Tuesday, January 27, 2026

Domande su Israele.



Elie Wiesel, scrittore premio Nobel e sopravvissuto ai campi di sterminio, ebbe sapientemente a dire: “Le ferite inflitte ad Israele sono ferite inflitte all’umanità”. In particolare dall’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, in aderenza a quel proverbio secondo cui ogni volta che il tempo lascia crescere un ramo, certi esseri umani gli mettono sopra una lancia, la socialità viene sistematicamente indirizzata da forme di sovversione e manipolazione ideologiche con le quali l’individuo viene attaccato nella sua cognizione delle cose e degradato a marionetta di narrative che lo agiscono, sovente, in maniera contraria ed opposta ai suoi interessi propri. L’individuo eterodiretto finisce, così, per allontanarsi persino da se stesso. Anche questo è un elemento che fa sembrare Israele lontano.

Eppure, come lamentava Leonardo Sciascia, basterebbe non ammattirsi dietro alle “notizie fresche come uova di giornata” per accorgersi di quanto queste riescano a dirigere ed impregnare il chiacchiericcio nei bar, negli uffici, nelle sale d’attesa, nei corridoi e nelle aule delle scuole. Un digiuno di appena poche settimane dal surreale mondo dei media basterebbe per risvegliarsi in una dimensione di normalità, magari diventando spettatori, affascinati o atterriti, dallo spettacolo tragicomico che l’industria culturale mette costantemente in scena grazie a coloro i quali ne recitano i copioni. Si potrebbe allora notare in maniera distaccata come, d’un tratto, cittadini, conoscenti e colleghi si trasformino in “esperti” di questo o quell’altro argomento e, quando il vento di poppa cambia direzione, diventino portatori di nuove parole d’ordine, intrappolati in un monopensiero fabbricato chissà dove. Grazie alla capillarità della tecnologia, capace di arrivare ad ognuno, “sapere” significa ormai ripetere, con piccole varianti, quello che ripetono tutti. Quest’incubo antidemocratico diventa allora possibile proprio perché al cittadino vengono offerte delle narrative preconfezionate nelle quali non gli si lascia più lo spazio per pensare e decidere in autonomia.

Poi si arriva ad Israele ed al 7 ottobre, di cui persino i media generalisti hanno dovuto riportare alcuni tra i fatti salienti. Per bontà verso l’audience le redazioni hanno però deciso di non trattare la verace truculenza di Hamas: gli stupri di ragazze la cui colpa era quella di voler partecipare ad un concerto, le raffiche di mitra contro degli anziani ad una fermata d’autobus, le granate lanciate nei rifugi civili e troppe altre indegne mostruosità. I media proteggono da queste brutte cose, almeno fino a quando non si tratta di diffondere i falsi numeri sui morti di Gaza inventati da Hamas, in quel caso la truculenza può ben andare a braccetto con la falsificazione. 

Da tempo le centrali della comunicazione giudicano, da sole, cosa è “corretto” vedere o leggere. Eppure, nonostante tutti questi filtri editoriali, le parole “assassinio”, “stupro”, “anziani mitragliati”, “lavoratore thailandese rapito ed ucciso”, “bambini decapitati” ed altre atrocità da grand guignol perpetrate da Hamas si sono quantomeno lette e vi sono anche prove video riprese dagli stessi assassini. Le scene di ragazze trascinate a forza con i pantaloni insozzati di sangue hanno fatto capolino, per qualche giorno, anche nelle televisioni generaliste. 

A questo punto ci si sarebbe potuti aspettare, da coloro i quali si abbeverano abitudinariamente nei media, un certo sconcerto insieme ad espressioni di solidarietà verso Israele, ma il terreno era già arido dapprima. Nonostante le scene ed i titoli, le orecchie ed i cuori sono rimasti sordi ed il copione ben altro, non quello della ragione e dell’empatia, ma il loro contrario. Si è liberamente avuto l’ardire, e questo non per la prima volta, di chiamare “resistenza” il vile attacco, l’assassinio intenzionale di civili e lo stupro. Nelle redazioni, con l’orrore che andava ancora dispiegandosi, lo sgomento per le vittime ancora da contare e da seppellire, Israele, da aggredito, è magicamente passato al ruolo di aggressore. Mesdames et messieurs, les jeux sont faits.

Al posto dello sconcerto, naturale e salutare, che una società civile avrebbe dovuto legittimamente provare; alla protesta politica che i suoi leader avrebbero dovuto levare contro tutto ciò che è dietro ad Hamas, vi è stato dapprima un silenzio e, poi, quando Israele ha inviato le truppe in quel territorio da cui è stato lanciato un attacco di una brutalità inusitata ed in cui erano ancora detenuti centinaia di ostaggi israeliani, è arrivata la condanna per l’aggredito e non per l’aggressore! Come se il biasimo fosse già pronto, come se nulla fosse mai accaduto.

L’operazione militare a Gaza è iniziata con l’apertura di corridoi umanitari protetti dai carri armati israeliani per consentire l’evacuazione verso sud della popolazione civile che Hamas avrebbe voluto utilizzare come scudo. Erano i soldati israeliani a proteggere i civili dai terroristi di Hamas che sparavano sulla loro gente mentre sfollavano. Quasi nessuna traccia di tutto questo è apparsa sui media. Israele ha poi consentito l’arrivo di migliaia e migliaia di camion con rifornimenti alimentari ed i blocchi e ritardi di queste forniture erano dovuti a Hamas che cercava di appropriarsene; sui media, ça va sans dire, si parlava invece di affamamento della popolazione. Fu nel 1982, durante la guerra in Libano provocata dai continui attacchi e bombardamenti contro la Galilea ed il tentativo di assassinio dell’ambasciatore Shlomo Argov a Londra, che il Ministero della Sanità israeliano decise di offrire assistenza medica gratuita ai feriti libanesi e, da allora, Israele si è paradossalmente sempre preso cura di rifocillare, curare e persino offrire acqua, gas ed energia elettrica a coloro che gli sono ostili. Nessun’altra nazione al mondo ha mai provveduto, durante le ostilità, alla popolazione civile del nemico, anzi, gli inglesi, grazie al loro blocco navale durante la Prima guerra mondiale, affamarono letteralmente i tedeschi, per non parlare di quello che questi ultimi fecero alle popolazioni civili di mezza Europa, Italia compresa, durante la Seconda guerra mondiale. Israele è allora un caso unico ed un esempio umanitario. Qual è, però, la ricezione di tutto questo sui media e la reazione nelle teste degli ubriachi? L’esatto contrario!

Quest’epoca assurda e stolta pretende, implicitamente, di poter dire ad Israele: “come osate rispondere ad un attacco di una brutalità smisurata, cercando persino di salvare i vostri ostaggi?” Qualcuno è in grado di immaginare, anche solo immaginare, reazioni simili quando, dopo Pearl Harbor, gli Stati Uniti bombardarono Tokyo? Oppure di fronte alla completa distruzione di Berlino ed altre città da parte degli Alleati? Eppure i giapponesi avevano attaccato una base navale con un bombardamento aereo senza prendere ostaggi, stuprare e tutto il resto degli abomini bellamente perdonati ad Hamas. Perché il compasso morale dell’Occidente non funziona più quando si parla di Israele e l’aggredito può esser così sfacciatamente invertito con l’aggressore?

Nel 1967, tre giorni prima della Guerra dei sei giorni, al terrorista Ahmad Shuqayri, primo capo dell’OLP, il quale invocava la solita, stancante, guerra santa (jihad) contro Israele, venne chiesto cosa avrebbero fatto con gli israeliani se avessero vinto la guerra. Egli rispose, nella consueta maniera agghiacciante che a costoro viene sempre concessa, “Quelli che sopravviveranno [tra gli ebrei] rimarranno in Palestina, ma non credo che nessuno di loro resterà in vita. Dopo la guerra non vi sarà più un problema ebraico”. Una retorica ripugnante che faceva anche parte dei discorsi degli altri leader della Lega Araba, il cui obiettivo apertamente dichiarato era quello di cancellare Israele ed il suo popolo. In quale altro contesto tali affermazioni sarebbero possibili senza suscitare orrore e sconcerto? Se qualcuno volesse invadere l’Italia e dicesse che “nessuno degli italiani rimarrà in vita dopo l’invasione”, come verrebbe presa tale dichiarazione dalla comunità internazionale? Quando, però, è Israele l’obiettivo del male assoluto, allora si chiudono occhi, orecchie e cuore? Dov’è la coscienza? Assopita oppure annebbiata nella notte dell’odio? Le brave persone di buona volontà, coloro i quali anche in queste tenebre mantengono ancora senno e buonsenso, intendono l’assurdità, anzi la mostruosità, di quanto avviene sotto gli occhi di tutti.  

Le implicazioni delle dichiarazioni jihadiste di cui sopra erano già chiare dai massacri di Hebron, nel 1929, ossia ben prima che esistesse lo Stato d’Israele, tanto quanto lo sono ora: “soluzione al problema ebraico”, per esser chiari, significa qui “genocidio”, non quello inventato dai media rispetto al “popolo palestinese”, ma quello reale al quale già i nazisti avevano, non casualmente, dato lo stesso nome. 

Oggi come ieri poco è cambiato, né negli intenti dell’orda, né nel vuoto umano e politico che ha pianta stabile nel cuore d’Europa ed a nulla servono l’evidenza o la razionalità, anche elementari, perché la sordità non sa mai cosa farsene della parola.


Friday, December 19, 2025

Il tempo degli ubriachi.

Un aneddoto riferito a Gioachino Rossini narra di un giovane il quale gli sottopose degli spartiti per una
valutazione; il maestro lesse rapidamente la musica e, poco dopo, espresse un giudizio lapidario: “qui c’è del nuovo e c’è del bello, ma ciò che è nuovo non è bello, e ciò che è bello non è nuovo”. Poiché, come insegna da millenni il Qohelet, vi è poco di nuovo sotto il sole, l’originalità si palesa come un bene prezioso e raro, ma anche come indicatore del livello di un’epoca. Le fasi di progresso umano, dalla Mezzaluna Fertile alla Grecia antica, fino alla Cina delle epoche auree o all’Europa rinascimentale, arrivando alla Germania fin de siècle e all’Austria degli Asburgo, sono, al tempo stesso, anche le più originali ed inventive. 

La creazione del cosiddetto “popolo palestinese” coincide con la costituzione, nel 1964, dell’OLP e del mito della “Palestina” al fine di utilizzare questa saga come una clava politico/militare contro lo Stato democratico d’Israele. Dietro questo scenario, in cui quello che c’è di originale non è nuovo e quello che c’è di nuovo non è originale, vi stanno le ideologie dei blocchi contrapposti della Guerra fredda con i sovietici dalla parte dell’OLP e gli Stati Uniti alleati con Israele. Decenni di propaganda e disinformazione, con la ben volenterosa complicità di media, accademia e politica, hanno poi dato luogo ad una terminologia ad hoc per legittimare la ripetizione ossessiva di cliché senza fondamento o buonsenso, trasformando un popolo inventato in un Moloch politico contro Israele. I nazisti, del resto, s’inventarono persino che Gesù era ariano e che esisteva un qualcosa come la “razza ebraica” o “semita” utilizzando, in quest’ultimo caso, un termine derivante dalla linguistica, ma rivoltandolo entro un’impropria connotazione biologista. Ancor oggi inquieta la naturalità con cui tale terminologia viene utilizzata dai tanti ubriachi privi di autonomia intellettuale o colmi d’odio cieco. 

In società in cui l’alfabetizzazione di base è prossima al 99% questi fatti dovrebbero essere ben noti e, invece, nelle teste di una buona parte di tale percentuale, abitano delle convinzioni immaginarie fermamente ritenute come degli eventi storici. Questo perché la propaganda sa da sempre come aggirare la razionalità attraverso l’uso dell’emotività. L’industria culturale ha un potere immenso e spaventoso sulla collettività e la normalizzazione del linguaggio della falsificazione contro Israele ne è una tra le tante evidenze. 

Per sfatare il mito creato dall’OLP basterebbe porre domande semplici: quand’è, prima del 1964, che vengono mai menzionati un popolo o una nazione “palestinese?” Chi era il sovrano o il presidente prima della fantomatica occupazione? Dov’è la letteratura? Dov’è la monetazione? Di fronte a quest’ultima richiesta alcuni ubriachi pubblicano foto del mill (₥), la moneta d’occupazione britannica impressa tanto in ebraico quanto in arabo e inglese. Sarebbe come se, per dimostrare l’esistenza della lira prima della costituzione della Repubblica italiana si facesse ricorso alle Am-lire del Governo militare alleato e non alla lira di Umberto I. L’Italia, poiché esisteva da prima del 1945, aveva una propria monetazione, un sovrano e magari un po’ di letteratura, filosofia, scienza, qualche testimonianza archeologica e, immaginate, persino una lingua comune! Scioccante, vero?

Per gli oltre sei secoli in cui l’area mediorientale si trovò sotto il controllo dell’Impero ottomano questa era appena una desolata regione amministrativa divisa in eyalet (province) e sanjak (distretti), dunque, anche fino all’inizio del protettorato britannico, non c’erano “palestinesi” e gli abitanti della zona venivano variamente identificati come ebrei, cristiani, arabi, etc. residenti nei distretti, tra cui il sanjak di Gerusalemme. Sotto il protettorato britannico si parlava di “arabi palestinesi”, oppure “ebrei palestinesi”, ma anche “cristiani palestinesi”, maroniti, etc. Tutti questi gruppi coabitavano sotto l’ombrello del mandato territoriale con cui gli inglesi avevano ridenominato la Palestina, tornando alla terminologia coniata dagli antichi Romani e precedentemente in uso, in Occidente, solo in ambito teologico/culturale. Non dimentichiamo che la lenta cristianizzazione d’Europa si svolge quando i Romani hanno già cancellato il nome d’Israele. Il 135 d.C. è l’anno in cui la rivolta antiromana di Bar Kokhba venne soppressa nel sangue da Sesto Giulio Severo, nominato dall’imperatore Adriano per sedare i tumultuosi giudei. I Romani, da esperti dominatori, sapevano bene come colpire dove faceva più male ed è per questo che, per punire la rivolta del popolo ebraico, soppressero Giudea e Samaria accorpando altre regioni come la Galilea e l’eparchia seleucide della Paralia, istituendo così la nuova Provincia della Syria Palaestina. Questo, ispirandosi al nome di “Filistei”, poiché i Romani sapevano che questi erano stati nemici degli Israeliti. Il recente libro di Barry Strauss, intitolato Jews vs. Rome: Two Centuries of Rebellion Against the World’s Mightiest Empire, è un’eccellente guida sul tema. Tutto questo avveniva quasi cinque secoli prima che l’Islam iniziasse a muovere i primi passi nella penisola arabica (610 d.C.) 1.491 km più a sud!

Adriaan Reland (1676 – 1718), ad esempio, nella sua utilissima Palaestina ex monumentis veteribus illustrata (1714) usa il termine, pur non riscontrando alcuna evidenza di un cosiddetto “popolo palestinese”. Il termine Palestina, imposto dall’Impero romano a seguito della rivolta della Giudea, è un conio interamente occidentale, com’è evidente tanto dalla sua storia quanto dalla linguistica: l’arabo non possiede l’occlusiva bilabiale sorda “p”, come potrebbe dunque creare una parola con una lettera che non possiede? Quante parole ci sono, in italiano con il thorn? Nessuna, poiché, nell’alfabeto italiano questa lettera non esiste. “Palestina” è un termine importato, ossia, come si predilige dire oggi, un vocabolo “colonialista”. L’ironia degli “anticolonialisti” che perorano una terminologia colonialista non deve qui andar perduta. Laura Robson, nel libro Colonialism and Christianity in Mandate Palestine (University of Texas Press, 2011), sostiene anche la tesi secondo cui “lo Stato coloniale britannico in Palestina ha esacerbato il settarismo, trasformando le identità religiose musulmane, cristiane ed ebraiche in categorie giuridiche”. Questo non è il solo dolo che i mandati occidentali hanno prodotto nell’area e basta dare un’occhiata a molte linee di confine per accorgersi di come siano state tracciate con un righello da qualche ufficio del Foreign Office britannico o di qualche département d’outre-mer, poiché Siria o Libano, come altri Stati dell’area, fondati ex novo nel XX secolo, furono, dal 1923 al 1943-1946, sotto mandato francese. La creazione stessa di strutture statuali in aree che non le avevano mai conosciute è il riverbero di rivolgimenti politici avvenuti in Occidente ed esportati ovunque, non il prodotto di processi autonomi. Gli stessi stati europei avevano iniziato a formarsi in nazioni, più o meno democratiche, a partire da poco più di un secolo dalla trasformazione dei vari regni.

Secondo una prospettiva storica, la gran parte dello scompiglio mediorientale che continua a produrre lutti è ancora il risultato della cattiva pace seguita alla Prima guerra mondiale, la stessa che ha già regalato al mondo la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e continua ad influenzare ancora oggi i destini del mondo. L’analisi di queste cause si sarebbe quantomeno dovuta fare dopo la Seconda guerra mondiale - alcuni vi provarono ma vennero immediatamente messi da parte - ma all’epoca si era già intenti a costruire le fasi successive del disastro iniziato a luglio del 1914. Larga parte dei mali cui assistiamo sono conseguenze di errori o strategie politiche del passato che si metastatizzano in quelli presenti. Quella che è strabiliante è la quasi totale assenza degli storici di professione, ma questo lo si può spiegare con il contenuto radicalmente ideologico del moderno in cui l’industria culturale vidima e prende a bordo solo quelle voci che sostengono le sue narrative e direttive. Questa è, ovviamente, una situazione paradossale ed intollerabile, tanto culturalmente quanto politicamente, ma fino a quando il controllo sulle teste dei cittadini sarà così ferreo com’è al momento, non vi si potrà porre rimedio e quanto più passa il tempo, tanto più s’ingarbuglia la matassa e le sue conseguenze. 

Ovunque trionfi l’ideologia, regna la falsificazione organizzata in un contesto che appare coerente poiché la scenografia è stata allestita con cura ed il coro orchestrato fin nei dettagli. Il senso degli eventi viene invertito, sottomesso alla narrativa, appioppando alla falsificazione una finta naturalezza condivisa: “ma come? Non sai che Israele è un occupante?” “Lo sanno tutti che, dalla creazione dell’universo, c’erano per primi i buonissimi e bravissimi palestinesi e che i cattivoni israeliani li hanno scacciati dalla terra dove il loro nome è inciso negli atomi di tutte le pietre!” Queste cose, senza alcun tocco ironico, vengono pubblicate anche in libri stampati da editori un tempo eccellenti: “ci sono due popoli che hanno scelto di resistere: i palestinesi e i libanesi.” (Samir Kassir, L’infelicità araba). Gli esempi correnti non mancano anche da rampolli italiani: “la nascita di Israele risponde tanto a una logica nazionalista, mirante cioè all’indipendenza della nazione ebraica e alla sua difesa dalle persecuzioni subite per secoli, quanto, inscindibilmente, a una logica coloniale (…). Per occupare le terre su cui rivendicano il loro diritto, i coloni devono infatti necessariamente ingaggiare una guerra contro la popolazione che le abita, e avviare un processo di ‘ingegneria sociale’...” (Michele Sisto, La guerra dei cent’anni secondo Rashid Khalidi, «L’Indice dei Libri del Mese», nr. 7/8, 2024). Di fronte alla Notte dei cristalli del XXI secolo qual è la risposta della cultura e della politica europee? Rafforzare la narrativa in cui “resistenza” può persino indicare lo stupro ed il diritto il torto? Riproporre il vecchio slogan attribuito al Sionismo: “una terra senza popolo per un popolo senza terra” strumentalizzandolo per perorare bieche falsificazioni antisemite utilizzando, però, una frase coniata in ambiente cristiano dal rev. Alexander Keith, negli anni ’40 dell’Ottocento, dunque ben prima di Theodor Herzl? E, grazie a questo ciarpame ideologico, riconoscere, come hanno fatto Spagna, Norvegia e Irlanda, un’entità priva delle forme politiche, storiche e giuridiche di uno Stato? Insomma, quando piove, diluvia.

Su queste vicende si stampa, si urla, s’inneggia con impudenza da qualunque angolo dell’industria culturale senza alcun timore, quantomeno nel tempo presente, di venir chiamati a risponderne, tutt’al più sperando in qualche cittadinanza onoraria. Sembra quasi che la società moderna, avendo spalancato i cancelli della falsificazione ideologica, non riesca più a fare a meno dei discorsi privi di senno. Quando si considera la relazione che la gran parte dei media occidentali intrattengono contro Israele, non si può evitare la sensazione di sentirvi delle voci in un coro. Alcuni hanno provato a spiegare questa curiosa coordinazione come se avesse radici nella storia europea, come se, nel momento in cui le società del vecchio continente si trovano in difficoltà, ricorrono al riflesso condizionato del “dagli all’ebreo”, un po’ la tecnica degli zar per dar sfogo allo scontento popolare indirizzandolo altrove, ossia nei pogrom. Cambia il numeratore, ma il denominatore rimane uguale. Ne ha scritto anche Orwell con i “due minuti d’odio”, in 1984, dove Emmanuel Goldstein, l’arcinemico contro cui i cittadini vengono portati ad inveire, ha, non a caso, un cognome ebraico. Il riferimento probabile pensato da Orwell era quello di Lev Trotzki il cui vero nome era Lev Davidovič Bronštejn ed anche in questo caso viene in soccorso l’antico umorismo ebraico con cui, già all’epoca della Rivoluzione bolscevica, alcuni lamentavano: “I Trotzki fanno la rivoluzione ed i Bronštejn ne pagano le conseguenze”, volendo indicare come la militanza politica comunista di Trotzki veniva, alla fine, utilizzata, ancora una volta, per dar addosso agli ebrei. Anche qui, nulla di nuovo o di originale.

L’invenzione del “popolo palestinese” è una trovata che ha oltre sessant’anni, ma la sua struttura concettuale ha radici ideologiche ben più lontane e, volendo, la si potrebbe anche far risalire alle origini del culto islamico il quale riunisce tradizioni pagane, spezzoni di credenze ebraiche e cristiano orientali, reinterpretate in un collage legalistico e fantasmagorico, ma anche plastico a sufficienza per consentire qualunque adattamento ad ogni circostanza politica. Pensiamo alle fantasiose rivendicazioni relative alla spianata del tempio di Gerusalemme che, per magia, diventa un imprescindibile luogo di fede musulmano pur non avendo nessuna rilevanza particolare nel culto originario in cui la gran parte degli eventi narrati avevano luogo nella penisola arabica, migliaia di chilometri più a sud. Sarebbe come dire che i cattolici romani s’inventano, d’un tratto, che uno dei luoghi per loro più sacri è Gamla Stan, la città vecchia di Stoccolma, perché un Santo ha fatto un sogno e ne ha visto le cupole. Insomma, cose bizzarre che indicano uno sfondo ideologico ancor ben più curioso sul quale, anche in questo caso, vi è o un drammatico silenzio o una tragica mistificazione.

Queste fantasiose rivendicazioni sui luoghi sacri d’Israele vengono spacciate come degne di merito sulla base d’impalcature ideologiche assurde ed antistoriche. La “Palestina” immaginata grazie a media ed accademici conniventi esiste tanto quanto la leggenda nestoriana del regno del Prete Gianni. Nel frattempo gli storici di professione, quando non sono impegnati a prendere il tè nei loro dipartimenti, propongono assurdità come quelle del Barbero sul fatto che il Regno di Giudea o il Tempio di Salomone non siano mai esistiti. O tempora

Quella contro l’antisemitismo, oggi travestito neanche troppo bene da antisionismo, è una delle battaglie morali più importanti di questo periodo storico e lo è poiché questa risorgenza indica un punto di regresso intellettuale e sociale che, oltre ad essere eticamente inaccettabile, è anche pericoloso per l’intera socialità. Un esempio è la minaccia che questo degrado rappresenta anche per l’ordinamento giuridico internazionale.

L’essere umano, quando abbandonato a se stesso o diretto ad arte, è capace di trasformare certe pulsioni irrazionali e la volontà di credere in delle pseudorealtà le quali hanno conseguenze sempre nefaste sulla storia. Basti pensare all’invenzione del pernicioso concetto di “razza” che è ancor oggi, nonostante la scoperta del DNA, in uso - esiste una sola razza, quella umana, eppure questo termine continua a venir utilizzato come se le scoperte della biologia non significassero alcunché di fronte alla volontà di credere che esistano delle “razze”. La fantasia, seppur in linea di principio infinita, nelle teste di quelli che ne hanno poca si manifesta più o meno nelle forme della ripetizione di modelli e cliché che continuano a scappare dal dimenticatoio della storia. Il presunto antisionismo dei manifestanti pro-Hamas si nutre a piene mani di stereotipi presi pari pari dall’antisemitismo secolare: dalle fantasie medievali sulle mazzoth pasquali fatte con il sangue dei bambini cristiani ai “bambini di Gaza” è una linea diretta. La responsabilità dei bambini morti o feriti nel conflitto, fortunatamente pochi e non certo le cifre immaginifiche svendute dal Ministero della propaganda di Hamas con la complicità di certi media, ricade su Hamas stessa. Il fatto che così tanta gente possa venir manipolata con queste invenzioni è sintomatico di uno stato pietoso dell’istruzione e della comunicazione di massa, ma anche di aspetti speciosi della psicologia umana: ci saranno, sì, quelli il cui livello intellettivo non li rende capaci di accorgersi che si tratta di fanfaluche, è certo possibile, ma è anche importante osservare che la gran parte preferisce crederci perché gli piace. Quel “riflesso” antisemita di cui si parlava prima. Nell’epoca dell’informazione, dei calcolatori tascabili, di internet, non ci vorrebbe molto per mettere insieme un paio di dati e capire che le cifre con le quali Hamas ha riempito le pagine delle gazzette conniventi sono un’invenzione grottesca. Nelle guerre, inoltre, la responsabilità ricade su chi le provoca. Nessuno, tra quelli andati in strada dal 7 ottobre, ha fatto appelli ad Hamas chiedendo di piantarla, di deporre le armi e rilasciare gli ostaggi: volevano, invece, e chiedevano che fosse l’aggredito a farlo. Non esistono esempi in tal senso in altre epoche: nessuno in America ha mai protestato per chiedere a Churchill di deporre le armi contro la Germania nazista. Oggi, invece, succede. Perché?


Saturday, February 22, 2025

Un’ipotesi filosofica sull’antisemitismo corrente.


Si può leggere dal Libro di Giobbe a Leibniz, arrivando a Sergio Quinzio fino a René Girard, ma nessuno spiega, in maniera soddisfacente, quantomeno due cose rispetto al male: primo, perché questo trovi spalancate le porte della socialità e, secondo, perché è quasi impossibile da contrastare con il mero uso dell’intelletto e dell’etica. Il male chiama sempre la violenza, sia in quanto questo perpetra, sia nei mezzi necessari a sconfiggerlo.
Il grande scoglio per iniziare a provare a comprendere il sostegno - e spesso la passione entusiasta - offerto su un piatto d’argento agli assassini di Hamas dall’ONU alla BBC, fino al bar sotto casa, consiste proprio nel fatto di aver a che fare, ancora una volta, con una fase storica in cui il delirio e l’ignoranza etica e cognitiva sostituiscono bellamente la ragione, la conoscenza storico-fattuale e persino il più elementare buonsenso. Nel momento in cui ci si trova di fronte a dei soggetti i quali, attraverso frasi senza capo né coda, pretendono di poter ammantare il massacro e lo stupro con nomi diversi da quelli che gli appartengono è in sé evidente che ci si trova davanti a qualcosa che non può esser compreso per quel che appare. È come imbattersi in uno che proclami di esser Napoleone: si può dire che costui è un matto, ma questa non è una diagnosi, né offre una comprensione sulle motivazioni che lo inducono a proclamarsi empereur des Français. Manca una teoria efficace per comprendere quanto sta avvenendo a neppure un secolo dalla Shoah. 
L’antisemitismo è un’affezione della mente e dello spirito che ha delle peculiarità le quali sono, al tempo stesso, specifiche e mutabili; muta ossia storicamente pur mantenendo una specificità tutta propria. Per questo si può ricorrere all’associazione con la malattia, non come strumento retorico o, ancor peggio, come metodo di patologizzazione dell’avversario, ma perché ciò che è lapalissiano per un sano di mente diventa inapplicabile per il malato e viceversa. Se uno soffre di paranoia, quando provi a farlo ragionare, ti vedrà come uno che gli vuol male. Nell’antisemitismo vi è qualcosa di disumano, grottesco e parossistico allo stesso tempo. Dietro l’antisemitismo - se è possibile ipotizzare che vi sia qualcosa dietro il nulla - mancano sempre i fatti o, per meglio dire, il solo fatto è l’esistenza dell’ebreo che viene però traslato in una dimensione mostruosa ed immaginaria con cui provare a giustificare un odio che non può avere giustificazione alcuna.
L’antisemitismo è il nulla che grida ed arranca, occhieggiando dalle tenebre della storia, nutrendosi di vuoto ed abiezione. La rete consente, poi, anche l’emergere online di un antisemitismo anonimo il quale è tanto bieco e rivoltante quanto quello di altre epoche, ma vi aggiunge l’elemento di un’oscurità scabrosa e verminosa. Questo è un tratto che definisce una peculiare nullità, individuale ed esistenziale, la quale strepita in una rabbia cieca ed infame da vicoli umidi ed oscuri dell’anonimato: la psicologia di colui il quale vuol gettare la pietra nascondendo la mano. Ovunque vi sia un antisemita, lì vi saranno anche cecità e stridor di denti. Il XX secolo ha dimostrato, senza possibilità di appello alcuno, che l’antisemitismo è male e malattia e tale aspetto lascia intendere il perché questo emerga, con particolare veemenza, nei momenti storici d’incertezza e disagio ed attecchisca su quelli che non sanno darsi ragione di sé e del mondo. Essendo una cecità razionale e spirituale, appartiene a coloro ai quali manca una visuale umana sulla realtà e l’esistenza. È proprio nel vuoto esistenziale e nel nulla spirituale che l’antisemitismo esplode, poiché non trova al loro giusto posto le barriere del buonsenso, della razionalità e dell’umanità a fargli da argine. Sotto la cappa del male tutto sembra allora possibile, tutto appare come vero, pur essendo il contrario da questo. L’antisemitismo è, dunque, inversione di sé e dell’essere. Una società la quale discenda questi scalini è quella in cui il malessere sostituisce, lentamente e pericolosamente, il benessere. L’antisemitismo, infatti, non è mai una caratteristica peculiare di donne e uomini felici, ma il tratto di coloro i quali stanno soffocando dentro la vita, quelli che non sanno darsi delle spiegazioni vere e si ritraggono nell’immaginazione maligna e nell’odio. Nelle falsificazioni assolute dell’antisemitismo, molti tra costoro credono di scovare delle verità che non trovano in una quotidianità per loro scialba e deprivata di senso. Attraverso la costruzione psicologica dell’ebreo immaginario costoro evadono dalla responsabilità adulta di dover provare a spiegarsi, con impegno e sforzo, il mondo che li circonda: nell’antisemitismo trovano un capro espiatorio immaginario poiché, come si diceva, questo è un’affezione che ben attecchisce nel vuoto, nella miseria intellettuale e nel nulla. Coloro ai quali tutto manca si abbandonano facilmente ad un delirio che tutto vuole e pretendono che le loro vite siano in frantumi non per delle responsabilità, individuali o collettive, ma in virtù di una “potente cospirazione ebraico-massonica” che le vuole tali. L’elemento paranoide di tale atteggiamento è che, d’un tratto, esistenze prive di direzione assumono, come per magia, un significato immaginario e falso che a costoro appare, invece, pieno e vero: il vuoto e l’assenza di spiegazioni coerenti che irrompono, sfasciando tutto, tra i saloni della verità e del senso. La bontà d’animo sente il bisogno di occuparsi di cose belle, vere e grandi, mentre l’insipienza ha la necessità precipua di affaccendarsi con cose contrarie. Si scopre, qui, una grande biforcazione della specie umana che ne accompagna la storia. Da una parte, coloro che s’impegnano nello studio e nel tentativo di provare a capire e dare un senso al mondo, dall’altra, quelli che sanno già tutto come per magia o per osmosi. Nei periodi in cui la civiltà progredisce, questi ultimi lasciano semplicemente in pace i primi, nelle fasi regressive, salgono invece sugli scranni e le cattedre e creano uno scompiglio che porta indietro le lancette del tempo.
Il male è, sempre, un’inversione delle cose ed un’epoca infelice si trasforma, con facilità, in una società del contrario in cui l’antisemitismo si mostra come sintomo dei suoi tanti malesseri. Tutto ciò, nella sua enorme tragicità per coloro i quali subiscono quest’assurda piaga, ma anche per coloro i quali perpetrano questo male, contiene un aspetto che accenna alla cura. Alla luce di questi pochi spunti si potrà allora dire che una società eunomica sarà quella in cui esseri umani psicologicamente e culturalmente maturi non sentiranno alcun bisogno d’intrattenere volgari passioni antisemite, poiché la gioia di vivere non sente il bisogno d’incolpare nessuno. Dirigersi verso una società con al centro la reverenza per la vita (Schweitzer) e la libertà, le quali sono il contrario del nichilismo, significa allora stabilire quei presupposti attraverso cui gli esseri umani possano incontrarsi nel contesto di una consapevolezza che prescinde dall’immaturità dell’odio e dell’irrazionalità. Una società in cui gli individui non abbiano la sensazione di venir sballottati come barchette senza timone, ma una in cui vivano e sentano la loro autonomia e corresponsabilità rispetto agli eventi ed alla crescita sostanziale ed individuale. In pratica, il mondo della Life, Liberty, and the pursuit of Happiness, Vita, Libertà e ricerca della Felicità, cui indirizzava Thomas Jefferson. 
Il cinismo attraverso cui si vuol mantenere un certo stato di cose dichiarerà invece impossibile non solo ogni tentativo, ma anche qualunque discorso indirizzato alla virtù e non alla miseria. Compito delle donne e uomini di buona volontà è allora quello di continuare ad aspirare ad una socialità razionale e giusta, continuare ad indicare questa strada a dispetto di tutto e tutti, anche di coloro i quali non sanno di esser sperduti e, per questo, continuano ad abbaiare alla luna perché, altrimenti, non saprebbero cos’altro fare di se stessi e del loro tempo in frantumi.

Tuesday, December 31, 2024