’ come dire che uno dichiara che la terra è un geoide e, cinque anni dopo, dice invece che è piatta. Come possono trovare conciliazione dichiarazioni integralmente opposte? Su un piano politico razionale non possono, ma a chi interessa? Una spiegazione possibile, pur nella sua gravità, è che si tratti di cose lette su un copione scritto da altrui mani, come fu già il caso dell’indegna politica imposta contro la Grecia per favorire banche tedesche e francesi. Questa, però, non è certo autonomia politica ma qualcosa d’altro. 

La reazione intellettuale più significativa alla politica d’importazione e trapianto di quasi due milioni provenienti da un’area culturale ben particolare non venne dalla penetrante classe intellettuale ma da un sarto, Karl Lagerfeld il quale, con lucidità e fermezza, fece una dichiarazione che, in una realtà diversa, avrebbe dovuto rappresentare l’epitafio per la politica della cancelliera di paglia: “Non possiamo, anche se tra i due eventi sono trascorsi decenni, uccidere milioni di ebrei e far entrare nel Paese milioni dei loro peggiori nemici”. A sostegno della sua dichiarazione Lagerfeld utilizzò proprio le parole di un giovane siriano secondo cui l’Olocausto era stata “la migliore invenzione della Germania”. Parole terrificanti e sconvolgenti che, undici anni dopo, sono diventate termini sdoganati nelle strade di tutta Europa e persino in America in cui si assiste ad una violenta rimonta dell’antisemitismo travestito, neanche poi tanto bene, da antisionismo.

La signora Merkel è poi la stessa che, a marzo del 2011, sull’onda emotiva dell’incidente di Fukushima causato da uno tsunami in Giappone, ha avviato la chiusura delle centrali nucleari in Germania e l’inizio di un processo di deindustrializzazione infelice. Anche in questo caso, per quanto è umanamente possibile saperne, la Germania non pare sia mai stata a rischio tsunami. Insomma, proprio una cancelliera d’oro, scientificamente preparata e coerente, un vero gioiello, non trovate? I capi, quando sono in carica, vengono sempre detti geniali, poi passano ed anche la loro presunta genialità diventa un rimasuglio della storia. Non dovrebbe allora meravigliare che si voglia utilizzare la signora Merkel, ancora una volta, provando ad elevarla alla Presidenza tedesca, le cui elezioni si svolgeranno a gennaio del 2027. Il Presidente, in Germania, rimane in carica per cinque anni, ossia un periodo che, per il prossimo insediamento, si prefigura già, tanto per i tedeschi quanto per l’Europa, come uno dei più difficili e terribili dal dopoguerra. Dopo la direzione intrapresa dalla politica occidentale, seguita alla caduta del muro di Berlino, non sorprende che si voglia recuperare questo personaggio bizzarro per continuare su una strada a dir poco preoccupante. Tanto qualcuno per scaldare i seggi lo si troverà sempre.


Sunday, April 26, 2026

“The Swedish Connection.” A masterpiece for our time.


The movie “The Swedish Connection”, which few seem to have noticed, was quietly released in February 2026. The film is set during one of the darkest periods in human history, yet despite this, the filmmakers manage to portray the terrible events that also affected Sweden during the Second World War with a delicate, simple, and elegant touch. The film tells the true story of a group of employees and officials in a legal department of the Ministry of Foreign Affairs: seemingly ordinary men and women caught in the midst of a madness that threatened to overwhelm even Swedish neutrality.

The lawyer and diplomat Gösta Engzell is in charge of a tiny office located in a basement of the Ministry of Foreign Affairs. Sweden found itself in a dangerous situation, surrounded by the Nazi Reich, which had already occupied neighboring Norway in 1940 and could have violated its neutrality at any moment. Yet the courage of this tiny group of officials, possessing extraordinary moral integrity, prevailed over the historical conditions of the time. Virtue and courage also serve as a beacon capable of cutting through the darkness of history’s nights. Engzell manages to devise methods to use the procedures of diplomatic bureaucracy -- which he knows quite well because of his profession -- as an effective means to counter the Nazi-Fascist madness that, at that moment, was dominating and bloodily ravaging Europe.

In the landscape of contemporary cinema, increasingly caught in the grip of motion pictures and tv shows about serial killers, psychopaths of all kind, robbers, and other criminals, or the promotion of specific ideologies, this simple and delicate film stands out as a gem of European cinematography, showcasing the power of a story centered on the greatness of dignity and character that reveal the depth of the lives of men and women of conscience and principle. Faced with a hostile world that, for political, opportunistic, or hate-driven reasons, prefers to ignore the tragedy unfolding in 1940s Europe, this group of employees, at a remote Swedish government office, refuses to allow their conscience and moral compass to be dulled. This film, then, recounts an event from the past but also speaks, with a clear voice, to the present.

Engzell and his team are seemingly ordinary people, but their sense of humanity and justice is clear and steadfast, crystal-clear and impervious to the conditions or manipulations of that time.

In “The Gulag Archipelago”, Aleksandr Solzhenitsyn observed: “The line that separates good from evil does not run between states, nor between social classes, nor between political parties, but runs through every single human heart—and all human hearts.” In other words, he highlighted the role that individual responsibility plays in the face of evil in the world. These courageous officials could easily have gone with the flow and simply ignored the pleas of the persecuted seeking asylum in Sweden, a common practice in most countries at the time. However, Mr. Engzell is a civil servant and a man of firm principles, an honest and good person -- all traits that are incompatible with the moral, mental, and spiritual perversion of Antisemitism. Here, one can also discern a tragic and troubling point of contact between the Europe of that time and that of today, with its croaking or braying voices that crowd and pollute television palimpsests, the internet, certain parliaments, and an all-too-large portion of contemporary academia. This is a serious and worrying point because it indicates, first and foremost, the absence of those firm principles that naturally guide the actions of Gösta Engzell and his group of good people. We must never stop remembering that Antisemites, in whatever way they manage to present themselves, are never good people.

After an initial period of bewilderment in the face of the scale of the catastrophe and the inadequacy of the resources at his disposal, Mr. Engzell attempts to navigate the labyrinths of bureaucracy, striving -- as a jurist -- to establish a legal precedent that would subsequently enable him to assist other asylum seekers trapped by the Nazis in Europe.

Bureaucracy, as the experiences of the past century teach us, can have an overwhelming and demoralizing effect on the individual and contribute to the erosion of both civic and human responsibility. Staffan Söderblom, Director General and Head of the Political Department at the Ministry of Foreign Affairs, effectively ostracizes Engzell and his group, and only the Minister seems to harbor a certain sympathy -- albeit not openly expressed -- for Gösta’s work. This, too, is a sign of a civilized country rooted in a context that is still ethically and rationally sound, where the highest authority also corresponds to a high degree of responsibility and understanding.

After attempting to save two twins from the Theresienstadt transit camp, Gösta Engzell was punished with a transfer to Moscow -- a destination feared by all Swedish diplomats because of the treatment they received at the hands of Stalin’s henchmen. Yet, even if Engzell had saved only these two little brothers from their horrific fate, rather than the thousands he actually managed to save, he would still have been a Righteous Among the Nations.

When the activities of the legal office headed by Gösta became public knowledge -- including its role in helping to save a large portion of Denmark’s Jewish population -- the Washington Post described Sweden’s efforts as “the only glimmer of light in eternal darkness (…) Sweden has emerged as a moral superpower by saving Denmark’s Jewish population.”

A voiceover -- which we later learn belongs to another great Righteous Among the Nations, whose efforts to save over twenty thousand Hungarian Jews were made possible in part by the “provisional passports,” a legal precedent established by Engzell -- says that Gösta and his department “proved that ordinary people can stand up to events and make a huge difference.” Gösta and his team, however, are not ordinary people; they are authentic human beings, true in their integrity and courage, beautiful in a way that only people of reason and conscience can be. People for whom the “line separating good from evil” is clear in their hearts and who, faced with one of the most disturbing storms of inhuman madness, nevertheless decide to follow the voice of conscience and reason.

Gösta died at the age of one hundred without ever telling others about the heroic deeds he and his colleagues had carried out to oppose the brutality of horror and nonsense.

The Swedish Connection is a spectacular and heartbreaking movie, beautiful to the point of tears and perfect for a brutal and absurd historical moment like the one we are living through.


A proposito del film: “The Swedish Connection”.

 


Il film The Swedish Connection, di cui pochi sembra si siano accorti, 
è uscito in sordina a febbraio del 2026. La pellicola è ambientata in uno dei momenti più tragici ed oscuri della storia umana, ma, nonostante questo, i registi riescono a trattare i terribili eventi che coinvolgono anche la Svezia durante la Seconda guerra mondiale con un tocco delicato, semplice ed elegante. Nel film si racconta la storia vera di un gruppo di impiegati e funzionari di un dipartimento legale del Ministero degli Esteri: donne e uomini apparentemente semplici nel mezzo di una follia che rischiava di soffocare anche la neutralità svedese.

Il giurista e diplomatico Gösta Engzell (1897 – 1997) è il responsabile di un minuscolo ufficio ubicato in una cantina del Ministero degli Esteri. La Svezia si trovava in una situazione pericolosa, accerchiata dal Reich nazista, il quale, già dal 1940, aveva occupato la limitrofa Norvegia ed avrebbe potuto violare la sua neutralità in qualunque momento, eppure il coraggio di questo minuscolo gruppo di funzionari dalla straordinaria grandezza etica prevale sulle condizioni storiche dell’epoca. La virtù ed il coraggio rappresentano anche un faro capace di tranciare l’oscurità delle notti della storia ed Engzell riesce ad escogitare dei metodi per utilizzare le procedure della burocrazia diplomatica, che egli ben conosce per mestiere, come mezzo efficiente per contrastare la follia nazifascista che, in quel momento, spadroneggiava ed insanguinava l’Europa.

Nel panorama dell’intrattenimento cinematografico contemporaneo, sempre più avvinto nella morsa tra film su serial killer, psicopatici vari, rapinatori ed altri delinquenti o sponsorizzazioni di ideologie particolari, questa pellicola, semplice e delicata, si staglia come una gemma della cinematografia europea in cui si mostra la forza di un racconto incentrato sulla grandezza della dignità e del carattere che lasciano emergere lo spessore delle vite di uomini e donne di senso e coscienza. Proprio di fronte ad un mondo contrario, il quale, per convenienze politiche, opportunistiche o d’odio, preferisce ignorare la tragedia che si stava consumando nell’Europa degli anni ’40, questo gruppo d’impiegati di un remoto ufficio ministeriale svedese dice di no all’ottundimento della coscienza e della legge morale. Questo film racconta, allora, un evento del passato ma parla anche, con voce chiara, al presente.

Engzell ed il suo team sono persone apparentemente semplici, ma il loro senso dell’umanità e della giustizia è chiaro e saldo, cristallino ed intangibile alle condizioni od alle manipolazioni di quel momento.

Aleksandr Solženicyn, in Arcipelago Gulag, ha osservato: “la linea che separa il bene dal male non passa attraverso gli Stati, né tra le classi sociali, né tra i partiti politici, ma attraversa ogni singolo cuore umano – e tutti i cuori umani”, ha ossia ricordato il ruolo che la responsabilità individuale ha di fronte al male nel mondo. Questi impiegati coraggiosi avrebbero potuto facilmente accodarsi allo Zeitgeist e semplicemente ignorare le richieste dei perseguitati che chiedevano asilo in Svezia, una pratica in uso nella gran parte dei Paesi del tempo. Il funzionario Engzell è, però, un padre di famiglia, un uomo di saldi principi, una persona onesta e buona, tutti caratteri che non si associano alla perversione morale, mentale e spirituale dell’antisemitismo. Qui si può anche leggere un punto di contatto, tragico e preoccupante, tra l’Europa di quel tempo e quella d’oggi con le sue voci gracchianti, o raglianti, che affollano ed inquinano i palinsesti televisivi, internet, certi Parlamenti ed una fin troppo larga parte dell’accademia contemporanea. È un punto grave e preoccupante perché indica, in primissimo luogo, l’assenza di quei saldi principi che, invece, muovono naturalmente l’agire di Gösta Engzell e del suo gruppo di brave persone. Non bisogna mai smettere di ricordare che gli antisemiti, in ogni forma che riescono ad inventarsi, non sono mai delle brave persone.

Engzell, dopo un periodo di smarrimento iniziale di fronte alla mole della catastrofe ed all’insufficienza dei mezzi a sua disposizione, prova a navigare tra i labirinti della burocrazia cercando, da uomo di legge, di costruire un precedente giuridico che consenta, poi, di aiutare anche altri richiedenti asilo intrappolati dai nazisti in Europa.

La burocrazia, come insegnano le esperienze dello scorso secolo, può avere un ruolo schiacciante ed avvilente sull’individuo e contribuire alla sua deresponsabilizzazione tanto civile quanto umana. Staffan Söderblom, direttore generale e capo del Dipartimento politico del Ministero degli Esteri, ostracizza infatti Engzell ed il suo gruppo e soltanto il Ministro sembra avere una certa simpatia, seppur non aperta, per l’operato di Gösta. Anche questo segno di un Paese civile radicato in un contesto eticamente e razionalmente ancora in ordine in cui l’autorità più elevata corrisponde anche ad un alto grado di responsabilità e comprensione etica e razionale.

Dopo aver tentato di salvare due gemelli dal lager di transito di Theresienstadt, Gösta Engzell viene punito con un provvedimento di trasferimento a Mosca, temuta da tutti i diplomatici svedesi per il trattamento che veniva loro riservato dagli scagnozzi di Stalin. Eppure, anche se Engzell, invece delle migliaia che riuscì a salvare, avesse sottratto al loro atroce destino anche solo questi due fratellini, sarebbe ugualmente stato un giusto tra le nazioni.

Quando le attività dell’ufficio legale diretto da Gösta divennero di dominio pubblico, anche per il ruolo nell’aver contribuito a salvare gran parte della popolazione ebraica danese, il Washington Post parlò dell’operato della Svezia come dell’“unico barlume di luce nell’oscurità eterna (…) La Svezia è emersa come una superpotenza morale salvando la popolazione ebraica della Danimarca”. 

Una voce fuori campo, la quale si scoprirà, poi, appartenere ad un altro grande giusto tra le nazioni la cui attività, nel salvare oltre ventimila ebrei ungheresi, venne resa possibile anche grazie ai “passaporti provvisori”, un precedente legale stabilito da Engzell, racconta che Gösta ed il suo dipartimento “hanno dimostrato che delle persone ordinarie possono opporsi agli eventi facendo una grande differenza”. Gösta ed il suo team non sono, però, delle persone ordinarie; sono esseri umani autentici, veri nella loro integrità e nel loro coraggio, belli come solo le persone di senso e coscienza sanno essere. Persone per le quali è netta, nei loro cuori, la “linea che separa il bene dal male” e, di fronte ad una delle più inquietanti tempeste dell’inumana follia, decidono, ugualmente, di seguire la voce della coscienza e del senso.

Gösta morì all’età di cent’anni senza mai raccontare ad altri le imprese eroiche che, insieme ai suoi collaboratori, aveva portato avanti per opporsi alla brutalità dell’orrore e del nonsenso. 

The Swedish Connection è un film spettacolare e straziante, bello fino alle lacrime e perfetto per un momento storico bestiale ed assurdo come quello presente.


Sunday, March 8, 2026

L’ideologia quale nemica della libertà di pensiero.

Un motto di spirito attribuito a Karl Kraus riporta: “Per riconoscere se un uovo è marcio, non c’è bisogno di essere una gallina”. Presupposto il buonsenso, basta allora un piccolo sforzo per rendersi conto che, in quest’epoca, le divisioni all’interno della socialità avvengono persino sull’evidenza o, per meglio dire, contrariamente a questa. 

Dissentire su dei concetti, siano questi politici, filosofici o altro, è naturale ed endemico al dibattito civile, ma la divisione sull’evidenza fattuale è qualcosa che oltrepassa tale limite. Si potrebbe dire che appartiene alla follia ed al delirio, anch’essi certamente presenti, e, con l’Henrìcus, ricordare: “più vale un filosofo povero che un principe matto”. Il caravanserraglio del dibattito pubblico ha, però, la peculiarità di sapersi mantenere sul confine tra sanità e delirio oltrepassando, e di margine, solo quello della decenza, sia questa politica, etica o razionale. Se uno vuol leggere Kant alla maniera di Fichte e, magari, aggiungervi una propria interpretazione terza, questo non solo è legittimo, ma aggiunge persino qualcosa al discorso culturale, ma se vi sono persone che si dividono tra loro e s’insultano - o peggio - poiché gli uni ritengono che la terra sia piatta e gli altri che non lo sia, questo non è un tema di dibattito, ma è una disputa buona per un frenocomio. 

Quando è allora avvenuta la legittimazione del non-discorso che ha preso piede, in particolare nel XXI sec., e perché? Non sono forse le ideologie che hanno dominato e sconquassato lo scorso secolo i prodromi di quanto avviene oggi? Non erano proprio queste ideologie, le quali sono più delle solite tre additate, a basarsi su inversioni dell’evidenza con le quali si proclamavano illazioni di superiorità razziale, di trasferimento della proprietà allo Stato e si vaneggiava persino di un “individuo-Stato”? Queste ideologie, attraverso le quali la realtà svaniva sotto gli altoparlanti della propaganda, hanno indotto milioni di persone a scannarsi tra loro per un vuoto etico ed umano che nessuno ha saputo arrestare attraverso un dibattito razionale poiché questo, in un contesto dominato dalle narrative, viene escluso fin dal principio. Chi provi ad argomentare razionalmente con coloro i quali hanno dalla loro solo frasi fatte e programmi ideologici ha già perso in partenza. L’ideologia è un nemico sottile della libertà di pensiero che si sottrae alle forme del dibattito razionale e tollera solo la ripetizione dei propri assunti, i quali, insignificanti oggettivamente, acquisiscono una loro pseudolegittimità attraverso la ripetizione continua nell’arena delle parole d’ordine e cliché che questa determina. Una sorta di moneta cattiva che scaccia quella buona.

La peste di menti e coscienze che si manifesta nell’ideologia è rapidamente rilevabile nell’antisemitismo, il quale, nonostante tutto, continua a mostrare il proprio ghigno maligno attraverso i tempi. Si credeva, e sperava, che quanto avvenuto nello scorso secolo, ossia il tentativo di distruzione degli ebrei d’Europa (Raul Hilberg), avrebbe sancito la fine di questa buia affezione di anima e cervello contro un popolo di dimensioni minuscole com’è quello ebraico. Invece, proprio il XXI sec. vede il risorgere di questo abominevole fenomeno, sovente in forme pedisseque rispetto a quelle del passato. Persino topos grotteschi come quello dell'accusa del sangue o della “cospirazione ebraica” e testi falsi ed infami come i Protocolli sono tornati di moda, facendo paradossalmente seguito al più mostruoso attacco contro la popolazione d’Israele. L’antisemitismo più becero blatera e vaneggia, ormai apertamente, tanto da sedi istituzionali quanto private e trionfa, in maniera sconcertante, nell’anonimato online. Anche qui si intravede il disturbo mentale o morale: se uno ritiene di fare una cosa giusta, perché mai dovrebbe mettersi un passamontagna? Non è già questo segno di una contraddizione evidente? Chi mai indosserebbe un balaclava per fare un prelievo in banca se non un rapinatore? Costoro sono vili perché immorali, altri direbbero immorali perché vili e, proprio perché ingiusti, vogliono veder trionfare il male e l’ingiustizia. 

In un articolo del 2024 dal titolo The New Antisemitism, Noah Feldman, oltre ad osservare il fatto paradossale secondo cui “nei mesi successivi all‘attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, gli episodi di antisemitismo sono aumentati in modo sostanziale”, scriveva: “La nuova narrativa che dipinge gli ebrei come oppressori è, in fin dei conti, fin troppo simile alla tradizione antisemita che individua negli ebrei gli unici meritevoli di condanna e punizione, sia nella sua antica forma religiosa sia nella sua iterazione nazista. Come quelle precedenti forme di antisemitismo, anche quella nuova non riguarda in ultima analisi gli ebrei, ma l’impulso umano di puntare il dito contro qualcuno a cui attribuire la responsabilità dei nostri mali sociali”. Qui, oltre a dover respingere l’opinione secondo cui questo possa esser detto un “impulso umano”, si dovrebbero aggiungere anche i mali individuali, poiché è nel senso di inadeguatezza di fronte alla realtà, nell’insoddisfazione ed il fallimento personale ed in una mediocre capacità intellettiva che trova radici la cecità umana e morale che fomenta l’antisemitismo in un individuo. Altri hanno già detto che l’antisemitismo è un culto per falliti, ma questa è una dichiarazione inadeguata. La realtà dei fatti ci dice che nessuna brava persona può essere antisemita, chiunque lo sia sta solo dichiarando, in una maniera che è purtroppo tornata ad essere socialmente alla moda, di non essere una brava persona.

Per ricapitolare: il momento di massimo dolore di Israele ha incontrato il muro dell’opposizione e della negazione. Squallidi soggetti hanno invaso la rete spargendo calunnie, ingiuriando e mostrando un lato oscuro che covava, da neppure un secolo, sotto le ceneri. Quelli che un tempo indossavano camicie brune si avvolgono, oggi, in una kefiah, oppure vanno in camicia rossa insieme a qualche tradizionalista che continua a tenerla nera, avviluppandosi in un falso moralismo “antisionista” proprio perché altro non hanno se non la ripetizione pappagallesca di parole d’odio. 

I Pavolini e gli Starace d’oggi, colmi di pregiudizi e diffusori di parole false e suadenti, sono stati d’un tratto catapultati sulla ribalta degli studi televisivi e delle pagine di quotidiani nazionali come gente che ha qualcosa da dire; quelli che, già dall’8 ottobre, volevano “contestualizzare” l’orrore ed hanno trovato, nell’infamia, un modo per far carriera. L’antisemitismo ha la prerogativa di far sempre uscire il marciume allo scoperto. Costoro, ignorando la storia e mancando di senso e coscienza, ritengono basti riunire una mandria di forsennati e dementi per trasformare la realtà nel suo contrario e far trionfare il delirio. Purtroppo, proprio come insegnano i fatti orribili e spaventosi dello scorso secolo, costoro riescono ad irretire fin troppi e provocare anche enormi tragedie, ma il giudizio della storia e della coscienza umana sarà sempre netto ed impietoso. È da questa condanna, da questo distanziamento della coscienza dal male, che dipende il giudizio autenticamente umano, il quale si oppone all’odio assurdo e cieco. 

Cosa significa, allora, quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e quale giudizio se ne può trarre rispetto ad un’epoca ed alla sua socialità? Non vuol forse dire che, nel momento in cui si abbandona la strada dell’evidenza per addentrarsi nel deserto del pregiudizio e della mistificazione della realtà, ci si avvia anche sulla via dell’efferatezza? Ed a chi può mai convenire questa deriva? Il tramonto dell’evidenza non è forse indicativo di una pericolosa sterilità umana e culturale? Chi può trarne vantaggio? Perché avviene? La follia ed il delirio sono delle forze le quali si pongono nella direzione contraria alle necessità dell’individuo: un malato di mente è sovente pericoloso per sé o per altri. Il malato ha, però, una giustificazione intrinseca nella malattia che lo travolge e sconvolge, ma i “cosiddetti sani” (Fromm) che giustificazione possono addurre? 


Saturday, February 21, 2026

Recensione al libro Destra e Sinistra di Domenico Conversa.


Era il 1994, l’anno della ben nota «discesa in campo» di Berlusconi e del “Partito azienda”, quando Norberto Bobbio, provando a rispondere “all’attuale confusione delle lingue nel discorso politico” ed alla domanda se non ci si stesse avviando verso una “società di ambidestri”, pubblicò il breve saggio Destra e Sinistra che esplose, in poco tempo, tra le classifiche dei libri più venduti. Il testo si proponeva come una lettura capace di offrire un orientamento ad un pubblico sbalestrato dagli eventi. Domenico Conversa, due decenni dopo, ritorna su questo tema con il libro Destra e Sinistra. Saggio politico irriverente per delusi e smarriti, una lettura ugualmente utile la quale, tra i tanti pregi, ha il merito di provare a capire cosa sia avvenuto con queste categorie politiche senza propendere per una spiegazione di comodo o di parte.

Già Isaiah Berlin aveva posto l’accento sull’impraticabilità della distinzione tra destra e sinistra resa inservibile proprio dalle azioni del regime totalitario sovietico, eppure lo studioso di Oxford si identificava senza dubbio con la sinistra dicendosi, al tempo stesso, “da sempre anticomunista”. Curiosamente, ma sarà solo una coincidenza, a partire dalla caduta del muro di Berlino prima e dell’URSS poco dopo, comunismo e sinistra iniziano ad allontanarsi come una coppia che non ha più nulla da dirsi. In Italia questo allontanamento culminerà nella “svolta della Bolognina” del 1990 e la scissione operata da Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI, ed il nuovo partito della Rifondazione Comunista, anch’esso messo ormai a riposo negli scantinati della storia. 
Il libro di Domenico Conversa riparte proprio dall’entrata in politica di Berlusconi, il quale “non era solo un leader politico, ma il simbolo del trionfo del mercato, della televisione e del personalismo sulla vecchia liturgia dei partiti”. Segno o malessere di una politica che “si è trasformata in amministrazione”, scrive Conversa, ossia il mondo amministrato denunciato dalla Scuola di Francoforte decenni prima che il meneghino avesse la pensata di utilizzare un’azienda di telecomunicazioni per dar vita ad un partito politico.
Domenico Conversa torna su Bobbio ed alla nota e “potente” differenza, non più interamente politica, secondo cui “la sinistra tende all’uguaglianza, la destra all’ineguaglianza”. Quest’imboccamento di Bobbio è antesignano al progressivismo che, preferendo un orientamento ibrido tra politica ed ideologia, si metastatizza nei regressivismi del XXI secolo. Conversa osserva come sia proprio nel Novecento quel passaggio “dal sogno utopico di un’umanità finalmente liberata” ad un’amministrazione politica la quale “si limita a garantire ferie pagate e pensioni dignitose”, mentre la destra, o le destre (vi è già un problema nella mancanza di pluralità con cui si discute di destre e sinistre al singolare e non al plurale), ha il volto liberale e quello in uniforme. Si ammette allora qui, implicitamente, proprio la pluralità politica di questi concetti svenduti, sui media ed altre sedi dell’industria culturale, sempre al singolare. 
Max Horkheimer, significativamente nel 1939, aveva già osservato: “Chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe anche tacere del fascismo”. Ancor prima, in Dämmerung, lo stesso osservava che “La società moderna è stata ideologicamente rifondata partendo dal concetto di proprietà borghese e, da questo, consegue che la chiave di ogni relazione o norma è fondata sulla discriminazione originale tra avere e non avere”. Emerge, qui, la problematicità di una distinzione tra destra e sinistra quando queste hanno, con sfumature infinitesimali, fondamento nella concezione della proprietà borghese. Si può anche osservare che tale radice apre la strada ai tentativi di un ritorno ad una visione feudale in cui il capitale finanziario globale viene concentrato, a dismisura, entro poche sedi: megabanche d’investimento, società di gestione patrimoniale con attivi finanziari nell’ordine dei trilioni di dollari e, all’apice di tutto questo, la connivenza oligarchica e l’ideologia liberista la quale proclama, ormai senza alcun patema, che il soggetto del nuovo evo: “non possiederà nulla e sarà felice”. In queste dichiarazioni alcuni possono anche vedere la sintesi dello schiacciamento di destra e sinistra sotto le categorie del concetto di proprietà borghese indicato da Horkheimer o, come scrive con altre parole Domenico Conversa, “La sinistra era diventata abbastanza capitalista da non farsi riconoscere, la destra abbastanza democratica da sembrare gentile”. In questo contesto la tanto osannata “fine della storia” significa solo l’annullamento di concezioni politiche diverse ed opposte sotto un solo ombrello, quello della mega-proprietà e del consumo. Bernie Sanders, il tanto acclamato “socialista” che, negli Stati Uniti, è stato anche candidato per la Presidenza, possiede tre residenze lussuose e diverse altre proprietà: un “socialismo dei fatti propri” in cui tutti diventano paisà del lucente villaggio capitalista globale.
Domenico Conversa spiega bene, fin dalle prime pagine, come le categorie di destra e sinistra siano diventate “un calderone dove convivono liberali da salotto, nazionalisti da bar e tecnocrati che odiano l’Europa ma ne amano i fondi”. Conversa non si limita alla sola analisi della categoria di destra e sinistra nel passato ma coglie, con grande attenzione e specificità, anche il presente analizzando quei linguaggi e movimenti politici, come quello del comico genovese, senza “programmi complessi, ma ‘vaffa’ liberatori”. Qui, attraverso il solito arrivismo italiota, “le categorie di destra e sinistra sono state archiviate come ferri vecchi: ‘non siamo né l’uno né l’altro’ è diventato il mantra, ma tradotto voleva dire ‘prendiamo voti da entrambe le parti e poi si vedrà’. Hanno aperto il Parlamento come una scatoletta di tonni e…si sa, la fame vien mangiando…”. 
Su queste premesse si innesta la crisi del linguaggio politico; un popolo che non legge “più programmi politici, ma commenti Facebook”, lo stravolgente ingresso della “confusione tra opinione e verità”, il passaggio “dalla falce e martello alla ZTL” ed il transito “dai diritti sociali a quelli civili” in cui “il partito che doveva unire si è spesso ridotto a sommare debolezze”. Da qui sarebbe anche possibile porre domande ulteriori del tipo: Mario Monti, per limitarsi ad un solo funesto esempio, da dove viene? È di destra o di sinistra? Oppure c’è qui qualcosa d’altro che, alla fine, trascende queste moderne categorie della politica? Non sembra di orecchiare ancora una volta Horkheimer (“Chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe anche tacere del fascismo”)?
Destra e Sinistra. Saggio politico irriverente per delusi e smarriti è un testo che interroga il nostro tempo ed è scritto in maniera propria allo scopo, pone le domande spiegando il contesto da cui queste sorgono, invita alla riflessione e, a volte, anche al sorriso: “parlare di politica oggi senza un minimo di ironia è come discutere di religione con un fondamentalista: o ti arrabbi o ti arrendi.” L’autore prova allora a “sorridere mentre si pensa e pensare mentre si dubita”, tanto quanto a “dubitare mentre si scrive”. Questo delizioso libro interroga e non impone che è, poi, il carattere proprio del discorso culturale e democratico. Senza un discorso culturale non vi è democrazia e senza democrazia non vi è discorso culturale. 
L’analisi di Conversa è lucida, profonda ed attenta ma, come da egli stesso indicato, mantiene anche una salutare ironia che rende scorrevole un testo in cui si parla di temi essenziali sui quali manca una giusta attenzione tanto politica quanto sociologica. L’autore, il quale indirizza questo suo testo più che altro alle nuove generazioni, invita al ripensamento della bipartizione politica tra destra e sinistra ritenendole ancora vive e possibili: “...dire che destra e sinistra sono morte è troppo comodo e anche troppo venduto. Come ogni morte annunciata, anche questa è sospetta”.  
A pagina 37, l’autore propone la domanda immaginaria di un operaio alla segretaria del PD su cosa stiano facendo sul lavoro precario, provocando una risposta con la quale, attraverso l’umorismo e la fantasia, raggiunge il cuore del problema facendo sorridere il lettore capace di leggere tra le righe: “Dobbiamo decostruire le narrative tossiche del neoliberismo patriarcale”. Con diverse sferzate ironiche, Conversa alleggerisce un tema annoso e smaschera il vuoto di concetti e le parole insensate che affollano quello che può a malapena dirsi lo spettro di un dibattito politico ormai in coma. Chissà non faccia qui ancora una volta capolino quel verso, un tempo tanto amato dalle sinistre, proveniente dal principe anarchico Michail Bakunin secondo cui “una risata li seppellirà”.