Sunday, September 27, 2026

Salus ex Judaeis est.

Nei momenti in cui il male e l’orrore emergono nella storia occidentale, l’odio antiebraico, in una forma o nell’altra, curiosamente è sempre presente. Sia che si tratti delle persecuzioni romane, degli autodafé medievali, dei pogrom zaristi o dei totalitarismi nazifascisti e stalinisti, l’odio contro l’ebreo è sempre lì a far brutta mostra di sé. Al tempo stesso, questi momenti storici hanno portato con sé orrori, lutti e distruzioni anche per quelli che ebrei non erano. Già partendo da questa constatazione bisognerebbe intendere quanto sia essenziale rigettare l’antisemitismo ed opporsi a coloro i quali se ne fanno allegri portatori, poiché l’ebreo è solo il punto di partenza di catastrofi delle quali fanno poi tutti le spese. 

Nessuno, tra i tanti che vi hanno provato, riuscirà però efficacemente a rispondere alla domanda: «Perché gli ebrei?». Coloro i quali sono assillati dall’odio contro questo minuscolo popolo, il quale ha enormemente contribuito alla storia umana, non hanno alcuna base razionale per la loro ossessione, altrimenti non sarebbe un’ossessione che alcuni hanno giustamente classificato anche come psichiatrica. 

In una realtà culturalmente debilitata, l’antisemitismo diventa un luogo comune, una parola d’ordine a cui si lasciano andare anche degli insospettabili i quali dovrebbero essere in possesso degli strumenti culturali e concettuali per andare oltre la caligine ed il rumore della disinformazione. In Raccontare il mare, un libriccino di Björn Larsson, pubblicato nel 2015, d’un tratto l’autore svedese sbotta: «Quanti sono gli scrittori israeliani che tentano di calarsi nella pelle di personaggi palestinesi?». Larsson scrive con la solita correttezza scandinava, poiché aggiunge un «viceversa», ma perché parte proprio dai «palestinesi»? Si può ipotizzare, in primo luogo, che ciò avvenga poiché questo popolo, inventato a tavolino da esperti propagandisti, ha assunto, nell’immaginario di certi gruppi, una legittimità politica che non possiede. Tanto quanto i tedeschi dei Sudeti non hanno alcuna valida rivendicazione sui territori dell’Europa dell’Est, i fakestinesi non ne dovrebbero avere sui territori che appartengono de jure e de facto allo Stato d’Israele. L’equazione dovrebbe essere semplice ma non lo è a causa del pietoso stato culturale ed intellettuale di un’epoca ormai incapace persino di leggere come si deve una ricetta di cucina. 

Altro autore, questa volta però uno dei sospettabili, ossia il cileno Luis Sepúlveda, in un libraccio di articoletti che l’editore Guanda, bontà sua, ha voluto tradurre, ha scritto: «Una situazione di ingiustizia volutamente mantenuta trascina i palestinesi nel tunnel senza uscita del terrorismo…». Poverini. Ieri l’altro, una situazione di ingiustizia, poiché alcuni stavano gustando delle prelibatezze, ha trascinato lo scrivente verso una pasticceria per ingozzarsi di dolciumi. Questa è, in sostanza, seppur attraverso l’ironia, la «logica» proposta dal compagno Sepúlveda. Anche qui evidente, ma invisibile nel tempo degli ubriachi. Il problema della storia, della scelta politica, dell’autonomia, del confronto con altre epoche e luoghi in cui si vedono, pari pari, gli stessi copioni, sembra non avere alcun posto nelle teste di questi maître à penser che l’industria culturale propone od impone. Per indirizzare la gran parte dei benpensanti bastano, del resto, gli strilloni delle gazzette e delle redazioni televisive per condurli dove si vuole e, come si può osservare, questa manipolazione e le sue parole d’ordine - dal finto genocidio alla finta carestia del gazaismo - affliggono anche le cosiddette «teste pensanti». La domanda che si dovrebbe legittimamente porre è: ma si può essere delle teste pensanti senza un pensiero autonomo, fattuale e coerente? A quanto pare in quest’evo tutto è possibile. Nel mondo di ieri si sarebbe invece risposto negativamente, mentre oggi la prima domanda che si pone è: «Ma da che parte sta?» L’appartenenza ideologica, oggi come in altre disdicevoli epoche, diventa il solo criterio essenziale. Il recente tragico caso di un poveretto di nome Jason Arday, il più giovane cattedratico nella storia dell’università di Cambridge, coinvolto in vari scandali di plagio e poi suicidatosi, ma anche di altri suoi colleghi come Priyamvada Gopal la quale, nel 2020, ha pubblicato alcuni famigerati tweet in cui dichiarava: «White lives don’t matter. As white lives, Le vite dei bianchi, in quanto vite dei bianchi, non contano» e «Abolish whiteness. Aboliamo la bianchezza», qualunque cosa significhino queste trovate da circo equestre, sono esempi paradigmatici che passano però in sordina o per il loro contrario. Oppure, dall’altro lato dell’oceano, la nota audizione al Congresso del dicembre 2023 in cui Claudine Gay, Liz Magill e Sally Kornbluth, rispettivamente rettrici di Harvard, UPenn ed MIT, di fronte alla domanda se «l’incitamento al genocidio degli ebrei costituisce una violazione del codice di condotta della vostra università?» hanno arrogantemente, quanto scioccamente, risposto all’unisono: «dipende dal contesto». Quando però la sciocchezza domina, questa appare come una nuova normalità cui adeguarsi.

Queste sono solo le più vistose punte di un iceberg variopinto contro cui sta nuovamente cozzando la civiltà occidentale. Pensiamo all’ulteriore esempio della Comunità europea, la quale mette ponti e viadotti sulle sue banconote perché non più in grado di celebrare il retaggio artistico ed intellettuale di tale continente, e questo proprio perché le cosiddette élite hanno proliferato attraverso il mantenimento di una specifica ignoranza strumentale veicolata, velenosamente, a partire dai sussidiari delle elementari. Le consorterie - non vi è un metodo di aggregazione più efficace nelle società storiche - le quali compongono l’iceberg dell’industria culturale, negano tassativamente persino il concetto stesso di «cultura occidentale», da qui anche le banconote con viadotti e cavalcavia. A questo si aggiunge l’effetto distruttivo di acclamati fantasisti quali Edward Said, Ilan Pappé, Norman Finkelstein e troppi altri, il cui compito è minare il discorso pubblico attraverso l’illazione o la falsificazione. Questo può avvenire solo quando, come dicono alcuni, ci si è accommiatati dalla realtà fattuale della storia o dalla semplice logica elementare. L’elemento curioso non è che esistano tali soggetti, quello che è invece segno di una letale crisi è osservare come tali ricostruzioni ideologiche trovino tanto spazio e diffusione tornando, ancora una volta, al mostruoso ruolo che l’industria culturale gioca nell’abbattimento del discorso civile e nell’abbrutimento del cittadino.

Nel cuore di Londra, nell’anno che ha aperto questo tragico millennio, si celebrò un processo per diffamazione intentato da David Irving contro Deborah Lipstadt e l’editore Penguin per la pubblicazione, nel 1993, del libro Denying the Holocaust, in cui l’autrice lo definiva un negazionista dell’Olocausto, un falsificatore della storia ed un pericoloso portavoce delle opinioni dell’antisemitismo. Le esorbitanti tesi di Irving negavano che la Shoah fosse realmente avvenuta, pretendendo persino che le camere a gas nel campo di sterminio di Auschwitz servissero alla mera disinfestazione dei cadaveri e non all’eliminazione sistematica di bambini, uomini e donne di ogni età. Il tribunale mise fine alle tesi rocambolesche del negazionista Irving accertando che egli aveva consapevolmente distorto le evidenze storiche, diffuso opinioni antisemite ed agito come negazionista dell’Olocausto e falsificatore della storia. In questo contesto uno degli elementi che emergono in maniera particolare è che agli ebrei si vuol togliere tutto, non solo i beni o la terra, ma anche la memoria degli spaventosi crimini commessi contro di loro. A pochi importa, poiché pochi intendono cosa ha significato e significa Auschwitz per la storia del mondo, ossia per la storia di ogni essere umano senziente e di buona volontà. 

L’obiettivo degli antisemiti, i quali infettano il discorso pubblico con asserzioni in cui il vero diventa il falso e viceversa, è quello di disinformare, confondere e, al tempo stesso, preparare il terreno per ulteriori sviluppi, come sta infatti avvenendo nel mondo occidentale in cui un rabbino non è più libero di portare a passeggio i suoi figli in una via centrale della bella Milano senza correre il rischio di venire aggredito dalla teppaglia. L’attività dei propagandisti ha il doppio obiettivo di insultare, vilipendere e colpire gli ebrei da una parte e, dall’altra, raggruppare la canaglia antisemita sotto il vessillo nero della menzogna ringalluzzita dal numero di sventati che si porta dietro. Quanti più applaudono una pellicola indegna, sia questa Jud Süß, il film antisemita presentato da Goebbels in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia l’8 settembre 1940, o i recenti exploit nella stessa sede, tanto più a costoro sembra di poter trasformare la realtà in un vile contrario. Nel corso della storia questo procedimento è stato variamente ripetuto e, da ultimo, proprio nel sovvertimento dei ruoli e degli eventi dopo i massacri compiuti da Hamas e dalla popolazione civile di Gaza che li accompagnava o ne ha celebrato le violenze il 7 ottobre. 

Sembra, però, che proprio la data dell’8 settembre abbia portato un po’ male a quelli che tre anni prima del 1943 celebravano ed applaudivano, in camicia nera e bruna, a Venezia. Quasi un’eco o un monito riecheggiante da quei versetti in Genesi o in Numeri: «Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà (12:3). Chi ti benedice sia benedetto e chi ti maledice sia maledetto! (24:9)».

Sunday, September 20, 2026

Il gazaismo ha già raggiunto obiettivi non trascurabili.

È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa intesa per un buon uso e stravolgerla nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne ed avverse al benessere individuale e collettivo. Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno ed alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.

Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923). Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave. Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. Ad un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.

È in questo vasto contesto che bisogna provare ad intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo al punto che il suo slogan potrebbe ben essere “squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti. Grazie alle connivenze istituzionali ed alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente ed assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori ai quali, come se non bastasse, vi hanno pure aggiunto i topi addestrati! No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi ed i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026). Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo, è una prerogativa tipica del male. 

Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza, oppure semplicemente negato - nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas. Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said, etc., per menzionarne solo alcuni, poiché le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i vari fantasisti anti-israeliani locali con ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano, ancora di più, scaffali e teste di lettori. Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di farli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti - concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti - e sovvertimento della realtà tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.

Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo. Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica ed il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo hanno il gazaismo con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico. La striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo della sola Hamas, può venir detta “occupata”, i miliardi di dollari ed euro, inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati, ed ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagattellizzato in nome di un odio atavico ed inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale. 

In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti dichiarare un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno. Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate. Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia ed il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze. Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.

In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi ed innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali - come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas? Al tempo stesso si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né gli è mai importato, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia ed ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati. Con questa continua ed ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti ad ottenere dei risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili ed immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia. Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità sempre più smarrita ed in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.

Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli è di aver affievolito il valore ed il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini? Il più delle volte è proprio il significato che attribuiscono a tali parole ad essere discutibile, come quelli che si dichiarano “antifascisti” (e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni) e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola. 

A trasformare il valore, il peso ed il contesto della definizione di “genocidio” ci si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto ad identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia. È durante il Processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Dall’epoca, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 ed il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli herero in Namibia. Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola ad un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano ad utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla loro strada. A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.”

Del resto, quando i cani diventano stupratori ed i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti. “Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “se non fosse che faccio brutti sogni”, ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri. È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale di mente e di spirito. Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria. Il nauseante slogan di “From the River to the Sea” ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla (nichilismo) e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche. Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente, altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé. 

È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso ed il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso in alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate; se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi a mente e coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà, ed i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto. Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività. 

Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici ed oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Ardeatine, le delazioni, le camicie nere, sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri. Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” - questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo - ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.