Sunday, April 26, 2026

A proposito del film: “The Swedish Connection”.

 


Il film The Swedish Connection, di cui pochi sembra si siano accorti, 
è uscito in sordina a febbraio del 2026. La pellicola è ambientata in uno dei momenti più tragici ed oscuri della storia umana, ma, nonostante questo, i registi riescono a trattare i terribili eventi che coinvolgono anche la Svezia durante la Seconda guerra mondiale con un tocco delicato, semplice ed elegante. Nel film si racconta la storia vera di un gruppo di impiegati e funzionari di un dipartimento legale del Ministero degli Esteri: donne e uomini apparentemente semplici nel mezzo di una follia che rischiava di soffocare anche la neutralità svedese.

Il giurista e diplomatico Gösta Engzell (1897 – 1997) è il responsabile di un minuscolo ufficio ubicato in una cantina del Ministero degli Esteri. La Svezia si trovava in una situazione pericolosa, accerchiata dal Reich nazista, il quale, già dal 1940, aveva occupato la limitrofa Norvegia ed avrebbe potuto violare la sua neutralità in qualunque momento, eppure il coraggio di questo minuscolo gruppo di funzionari dalla straordinaria grandezza etica prevale sulle condizioni storiche dell’epoca. La virtù ed il coraggio rappresentano anche un faro capace di tranciare l’oscurità delle notti della storia ed Engzell riesce ad escogitare dei metodi per utilizzare le procedure della burocrazia diplomatica, che egli ben conosce per mestiere, come mezzo efficiente per contrastare la follia nazifascista che, in quel momento, spadroneggiava ed insanguinava l’Europa.

Nel panorama dell’intrattenimento cinematografico contemporaneo, sempre più avvinto nella morsa tra film su serial killer, psicopatici vari, rapinatori ed altri delinquenti o sponsorizzazioni di ideologie particolari, questa pellicola, semplice e delicata, si staglia come una gemma della cinematografia europea in cui si mostra la forza di un racconto incentrato sulla grandezza della dignità e del carattere che lasciano emergere lo spessore delle vite di uomini e donne di senso e coscienza. Proprio di fronte ad un mondo contrario, il quale, per convenienze politiche, opportunistiche o d’odio, preferisce ignorare la tragedia che si stava consumando nell’Europa degli anni ’40, questo gruppo d’impiegati di un remoto ufficio ministeriale svedese dice di no all’ottundimento della coscienza e della legge morale. Questo film racconta, allora, un evento del passato ma parla anche, con voce chiara, al presente.

Engzell ed il suo team sono persone apparentemente semplici, ma il loro senso dell’umanità e della giustizia è chiaro e saldo, cristallino ed intangibile alle condizioni od alle manipolazioni di quel momento.

Aleksandr Solženicyn, in Arcipelago Gulag, ha osservato: “la linea che separa il bene dal male non passa attraverso gli Stati, né tra le classi sociali, né tra i partiti politici, ma attraversa ogni singolo cuore umano – e tutti i cuori umani”, ha ossia ricordato il ruolo che la responsabilità individuale ha di fronte al male nel mondo. Questi impiegati coraggiosi avrebbero potuto facilmente accodarsi allo Zeitgeist e semplicemente ignorare le richieste dei perseguitati che chiedevano asilo in Svezia, una pratica in uso nella gran parte dei Paesi del tempo. Il funzionario Engzell è, però, un padre di famiglia, un uomo di saldi principi, una persona onesta e buona, tutti caratteri che non si associano alla perversione morale, mentale e spirituale dell’antisemitismo. Qui si può anche leggere un punto di contatto, tragico e preoccupante, tra l’Europa di quel tempo e quella d’oggi con le sue voci gracchianti, o raglianti, che affollano ed inquinano i palinsesti televisivi, internet, certi Parlamenti ed una fin troppo larga parte dell’accademia contemporanea. È un punto grave e preoccupante perché indica, in primissimo luogo, l’assenza di quei saldi principi che, invece, muovono naturalmente l’agire di Gösta Engzell e del suo gruppo di brave persone. Non bisogna mai smettere di ricordare che gli antisemiti, in ogni forma che riescono ad inventarsi, non sono mai delle brave persone.

Engzell, dopo un periodo di smarrimento iniziale di fronte alla mole della catastrofe ed all’insufficienza dei mezzi a sua disposizione, prova a navigare tra i labirinti della burocrazia cercando, da uomo di legge, di costruire un precedente giuridico che consenta, poi, di aiutare anche altri richiedenti asilo intrappolati dai nazisti in Europa.

La burocrazia, come insegnano le esperienze dello scorso secolo, può avere un ruolo schiacciante ed avvilente sull’individuo e contribuire alla sua deresponsabilizzazione tanto civile quanto umana. Staffan Söderblom, direttore generale e capo del Dipartimento politico del Ministero degli Esteri, ostracizza infatti Engzell ed il suo gruppo e soltanto il Ministro sembra avere una certa simpatia, seppur non aperta, per l’operato di Gösta. Anche questo segno di un Paese civile radicato in un contesto eticamente e razionalmente ancora in ordine in cui l’autorità più elevata corrisponde anche ad un alto grado di responsabilità e comprensione etica e razionale.

Dopo aver tentato di salvare due gemelli dal lager di transito di Theresienstadt, Gösta Engzell viene punito con un provvedimento di trasferimento a Mosca, temuta da tutti i diplomatici svedesi per il trattamento che veniva loro riservato dagli scagnozzi di Stalin. Eppure, anche se Engzell, invece delle migliaia che riuscì a salvare, avesse sottratto al loro atroce destino anche solo questi due fratellini, sarebbe ugualmente stato un giusto tra le nazioni.

Quando le attività dell’ufficio legale diretto da Gösta divennero di dominio pubblico, anche per il ruolo nell’aver contribuito a salvare gran parte della popolazione ebraica danese, il Washington Post parlò dell’operato della Svezia come dell’“unico barlume di luce nell’oscurità eterna (…) La Svezia è emersa come una superpotenza morale salvando la popolazione ebraica della Danimarca”. 

Una voce fuori campo, la quale si scoprirà, poi, appartenere ad un altro grande giusto tra le nazioni la cui attività, nel salvare oltre ventimila ebrei ungheresi, venne resa possibile anche grazie ai “passaporti provvisori”, un precedente legale stabilito da Engzell, racconta che Gösta ed il suo dipartimento “hanno dimostrato che delle persone ordinarie possono opporsi agli eventi facendo una grande differenza”. Gösta ed il suo team non sono, però, delle persone ordinarie; sono esseri umani autentici, veri nella loro integrità e nel loro coraggio, belli come solo le persone di senso e coscienza sanno essere. Persone per le quali è netta, nei loro cuori, la “linea che separa il bene dal male” e, di fronte ad una delle più inquietanti tempeste dell’inumana follia, decidono, ugualmente, di seguire la voce della coscienza e del senso.

Gösta morì all’età di cent’anni senza mai raccontare ad altri le imprese eroiche che, insieme ai suoi collaboratori, aveva portato avanti per opporsi alla brutalità dell’orrore e del nonsenso. 

The Swedish Connection è un film spettacolare e straziante, bello fino alle lacrime e perfetto per un momento storico bestiale ed assurdo come quello presente.