imporre a se stesso. L’intera costituzione teorica della democrazia è fondata sui limiti di mandato e su quelli che essa stessa s’impone nell’esercizio del potere. La tirannide è, invece, quel sistema che non vuol riconoscere limiti ed eleva il manganello e l’olio di ricino al rango di strumenti politici. Già questa premessa andrebbe considerata essenziale e propedeutica all’analisi di qualunque sistema politico. La prima domanda da porsi dovrebbe esser sempre: è questo sistema fondato sul limite o sull’illimite?
Anche la legge è un limite al potere politico – da qui la necessità della separazione effettiva tra legislativo ed esecutivo teorizzata da Montesquieu come essenziale – con cui si garantisce la qualità civile e democratica di uno Stato di diritto. La democrazia è, poi, una forma di governo limitata dal voto, dunque dal popolo il quale, in virtù di questo, detiene la sovranità. Questa dovrebbe essere educazione civica elementare se non fosse che, in questo fantasmagorico evo, vi sono direttori di grandi testate, parlamentari e persino magistrati o funzionari di pubblica sicurezza i quali ignorano tale comma costituzionale sulla sovranità del popolo, facendo bella mostra di un’inescusabile ignoranza civica e democratica.
Il 19 maggio, a Strasburgo, l’ex cancelliera tedesca Merkel ha ricevuto l’ennesimo riconoscimento ufficiale, questa volta nella forma dell’Ordine europeo al merito istituito a maggio dello scorso anno. Sorvolando sull’opportunità politica di tale onorificenza sostenuta dalla compatriota e membro dello stesso partito (CDU) dr.ssa von der Leyen, la quale, a sua volta, è stata sponsorizzata per il suo ruolo corrente dall’ex Cancelliera della quale è stata ministro dal 2005 al 2019. Questioni di forma – la quale, in politica, è anche sostanza – che appartengono ad una riflessione sociale in cui il limite significa ancora qualcosa.
Un nutrito gruppo di parlamentari europei ha però rifiutato di partecipare alla seduta di conferimento pensando, con ingenuità da novizi, che i loro scranni in Parlamento sarebbero rimasti vuoti di fronte alle telecamere. La dirigenza europea, con un gambetto machiavellico che è al tempo stesso un insulto alla stessa istituzione parlamentare, ha invece riempito i seggi vuoti con del personale amministrativo chiamato in tutta fretta dagli uffici del palazzo per colmare quegli spazi che, in TV, non avrebbero fatto una bella figura.
Nel suo discorsetto, pronunciato sempre con il solito monòtono, l’ex cancelliera ha perorato anche un suo vecchio cavallo di battaglia, ossia la “necessità” di intervenire sulla libertà di espressione online. Come darle torto? Senza l’ausilio della rete, e la possibilità di comunicare online contro cui l’UE cerca di interferire sempre più pesantemente, i cittadini non avrebbero mai saputo del trucchetto perpetrato dall’apparato politico di Strasburgo. I parlamentari che avevano vacato i loro seggi, grazie a delle dirette improvvisate sui vari social media, hanno potuto denunciare, dal vivo, quanto stava avvenendo. Se, come perorano i sublimi democratici assisi nella Commissione, vi fossero già in atto le restrizioni alla comunicazione online, si sarebbero sentiti gli applausi e visti solo i seggi occupati illuminati dai riflettori delle televisioni. Non sarebbe questa un’immagine più armonica invece di dover prestare attenzione a questi parlamentari contestatori brutti e cattivi? Non è il mondo ideale del radioso futuro quello che la Commissione europea ci invita a vedere tutti insieme?
Per il momento questo avviene, come molto altro, sotto gli occhi di tutti, e sono pochi a preoccuparsene, ma non succede forse sempre così nella storia? Se noi, oggi, possiamo ricordare con gratitudine il valore dei fratelli Rosselli, di Sandro Pertini, del prof. Salvemini o Piero Gobetti non è anche perché erano proprio questi pochi a preoccuparsi e denunciare quanto avveniva all’epoca sotto gli occhi di tutti?
Quello che più turba in queste piccole miserie politiche è la determinazione, quasi la naturalità, con cui queste operazioni vengono perseguite e, dall’altra parte, la preoccupante indifferenza della cosiddetta “società civile”. Forse, nel XXI sec., ci vorrebbe un nuovo Diogene, in giro con la lanterna, questa volta alla ricerca della “società civile” o del suo fantasma, perché è proprio questa che sembra, qui, latitare. Sembra tutto così incredibile, eppure è tutto così terribilmente vero.
Tornando alla cancelliera della scienza (Deutschlands Wissenschaftskanzlerin) ed alla sua vasta collezione di onorificenze e lauree ad honorem che farebbero impallidire Leonid Bréžnev o la signora Albanese, tutto questo non viene fatto a caso. Infatti, durante la metà degli anni ’70, quando, secondo le varie versioni ufficiali, la signorina Merkel era dissidente del regime comunista della DDR, venne inviata, con una borsa di studio dello stesso regime a cui si opponeva con tanta efficacia, all’università statale Lomonosov di Mosca, proprio mentre Bréžnev, anch’egli grande amante di onorificenze, era Segretario generale del Partito Comunista dell’Urss. Esiste però un corposo dossier della Stasi, la polizia segreta dell’ex DDR, che potrebbe far chiarezza sul caso “Erika”, il nome in codice della giovane dissidente, su cui però, il 26 marzo 2026, una prodigiosa corte di Berlino ha respinto il ricorso, presentato da un saggista tedesco, e mantenuto in vigore il segreto sull’incartamento poiché, a quanto pare, il cittadino non ha diritto ad accedere a tali informazioni.
È evidente, quantomeno ad alcuni, come le fanfare che una certa politica diffonde, ed i media generalisti ripetono e potenziano, hanno uno scopo che non è solo quello di massaggiare l’ego di questi inquietanti personaggi politici. La signora Merkel è la mera incarnazione di un malessere culturale e politico di un determinato periodo storico ed in tali anfratti s’infilano, sempre, i vari bellimbusti del giorno. Quello che a Strasburgo si prova a fare, con questo stravagante conferimento, è rimettere in sella l’ex cancelliera per la candidatura a prossimo presidente della Repubblica tedesca o di quel che ne rimane. Victor Klemperer, uno tra i più acuti osservatori dello scorso secolo, notava che “il peggio rivaluta il male”.
Nel 2010 la signora cancelliera aveva enfaticamente dichiarato: “Il multiculturalismo è fallito, ha fallito completamente!” Arriva poi l’autunno del 2015 e la stessa persona spalanca le frontiere ad oltre 1.855.000 profughi provenienti dall’area mediorientale con la promessa, evidentemente falsa fin dal principio, che il 70% sarebbe tornato in Siria alla fine della guerra civile. Come lo si spiega? È un po’ come dire che uno dichiara che la terra è un geoide e, cinque anni dopo, dice invece che è piatta. Come possono trovare conciliazione dichiarazioni integralmente opposte? Su un piano politico razionale non possono, ma a chi interessa? Una spiegazione possibile, pur nella sua gravità, è che si tratti di cose lette su un copione scritto da altrui mani, come fu già il caso dell’indegna politica imposta contro la Grecia per favorire banche tedesche e francesi. Questa, però, non è certo autonomia politica ma qualcosa d’altro.
La reazione intellettuale più significativa alla politica d’importazione e trapianto di quasi due milioni provenienti da un’area culturale ben particolare non venne dalla penetrante classe intellettuale ma da un sarto, Karl Lagerfeld il quale, con lucidità e fermezza, fece una dichiarazione che, in una realtà diversa, avrebbe dovuto rappresentare l’epitafio per la politica della cancelliera di paglia: “Non possiamo, anche se tra i due eventi sono trascorsi decenni, uccidere milioni di ebrei e far entrare nel Paese milioni dei loro peggiori nemici”. A sostegno della sua dichiarazione Lagerfeld utilizzò proprio le parole di un giovane siriano secondo cui l’Olocausto era stata “la migliore invenzione della Germania”. Parole terrificanti e sconvolgenti che, undici anni dopo, sono diventate termini sdoganati nelle strade di tutta Europa e persino in America in cui si assiste ad una violenta rimonta dell’antisemitismo travestito, neanche poi tanto bene, da antisionismo.
La signora Merkel è poi la stessa che, a marzo del 2011, sull’onda emotiva dell’incidente di Fukushima causato da uno tsunami in Giappone, ha avviato la chiusura delle centrali nucleari in Germania e l’inizio di un processo di deindustrializzazione infelice. Anche in questo caso, per quanto è umanamente possibile saperne, la Germania non pare sia mai stata a rischio tsunami. Insomma, proprio una cancelliera d’oro, scientificamente preparata e coerente, un vero gioiello, non trovate? I capi, quando sono in carica, vengono sempre detti geniali, poi passano ed anche la loro presunta genialità diventa un rimasuglio della storia. Non dovrebbe allora meravigliare che si voglia utilizzare la signora Merkel, ancora una volta, provando ad elevarla alla Presidenza tedesca, le cui elezioni si svolgeranno a gennaio del 2027. Il Presidente, in Germania, rimane in carica per cinque anni, ossia un periodo che, per il prossimo insediamento, si prefigura già, tanto per i tedeschi quanto per l’Europa, come uno dei più difficili e terribili dal dopoguerra. Dopo la direzione intrapresa dalla politica occidentale, seguita alla caduta del muro di Berlino, non sorprende che si voglia recuperare questo personaggio bizzarro per continuare su una strada a dir poco preoccupante. Tanto qualcuno per scaldare i seggi lo si troverà sempre.
