Saturday, April 6, 2019

Etica oligarchica e società occidentale.

La convinzione secondo cui, a livello delle alte oligarchie, vi sia un’etica che ne dirige o influenza in un certo qual modo gli orientamenti è quantomeno risibile o surreale, per non dire platealmente assurda e, per sconfessare tali favole a beneficio della diade di dominatori e controllori, basterebbe già gettare uno sguardo alla storia documentata chiedendosi: «quando è stata l’ultima volta in cui le alte oligarchie hanno mostrato un’attitudine etica di fronte alla società degli esseri umani in generale?» È stato forse alle origini delle società storiche? Quando hanno magari escogitato la piramide gerarchica, la schiavitù e le guerre organizzate? O millenni dopo, quando hanno precipitato il mondo nelle ultime due devastanti guerre mondiali? Oppure – per limitarsi ad alcuni eclatanti esempi recenti – quando è stato deciso di vaporizzare, con un lampo nucleare, gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, di intervenire militarmente in Paesi come il Vietnam, bombardare la Cambogia e il Laos, o d’invadere l’Iraq e l’Afghanistan? Se Luigi XV, nell’epoca del dominio dell’aristocrazia, si arrogava il diritto «divino» e incontrovertibile di poter tranquillamente usufruire di una sfarzosissima reggia di oltre settecento stanze, mentre la popolazione francese era costretta alla fame, i vari oligarchi d’oggi si arrogano, a loro volta, il diritto, anche in questo caso assoluto ed incontrovertibile, di possedere decine di lussuosi appartamenti, ville, yacht, aerei privati e conti in banca spropositati, infischiandosene praticamente di come viva o possa vivere la generalità della società:[1] è così perché è così e basta ed è pure un sistema consolidato che offre una reputazione di stabilità purché non ci si cominci a ragionare sopra con serietà e imparzialità.
La supposizione arbitraria, veicolata da un imponente sistema d’indottrinamento, secondo cui l’etica possa dirigere o indirizzare gli orientamenti di un’oligarchia – sia questa in un regime tirannico o democratico – è anche un’impossibilità logica de facto, in quanto non si potrebbe scegliere di stare dalla parte del massimo privilegio o profitto per sé, avendo al contempo un’impostazione etica verso gli esseri umani e la società generalista (ossia un’idea di giustizia comune per tutti), in quanto non esiste alcuna possibilità di giustificare, moralmente o razionalmente, la diseguaglianza la quale è, però, il presupposto necessario all’esistenza di un’oligarchia. Il lusso variamente esaltato e celebrato attraverso i media e le tecniche pubblicitarie è, ad esempio, la misura lampante dell’ingiustizia sociale entro cui le oligarchie vivono a loro completo agio e senza alcuna remora. Non è allora curioso che si riesca a presentare il lusso come il contrario di ciò che questo è? Ossia come un benessere individuale e non nella sua realtà di malessere sociale? Sin dall’antichità le società più ingiuste, dalla Roma di Caligola o Vitellio, fino alla Lituania del duca Svitrigailos (Svitrigalus) o l’America di Bill Gates, Bloomberg o Trump, sono quelle che conoscono il lusso più sfrenato. Seguendo questo percorso interpretativo il lusso si dimostra, dunque, come un chiaro indicatore del livello di imbarbarimento civile e ingiustizia di una società o gruppo umano.
Chi detiene i mezzi e partecipa della hybris oligarchica fa quel che può perché può e tra la volontà e l’agire del potente non si frappone alcuna restrizione se non quella d’incorrere in conseguenze per comportamenti non sanciti, da qui la necessità di indirizzare o manipolare anche la legittimità legale per poter implementare i propri dettami con la totale libertà di dar corso alla propria volontà di potenza: «Chi sta collocato sopra tutti, vuole anche sopra tutti signoreggiare. Non ammettere eguaglianza con alcuno, chi è superiore a tutti».[2] È qui rilevante osservare come uno dei tratti definitori dell’empio consista nella massimizzazione della sua volontà a discapito di tutto e tutti: l’empio fa quel che può o quel che vuole, senza curarsi del giusto. «Beato colui che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti», riporterà non a caso il primo dei Salmi.
Per coloro che detengono i mezzi, l’esercizio del potere consiste sempre nel massimo esercizio della volontà. Proviamo a fare un brevissimo esempio ispirato alle cronache recenti: se alcuni tra noi, in virtù del cambiamento climatico e per via di altri fattori, si pongono oggi il dilemma se sia opportuno o meno utilizzare un aereo per viaggiare da qualche parte raggiungibile altrimenti e, avendone l’opportunità, preferiscono magari prendere un treno o altro mezzo di locomozione pubblico, il Segretario del Tesoro e milionario americano Steven Mnuchin non ha invece alcuna remora ad utilizzare un enorme aereo militare per sé e la moglie per andare a far compere a Roma dagli Stati Uniti massimizzando, per un capriccio, il proprio impatto ambientale a spese dei contribuenti americani. Uno dei consulenti giuridici che hanno lavorato all’inchiesta per accertare se questi voli del Segretario del Tesoro americano fossero legalmente ammissibili, dopo che l’amministrazione Trump è riuscita a farli passare per voli attinenti alla mansione di Segretario del Tesoro,[3] ha dichiarato: «Solo perché una cosa è legale, questo non la rende giusta».[4] Apparentemente questo consulente giuridico, al quale è dovuta tutta la simpatia possibile, non ha piena cognizione del clima culturale contemporaneo, né di cosa significhi far parte di un’oligarchia o di un sistema radicalmente oligarchico come quello statunitense. Così come Mnuchin, anche i vari principi sauditi utilizzano regolarmente grandi aerei della Saudi Arabian Airlines con capienza di almeno 500 persone come voli personali per viaggiare, da soli o con qualche altro membro della famiglia o accompagnatore, da una parte all’altra del globo terrestre e gli esempi consimili potrebbero facilmente accumularsi. Com’è allora possibile credere che individui di tal fatta – ossia di gente che sguazza tranquillamente nella diseguaglianza – possano avere una qualsivoglia prospettiva etica di fronte agli altri e di fronte al mondo? Se, però, l’assoluta corruzione etica ed intellettuale delle oligarchie fosse una cognizione di dominio pubblico e le masse non venissero costantemente manipolate, indottrinate e, dunque, soggiogate alla naturale accettazione della diseguaglianza economica, sarebbe praticamente impossibile il successo elettorale di personaggi come Trump o Berlusconi e, in secondo luogo, anche quello di governi a conduzione oligarchica; proprio su questo punto si rivela quanto sia fondamentale e determinante la confusione sul tema e quanto questa sia favorevole unicamente a coloro che detengono i mezzi. Il discorso offerto oggi dall’ideologia e dalla propaganda propone, invece, queste assurdità controfattuali sulle oligarchie come fatti certi e acclarati o elementi su cui non c’è nulla da discutere e questo proprio perché tale è il compito dell’ideologia, ossia svestirci della capacità di vedere per sostituirla con quello che Kleist o Schopenhauer chiamavano le lenti verdi sugli occhi, cioè un modo di guardare al mondo che lascia apparire il reale secondo il colore voluto da chi determina la pigmentazione delle lenti. Non vi è, del resto, mai stata un’epoca storica in cui l’ideologia abbia avuto un posto talmente capillare e dominante com’è avvenuto nell’epoca contemporanea e questo, in larga parte, grazie all’aumento esponenziale dell’alfabetizzazione di base e delle tecnologie di diffusione e controllo dell’informazione: «L’attuale livello di perfezione in fatto di organizzazione, comunicazione, propaganda, dischiude la possibilità e offre gli strumenti per quel controllo capillare, quella mobilitazione totale, quell’“allineamento” (Gleichschaltung) – frutto o di costrizione terroristica o di seduzione persuasiva – della vita e del pensiero di tutti i cittadini, di cui finora la storia non ha visto l’eguale».[5]
Poiché un’ideologia non è mai neutrale e non sorge autonomamente, ma è un costrutto creato da alcuni per razionalizzare e determinare una visione del mondo, anche qui, per provare a capirne le ragioni, ci si può e ci si deve chiedere, in primo luogo, cui prodest? A chi giova l’immensa confusione creata dalla modernità? A chi giova il disastro sociale, umano, culturale e, in seguito, ambientale ed esistenziale in cui viene scaraventato l’individuo e il mondo contemporanei? A livello sociale, ad esempio, la graduale scomparsa dei comportamenti civici, determinata attraverso vari sistemi d’ingegneria sociale, indica, tra l’altro, l’aumento della disunità tra cittadini e questo ne è propriamente lo scopo politico: divide et impera, un assioma antico per un mondo novus. A chi giova allora tutto questo? L’essenza è il perché,[6] avrebbe forse aggiunto a questo punto il vecchio Aristotele.
Personalmente andrei ancor’oltre chiedendo: a chi giovano tutti i discorsi che non si fanno, o non è più possibile fare, sul tema della cultura occidentale? Ebbene, queste sono non soltanto domande fondamentali, ma anche domande filosofiche e culturali le quali implicano quei presupposti alla base del pensiero occidentale per i quali tanto si è patito e lottato e tantissimo sangue è stato versato nella storia. Se i Persiani avessero vinto sui Greci, i Cartaginesi contro i Siracusani, oppure i turchi a Lepanto, l’Occidente avrebbe conosciuto anch’esso il dispotismo achemenide, punico o ottomano in cui l’essere umano era una mera funzione del potere e nulla di ciò che conosciamo oggi sarebbe uguale. Basterebbe pensare all’enorme differenza storica generatasi, nel cuore d’Europa, a causa della vittoria di Arminio nella foresta di Teutoburgo contro Publio Quintilio Varo (9 d.C.) la quale, tra le molte conseguenze, ha diviso culturalmente la civiltà europea per millenni, determinando una separazione tra cultura germanica e latinità la quale si protrae per molti aspetti ancor’oggi. Detta con altri termini: senza Arminio e la sconfitta di Teutoburgo, Lutero o Hitler non sarebbero, con buona probabilità, stati possibili! Queste seppur brevi e incomplete considerazioni storiche dovrebbero aiutare a capire quanto siano significativi questi momenti, ma anche quanto a culture diverse corrispondano mondi diversi.
Quando, ad esempio, si relativizzano le culture come se queste avessero tutte gli stessi contenuti o indirizzi intellettuali, sociali e politici (il ché vorrebbe paradossalmente dire: come se avessero tutte una stessa storia!), arrivando implicitamente anche a negare un concetto come l’evoluzione dei sistemi biologici, facilmente trasponibile anche alle società, concetto che è, per altra parte, tanto caro ai dominatori del mondo quando gli serve, a bella posta, per imporre un darwinismo sociale confacente ai loro fini, si pretende di dimenticare che la teoresi e la lotta per la libertà di parola e di pensiero e la conquista dei diritti dell’individuo sono dei tratti civici fondamentali e specifici della parte più alta della cultura occidentale. Dico «parte più alta» perché soprattutto oggi, per una pericolosa quanto vasta parte della popolazione in Occidente, la libertà di parola e di pensiero non posseggono una particolare attrattiva, né viene visto in queste un valore intrinseco e determinante tanto per la socialità, quanto per l’individualità, altrimenti vi sarebbe uno scandalo pubblico maggiore non soltanto verso tutte le politiche arbitrarie e illiberali, le legislazioni censorie[7] e tutte le pesanti scelte imposte anche senza il beneplacito delle moltitudini – oppure i cittadini europei hanno forse votato per l’introduzione dell’euro, per l’allargamento della Comunità Europea, per le infamanti politiche imposte dalla cancelliera tedesca ed i suoi mandanti contro la Grecia o per il recente attacco alla libertà di espressione mascherato, dal Parlamento europeo, dietro una Direttiva sul diritto d’autore?[8] No, non lo hanno fatto, poiché i cittadini hanno più o meno votato i politici proposti dai partiti e questi hanno stabilito un meccanismo di gestione autonomo indipendente dalla volontà dell’elettorato e, in certi casi, persino indipendente dal loro mandato nazionale.[9] I cittadini della Comunità Europea sembra abbiano allora votato, a loro insaputa, quella che gli antichi Greci definivano come un’esimnetia, ossia una tirannide elettiva. Un greco antico non avrebbe, del resto, alcuna esitazione nel rifiutare ai nostri sistemi politici attuali la classificazione di «democrazie», ma li identificherebbe immediatamente come dei sistemi oligarchici dei quali gli antichi avevano una cognizione ben chiara. Per i Greci, inoltre, la parresìa (παρρησία), ossia la libertà di parola, era uno dei cardini della polis democratica ed una delle libertà fondamentali del cittadino e questa non era una mera logorrea impotente e fine a se stessa, poiché la parola significante non era ancora stata soggiogata, attraverso un assordante apparato di produzione dell’opinione e della propaganda, a difesa dei contorti fini delle oligarchie. L’essere umano libero agisce in concomitanza alla visione prodotta dalla libertà e l’etica è anche una funzione della libertà tanto quanto la costrizione impone anche una restrizione dell’etica. Un’etica autentica è dunque possibile soltanto nel contesto di una libertà autentica.
Gli Stati contemporanei stanno tornando, gradualmente e sistematicamente, a limitare in molti modi la libertà di parola non ultimo attraverso la manipolazione ideologica ed il soffocamento del pensiero attraverso l’opinione (doxa) offerta da un impressionante apparato d’intrattenimento e distrazione, oppure vietando certe parole e discorsi o introducendone altre prescelte dallo Stato e rese obbligatorie per legge. Su questo punto voi magari direte: «ma sono brutte parole quelle che lo Stato vieta» ed io rispondo, con l’aiuto di Voltaire o George Orwell, se la libertà di parola ha un senso, lo ha proprio per consentire l’espressione di ciò che non vogliamo ascoltare! Oggi è diventato troppo facile censurare nel nome di un fraintendimento della tolleranza, trasformandola in una paradossale «tolleranza repressiva» pubblica, come ebbe già modo di osservare Herbert Marcuse nella metà degli anni ‘60.[10] Nel maggio del ‘68 si sarebbe magari detto: «Il est interdit d’interdire», ossia vietato vietare! Ai nostri giorni si ha però l’impressione che nell’epoca in cui ogni cosa è qualcosa d’altro – la pipa di Magritte che non è una pipa: ceci n’est pas une pipe – il significato contemporaneo di «libertà di parola» si sia trasformato in quello di «impotenza della parola» o nullificazione di essa attraverso il marasma dell’opinione.
Quando l’Occidente si rivolta contro la libertà di parola e, dunque, di pensiero, sta implicitamente rigettando l’individuum e si sta, dunque, rivoltando contro se stesso o, quantomeno, contro quelle categorie intellettuali fondamentali che hanno determinato lo sviluppo della visione culturale che ha dato l’impronta alle categorie sociali delle società occidentali; non è del resto casuale che il rigetto dell’assolutismo o della teocrazia siano parte delle fondamenta, anche giuridiche, della cultura occidentale. Se un europeo di buona istruzione ritiene oggi assurdo e mostruoso amputare la mano a qualcuno che abbia rubato una mela, oppure lapidare un’adultera o bruciare sul rogo un eretico, questo lo dobbiamo proprio allo sviluppo culturale che ci ha consentito di scoprire e centralizzare la dignità dell’individuo e di dubitare o rinnegare qualunque potere che voglia dirsi «sacro» o assoluto; per questo, in particolare in Occidente, esiste una rigida separazione costituzionale tra Stato e religione che è, invece, inaccettabile e persino impensabile in culture altre. Queste non sono bagattelle liquidabili con una scrollata di spalle, grazie ad una spruzzatina di slogan propagandistici o all’imposizione di una qualche cappa ideologica come pretendono di fare i tanti ciambellani del sistema di potere contemporaneo poiché, così facendo, si lascia il discorso tra le mani delle frange più estremiste o reazionarie della società le quali se ne appropriano facilmente, traendone consenso politico e traviando, a loro volta, questi concetti fondamentali in un altro genere di propaganda politica reazionaria[11] o illiberale. Chi vuol subdolamente importare altre visioni del mondo, vuol farlo anche per indebolire le fondamenta etiche e sociali della cultura europea e, dunque, minare ulteriormente l’autonomia dell’individuo. Purtroppo i discorsi e le analisi con cui si prova a dirimere la confusione, rifacendosi ai fatti ed alla storia, vengono oggi facilmente umiliati e nullificati attraverso un apparato di banalizzazione che riduce il ragionamento su questi temi complessi a mere tabelle di buoni e cattivi, trasformando la multicolore realtà storico-sociale nelle sole categorie bipolari di bianco e nero dove da una parte stanno i buoni e dall’altra i cattivi, senza che vi sia più nulla in mezzo se non quel che conviene al retore di turno.
La scoperta dell’individuo – Adamo viene, per l’appunto, creato solo – che è già contenuta nei libri di fondazione dell’Occidente, Omero e la Bibbia, diventa poi la base del diritto positivo[12] e viene acquisita a livello del singolo cittadino offrendogli una fondazione legale e civile dei diritti individuali da contrapporre al potere formale dell’autorità o dello Stato. Il fatto che noi viviamo, oggi, in una seppur fraintesa Età dei diritti (Bobbio) è anche una derivazione tanto della determinazione individuale dell’anthropos greco, quanto della mitologia biblica delle origini: Adamo e Ulisse aprono la strada all’individuo che, nascendo autonomo, può e deve trovare da sé la direzione nel mondo. La modernità si muove, invece, nella direzione contraria a questa tradizione, restringendo sempre più l’autonomia dell’individuo pur lasciandogli formalmente a disposizione spazi di libertà che egli sembra non sappia più come indirizzare al di fuori dei modelli proposti dai media e dalla società generalista.[13] Il fatto che l’individuo contemporaneo trovi poco confortevole la libertà individuale-intellettuale rifuggendola attraverso conformismo, omologazione, mode, ideologie politiche e religiose è anche il risultato dell’impronta psicologica che la modernità ha impresso su costui. Il sistema socioeconomico-capitalista, plasmando le forme dell’immaginario collettivo sui propri paradigmi materiali, è ormai in grado di determinare la soggettività rendendosi così capace di un’invasione con cui riesce a raggiungere il cuore dell’essere umano attraverso modalità ancora inimmaginabili in un passato recente. L’homo occidentalis guarda al sistema socioeconomico-capitalista come fonte di riferimento e di direzione per la quasi totalità dei suoi comportamenti e atteggiamenti che vanno dal vestiario fino alle regole di comunicazione, linguaggio, intrattenimento e interrelazione, lasciando che il modello di vita da lui auspicato e persino le forme dei suoi desideri vengano determinati per mezzo di rappresentazioni collettive proposte attraverso l’ideologia dominante mediata dalle strutture di formazione e dai mezzi di comunicazione. L’individuo rappresenta, invece, un inconveniente per chiunque abbia per obiettivo la manipolazione sociale poiché questi, in quanto autonomo, resiste materialmente o psicologicamente alla pressione delle direttive con le quali si determinano i fini e si indirizza una società di massa. Molti sono, dunque, i metodi escogitati per demolire l’autonomia dell’individuo, non ultimo, oggi, l’attribuzione dell’etichetta di narcisismo a caratteri comportamentali tipici invece dell’individualità. Porsi, dunque, nel verso contrario alla cultura occidentale, significa porre qualsivoglia dottrina o concetto al di sopra dell’individuo.[14]
¯¯¯
Le fondamenta di una società civile sono, in primissimo luogo, culturali: anche la vulgata concettuale di origine angloamericana secondo cui la base delle società è unicamente economico-capitalista è un paradigma concettuale materialista imposto attraverso un’ideologia concomitante offerta, in questo caso, da coloro i quali, oltre a detenere i mezzi, traggono il massimo vantaggio da un tale modello socioeconomico, ossia da un apparato di gestione che non distribuisce in maniera egalitaria i frutti dell’attività cooperativa sociale, ma ammette una fondativa diseguaglianza a favore di pochi ed a discapito di tutto il resto. Su questo punto dovrebbe risultare evidente quanto i fondamenti culturali dell’Occidente, i quali emergono anche in quelle grandi dichiarazioni di principio giuridiche che sono le costituzioni degli Stati, confliggono con una visione politica oligarchica e capitalista, in quanto una concezione della società la quale ammetta la diseguaglianza a favore di pochi, contrasta proprio con quei principi culturali fondamentali che hanno determinato le categorie intellettuali dell’Occidente. I principi di libertà e uguaglianza giuridica tra cittadini sono categorie primarie le quali, già nella loro formulazione, sono opposte e contrarie a illibertà e diseguaglianza; anche la diseguaglianza sancita su basi economico-contrattuali.
Quando alcuni – i soliti che si esprimono sempre e soltanto attraverso i megafoni approntati da coloro i quali detengono i mezzi – rigettano il concetto di «cultura occidentale» come se in questo vi fosse qualcosa di nefasto, cosa stanno rigettando davvero? Alla domanda costoro risponderebbero, senza esitazione alcuna, di star rigettando il colonialismo, lo sterminio delle popolazioni precolombiane, la schiavitù, la colonizzazione dell’India, i massacri in Congo e tutte quelle troppe mostruose attività di dominio e sfruttamento perpetrate dalle oligarchie europee, eppure quasi a nessuno viene in mente di far notare a queste anime belle che gli orrori da loro menzionati sono proprio il prodotto di un modello di conquista e rapina che non ha nulla a che fare con le fondamenta culturali dell’Occidente, quanto piuttosto con una visione del mondo economicista, materialista e predatoria basata sulla diseguaglianza![15] Nel momento in cui qualcuno stabilisca, grazie ad una serie varia e molteplice di artifizi retorici, che l’attività di rapina non era il prodotto delle solite minoranze oligarchiche malate di potere e ricchezze, ma un crimine perpetrato nel nome della «cultura europea», allora il discorso è ben che concluso a favore dello sragionamento. Entro un tale paradigma cieco scompaiono tutte quelle fondamentali costruzioni culturali che hanno invece determinato le basi e la natura intrinseca di quello che si definisce come «pensiero occidentale». Il pensiero greco, l’etica socratica e la filosofia platonica, l’etica ebraico-cristiana, il Defensor Pacis (1324) di Marsilio da Padova, il Discorso sulla dignità dell’uomo (Oratio de hominis dignitate, 1486) di Pico della Mirandola, l’imperativo categorico kantiano (1785), il Dei delitti e delle pene del Beccaria (1764), le Osservazioni sulla tortura del Verri (1776)[16] il concetto dell’individuum in Kierkegaard ed in Max Stirner o l’Ehrfurcht vor dem Leben[17] di Albert Schweitzer sono, invece, alcuni tra quei tanti grandi discorsi centrali e princìpi a fondamento della cultura e dell’individuo occidentale cui si dovrebbe far propriamente riferimento quando si pretende di parlare dell’Occidente. Chi, però, se non il tiranno e la sua malattia – come già accuratamente descritto da Platone alle origini della filosofia – ha un interesse preciso a far sì che il mondo venga rappresentato sempre e solo a partire dalle sue categorie devianti o stravolto attraverso una confusione culturale e sociale creata ad hoc? Chi altri? Se assumiamo che i crimini, le scelleratezze ed ogni altro orrore perpetrato nel nome dell’Occidente da gruppi o individui dai dubbi motivi rappresentino la «cultura occidentale», l’equivalenza tra quest’ultima e la mostruosità predatoria diventa allora facile e la confusione, a dispetto di qualunque evidenza, può facilmente decollare per la tangente.[18] Quella contro il tiranno, il despota o il bruto è, del resto, la prima grande battaglia perduta dell’Occidente e costoro si fanno beffe della civiltà in quanto, nonostante essi siano il prodotto di una malattia della polis, questa rimane per loro fondamentalmente estranea, poiché continuano a leggere la comunità come se questa fosse ancora la selva e si muovono in questa di conseguenza. Il tiranno ha un rapporto così intenso con le proprie passioni e desideri da non riuscire a vedere null’altro da queste.[19] L’oppressore o il dittatore non si riconoscono nella realtà sociale se non quando trasformano la società nel riflesso della loro malattia. Per molti versi il tiranno, l’oppressore, il despota o il dittatore possono facilmente venire associati all’immagine mitica del minotauro, ossia quella di un essere metà umano e metà bestiale trascinato unicamente dall’animalità e dalle pulsioni. Per un altro verso, proprio seguendo la lettura inaugurata da Platone, costoro sono semplicemente individui andati a male.
La distorsione del linguaggio, l’abolizione relativista della verità e la dissoluzione dell’individuo sono tanto strumenti quanto conseguenze della tirannide. Esiste tutta una contorta mitologia politica che, nel corso dei tempi, è stata edificata a spese dei semplici, di coloro i quali non hanno capito che si stava costruendo un mondo a loro danno. Si è iniziato coniando espressioni, modi di dire, opinioni per arrivare poi a determinare il senso del reale, giungendo al punto in cui la realtà significa meno della descrizione presentata da coloro che detengono i mezzi e indirizzano, in conseguenza, i fini e le coscienze. Il riflesso può facilmente venir confuso con la realtà poiché la realtà, come insegnava Platone, è anch’essa riflesso.
Fonte: https://deathpenaltyinfo.org/
Il problema di fondo, qui, è che una certa mentalità la quale interpreta il mondo, sempre ed unicamente, come un’arena materiale in cui ogni mezzo è lecito purché possa venire giustificato dal fine, produce risultati indifendibili; le ragioni attraverso cui dimostrare l’insostenibilità di tale posizione, anche a dispetto di tutti i chierici e giullari del potere, si fonda proprio su quella stessa tradizione culturale dell’Occidente per la quale l’individuo possiede una dignità intrinseca ed un valore che non dovrebbero mai essere calpestati, anche nel momento in cui costui sia un grande criminale, poiché il rispetto generale per la persona umana precede l’individuo particolare. Il riconoscimento dell’intrinseca e fondamentale dignità degli esseri umani e dell’universalismo dei diritti è, per l’appunto, tra le più importanti conquiste e categorie del pensiero occidentale. Questa è anche una tra le ragioni per cui, proprio nel contesto della cultura occidentale, si tende a respingere l’uso della pena di morte e, proprio questo atteggiamento di rifiuto della pena capitale, rappresenta una tra quelle molte grandi conquiste etiche attraverso cui è possibile tracciare una mappa dei confini di questa civiltà: gli Stati Uniti, nazione chiave della globalizzazione oligarchico-capitalista nei quali la barbarica prassi della pena di morte è ancora in vigore in molti Stati, possono essere utilizzati come una significativa cartina di tornasole sul tema discusso. Tanto più sarà elevato il livello socio-culturale di uno Stato, tanto minore sarà la probabilità che la pena capitale vi abbia un posto giuridico. Il progresso culturale è sempre un elemento che si manifesta, nei fatti, ad ogni livello di una società. Quando parliamo di «società occidentale», stiamo anche parlando di un’evoluzione culturale che accetta, intellettualmente e normativamente, la centralità ed il rispetto basilare e fondamentale dell’individuo, dunque, ripeto la domanda: quando alcuni denigrano o rigettano il concetto di cultura occidentale, cosa stanno rigettando davvero?

(Tratto da: Sergio Caldarella, Etica oligarchica e società occidentale, in «Rivista di Studi Interdisciplinari», n.34, marzo 2019, pp. 35-41)


[1] Persino quando le alte oligarchie hanno avuto un progetto che alcuni possono ingenuamente chiamare «umanitario», questo ha sempre avuto un indirizzo politico o geopolitico. Vedi, ad esempio, il «Piano Marshall» (European Recovery Program) che, proprio per il suo aspetto d’ingerenza politica, venne rifiutato dall’Unione Sovietica e dai suoi Paesi satelliti.
[2] Antonio Maria da Albogasio, Fiori istorici, overo compendio d'erudizioni virtuose e fatti illustri, Milano 1711.
[3] Così come vennero anche fatti passare come legittimi i voli di Stato che l’ex Primo Ministro Berlusconi offriva ad amici e amichette per raggiungerlo nelle sue ville in Sardegna.
[4] «Just because something is legal doesn’t make it right.»
[5] Karl D. Bracher, voce Totalitarismo, in Enciclopedia del Novecento, Treccani, Roma 1984.
[6] Nonostante il perché non sia l’essenza.
[7] Spesso unicamente in nome del profitto come l’estensione delle leggi sul copyright: Copyright Act of 1976 o il Copyright Term Extension Act, del 1998.
[8] Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale dell’Unione europea, 2016/0280(COD).
[9] Come ha scritto Luciano Gallino, in un ben documento testo dal titolo Il colpo di Stato di banche e governi, «i governanti europei sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata. Ma il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. È piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni» (Einaudi 2013, p. 16).
[10] Cfr. H. Marcuse, Repressive Tolerance, 1965. Inoltre, nel poscritto aggiunto nel 1968, Marcuse, con esplicito riferimento agli Stati Uniti, osservava: «Under the conditions prevailing in this country, tolerance does not, and cannot, fulfill the civilizing function attributed to it by the liberal protagonists of democracy, namely, protection of dissent» (in AA. VV., A Critique of Pure Tolerance, Beacon Press, Boston 1970, p. 117). Pochi anni dopo gli ammonimenti di Marcuse alcuni ritennero utile creare il concetto del «Politicamente corretto» (Political correctness) per imporre su vasta scala codici di condotta verbale definiti a priori.
[11] È, ad esempio, quanto è avvenuto con l’attentato nel 2019 a due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda in cui il criminale che ha perpetrato l’azione ha dichiarato di aver tratto ispirazione, tra gli altri, dal libro Le grand remplacement (2012), dell’autore di estrema destra francese Renaud Camus.
[12] «Positivae autem iustitiae illud est, quod ab hominibus institutum», Petrus Abaelardus, Dialogus inter philosophum, Judaeum et Christianum.
[13] Cfr. anche E. Fromm, Escape from Freedom, Farrar & Rinehart, New York 1941. Il tema centrale in questo testo di Fromm, anche a causa della situazione storica, è la fuga verso le ideologie totalitarie ma il discorso, mutatis mutandis, si mantiene attuale anche oggi, epoca in cui la fuga dalla libertà continua ad avvenire in forme non direttamente o esclusivamente totalitarie.
[14] Il senso dell’imperativo categorico kantiano consiste, infatti, proprio in un rispetto fondamentale e radicale per la soggettività umana che, secondo l’auspicio, dovrebbe sempre venir anteposta come fine e mai utilizzata come mezzo.
[15] Per provare a ragionare su questa forma mentis basterebbe forse osservare che la schiavitù, fin dalle origini, è un fenomeno fondamentalmente economico. Per un’analisi filosofica di questa parte della razionalità occidentale, cfr. anche S. Caldarella, L’Ultima dea d’Occidente. Saggio sulla razionalità inesorabile, Edizioni Illo Tempore, Princeton 2018.
[16] Pietro Verri scrisse questo testo tra il 1770 ed il 1777 che venne pubblicato postumo nel 1804.
[17] Reverenza per la vita.
[18] Un altro tipo di errore affine – per limitarsi a pochi esempi indicativi – è, in proposito, quello di associare l’insegnamento evangelico ad eventi nefasti come le crociate, l’inquisizione o il massacro degli Albigesi e l’ebraismo alla strage dei Cananei.
[19] Questo vuol anche dire che l’esaltazione di passione e desiderio si trasforma rapidamente in volontà di potenza.