Saturday, February 21, 2026

Recensione al libro Destra e Sinistra di Domenico Conversa.


Era il 1994, l’anno della ben nota «discesa in campo» di Berlusconi e del “Partito azienda”, quando Norberto Bobbio, provando a rispondere “all’attuale confusione delle lingue nel discorso politico” ed alla domanda se non ci si stesse avviando verso una “società di ambidestri”, pubblicò il breve saggio Destra e Sinistra che esplose, in poco tempo, tra le classifiche dei libri più venduti. Il testo si proponeva come una lettura capace di offrire un orientamento ad un pubblico sbalestrato dagli eventi. Domenico Conversa, due decenni dopo, ritorna su questo tema con il libro Destra e Sinistra. Saggio politico irriverente per delusi e smarriti, una lettura ugualmente utile la quale, tra i tanti pregi, ha il merito di provare a capire cosa sia avvenuto con queste categorie politiche senza propendere per una spiegazione di comodo o di parte.

Già Isaiah Berlin aveva posto l’accento sull’impraticabilità della distinzione tra destra e sinistra resa inservibile proprio dalle azioni del regime totalitario sovietico, eppure lo studioso di Oxford si identificava senza dubbio con la sinistra dicendosi, al tempo stesso, “da sempre anticomunista”. Curiosamente, ma sarà solo una coincidenza, a partire dalla caduta del muro di Berlino prima e dell’URSS poco dopo, comunismo e sinistra iniziano ad allontanarsi come una coppia che non ha più nulla da dirsi. In Italia questo allontanamento culminerà nella “svolta della Bolognina” del 1990 e la scissione operata da Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI, ed il nuovo partito della Rifondazione Comunista, anch’esso messo ormai a riposo negli scantinati della storia. 
Il libro di Domenico Conversa riparte proprio dall’entrata in politica di Berlusconi, il quale “non era solo un leader politico, ma il simbolo del trionfo del mercato, della televisione e del personalismo sulla vecchia liturgia dei partiti”. Segno o malessere di una politica che “si è trasformata in amministrazione”, scrive Conversa, ossia il mondo amministrato denunciato dalla Scuola di Francoforte decenni prima che il meneghino avesse la pensata di utilizzare un’azienda di telecomunicazioni per dar vita ad un partito politico.
Domenico Conversa torna su Bobbio ed alla nota e “potente” differenza, non più interamente politica, secondo cui “la sinistra tende all’uguaglianza, la destra all’ineguaglianza”. Quest’imboccamento di Bobbio è antesignano al progressivismo che, preferendo un orientamento ibrido tra politica ed ideologia, si metastatizza nei regressivismi del XXI secolo. Conversa osserva come sia proprio nel Novecento quel passaggio “dal sogno utopico di un’umanità finalmente liberata” ad un’amministrazione politica la quale “si limita a garantire ferie pagate e pensioni dignitose”, mentre la destra, o le destre (vi è già un problema nella mancanza di pluralità con cui si discute di destre e sinistre al singolare e non al plurale), ha il volto liberale e quello in uniforme. Si ammette allora qui, implicitamente, proprio la pluralità politica di questi concetti svenduti, sui media ed altre sedi dell’industria culturale, sempre al singolare. 
Max Horkheimer, significativamente nel 1939, aveva già osservato: “Chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe anche tacere del fascismo”. Ancor prima, in Dämmerung, lo stesso osservava che “La società moderna è stata ideologicamente rifondata partendo dal concetto di proprietà borghese e, da questo, consegue che la chiave di ogni relazione o norma è fondata sulla discriminazione originale tra avere e non avere”. Emerge, qui, la problematicità di una distinzione tra destra e sinistra quando queste hanno, con sfumature infinitesimali, fondamento nella concezione della proprietà borghese. Si può anche osservare che tale radice apre la strada ai tentativi di un ritorno ad una visione feudale in cui il capitale finanziario globale viene concentrato, a dismisura, entro poche sedi: megabanche d’investimento, società di gestione patrimoniale con attivi finanziari nell’ordine dei trilioni di dollari e, all’apice di tutto questo, la connivenza oligarchica e l’ideologia liberista la quale proclama, ormai senza alcun patema, che il soggetto del nuovo evo: “non possiederà nulla e sarà felice”. In queste dichiarazioni alcuni possono anche vedere la sintesi dello schiacciamento di destra e sinistra sotto le categorie del concetto di proprietà borghese indicato da Horkheimer o, come scrive con altre parole Domenico Conversa, “La sinistra era diventata abbastanza capitalista da non farsi riconoscere, la destra abbastanza democratica da sembrare gentile”. In questo contesto la tanto osannata “fine della storia” significa solo l’annullamento di concezioni politiche diverse ed opposte sotto un solo ombrello, quello della mega-proprietà e del consumo. Bernie Sanders, il tanto acclamato “socialista” che, negli Stati Uniti, è stato anche candidato per la Presidenza, possiede tre residenze lussuose e diverse altre proprietà: un “socialismo dei fatti propri” in cui tutti diventano paisà del lucente villaggio capitalista globale.
Domenico Conversa spiega bene, fin dalle prime pagine, come le categorie di destra e sinistra siano diventate “un calderone dove convivono liberali da salotto, nazionalisti da bar e tecnocrati che odiano l’Europa ma ne amano i fondi”. Conversa non si limita alla sola analisi della categoria di destra e sinistra nel passato ma coglie, con grande attenzione e specificità, anche il presente analizzando quei linguaggi e movimenti politici, come quello del comico genovese, senza “programmi complessi, ma ‘vaffa’ liberatori”. Qui, attraverso il solito arrivismo italiota, “le categorie di destra e sinistra sono state archiviate come ferri vecchi: ‘non siamo né l’uno né l’altro’ è diventato il mantra, ma tradotto voleva dire ‘prendiamo voti da entrambe le parti e poi si vedrà’. Hanno aperto il Parlamento come una scatoletta di tonni e…si sa, la fame vien mangiando…”. 
Su queste premesse si innesta la crisi del linguaggio politico; un popolo che non legge “più programmi politici, ma commenti Facebook”, lo stravolgente ingresso della “confusione tra opinione e verità”, il passaggio “dalla falce e martello alla ZTL” ed il transito “dai diritti sociali a quelli civili” in cui “il partito che doveva unire si è spesso ridotto a sommare debolezze”. Da qui sarebbe anche possibile porre domande ulteriori del tipo: Mario Monti, per limitarsi ad un solo funesto esempio, da dove viene? È di destra o di sinistra? Oppure c’è qui qualcosa d’altro che, alla fine, trascende queste moderne categorie della politica? Non sembra di orecchiare ancora una volta Horkheimer (“Chi non vuol parlare del capitalismo dovrebbe anche tacere del fascismo”)?
Destra e Sinistra. Saggio politico irriverente per delusi e smarriti è un testo che interroga il nostro tempo ed è scritto in maniera propria allo scopo, pone le domande spiegando il contesto da cui queste sorgono, invita alla riflessione e, a volte, anche al sorriso: “parlare di politica oggi senza un minimo di ironia è come discutere di religione con un fondamentalista: o ti arrabbi o ti arrendi.” L’autore prova allora a “sorridere mentre si pensa e pensare mentre si dubita”, tanto quanto a “dubitare mentre si scrive”. Questo delizioso libro interroga e non impone che è, poi, il carattere proprio del discorso culturale e democratico. Senza un discorso culturale non vi è democrazia e senza democrazia non vi è discorso culturale. 
L’analisi di Conversa è lucida, profonda ed attenta ma, come da egli stesso indicato, mantiene anche una salutare ironia che rende scorrevole un testo in cui si parla di temi essenziali sui quali manca una giusta attenzione tanto politica quanto sociologica. L’autore, il quale indirizza questo suo testo più che altro alle nuove generazioni, invita al ripensamento della bipartizione politica tra destra e sinistra ritenendole ancora vive e possibili: “...dire che destra e sinistra sono morte è troppo comodo e anche troppo venduto. Come ogni morte annunciata, anche questa è sospetta”.  
A pagina 37, l’autore propone la domanda immaginaria di un operaio alla segretaria del PD su cosa stiano facendo sul lavoro precario, provocando una risposta con la quale, attraverso l’umorismo e la fantasia, raggiunge il cuore del problema facendo sorridere il lettore capace di leggere tra le righe: “Dobbiamo decostruire le narrative tossiche del neoliberismo patriarcale”. Con diverse sferzate ironiche, Conversa alleggerisce un tema annoso e smaschera il vuoto di concetti e le parole insensate che affollano quello che può a malapena dirsi lo spettro di un dibattito politico ormai in coma. Chissà non faccia qui ancora una volta capolino quel verso, un tempo tanto amato dalle sinistre, proveniente dal principe anarchico Michail Bakunin secondo cui “una risata li seppellirà”.

Thursday, February 12, 2026

La calata dei lanzichenecchi.

La discesa del discorso culturale nell’accademismo contemporaneo ha determinato un’inquietante frattura tra il pensiero e la socialità la cui severità, in un’epoca distratta dai bagliori del tramonto, non è ben presente. I temi dell’etica, dell’epistemologia, dell’ermeneutica e della cultura in genere, sono sprofondati nelle paludi dell’industria culturale, producendo l’illusione secondo cui è da questa che ormai dipendono o vengono definiti. Uno tra i risultati di tale catastrofe sotterranea consiste nel trionfo di un autoritarismo cognitivo legittimato da un’assertività basata unicamente sul prestigio conferito da poteri politico-economici. Nelle società in decadenza tutto viene considerato e determinato nei termini della forza e del potere – basterebbe anche una lettura superficiale di Petronio Arbitro per accorgersene. Questo è anche il nucleo da cui inizia a tramontare l’etica e le scandalose vicende correnti relative a Jeffrey Epstein, ed alla cerchia che gli ruotava attorno, ne sono uno tra i tanti segni. Gli apparati tendono a determinare consorterie sempre dannose per il benessere collettivo e la strabiliante separazione dalla realtà cui si assiste nel XXI secolo non sarebbe possibile senza tali complicità diffuse.

Gettando un’occhiata ad un catalogo di testi accademici ci si può facilmente accorgere di quanto i temi lì trattati non facciano ormai neppure capolino tra le preoccupazioni o i discorsi della socialità generale. Chi si occupa ormai, per limitarsi a due esempi, di Semantica della probabilità (Georg J. W. Dorn) o dei Rapporti tra trascendenza e nichilismo (Larry Johnston)? Anche grandi concetti e temi quali la tradizione culturale dell’Occidente – si può qui pensare al classico di George Mosse, La cultura dell’Europa occidentale – o le categorie filosofiche del pensiero antico non fanno più parte, salvo non si tratti di qualche tirata denigratoria, di alcun discorso. 

Sono ormai troppi gli scritti privi del coraggio o dell’autonomia per confrontarsi, apertamente, con i fatti a disposizione e questo è indizio di un ambiente intellettuale determinato da interessi che utilizzano l’ideologia per indirizzare verso fini ed orizzonti precostituiti. Il problema diventa qui rapidamente anche politico e democratico, nonché demografico, poiché, come notava Karl Mannheim nel 1935, quando si desidera la democrazia, è necessario tentare di portare chiunque, chi più chi meno, a livelli di comprensione comparabili o compatibili. Egli parlava, propriamente, di “comprensione”, non dell’immensa confusione di parole (Narrenfreiheit) che conduce all’incomprensione ed allo sfaldamento di un’ermeneutica comune: “Verità di qua dei Pirenei, errore di là” (Pascal).

Su temi centrali ed essenziali di una tradizione culturale millenaria non rimane quasi più traccia nel dibattito pubblico e, altro fatto grave, persino la poesia sembra ormai svanita da questo. Non sarebbe però difficile difendere la tesi secondo cui la soluzione alla gran parte dei problemi che affliggono il moderno sia già contenuta nel patrimonio di conoscenze del passato su cui, però, vi è silenzio o mistificazione ideologica. Quando la contraffazione del sapere passa per il suo contrario, è ovvio che da questo travisamento non si potrà trarre alcunché, sarebbe come voler cavare dell’acqua dalla pietra pomice, aquam a pumice nunc postulas.

Quale persona, senza aver speso anni ed anni su certi testi, può permettersi di navigare tra le tortuosità hegeliane, heideggeriane o wittgensteiniane? Eppure, oltre all’immagine ben ripulita offerta attraverso la trattazione manualistica, con questi pensieri, nelle accademie, non si fa più filosofia ma repetitorium o plagio di linguaggi e posture. Oggi come ieri, la forza del Re nudo risiede nell’ambiguità e nella cecità, o complicità, degli spettatori. 

Se la percezione di presente e passato degrada in una comunicazione mediata da uno schermo, o da una pagina stampata qualche minuto prima, la riflessione tramonta e la “realtà” diventa irrealtà a disposizione del manovratore di turno. Le teste di cartapesta sono, poi, anche un problema politico perché si possono riempire con qualunque opinione fresca di giornata. Percezione ed interpretazione vengono, in questi contesti, demandate ad altri e l’individuo può tutt’al più sottrarsi a questo tetro gioco oppure, com’è nella generalità dei casi, sottomettersi copiando e ripetendo questa comunicazione. La propaganda proveniente dalle sedi dell’interpretazione viene così trasformata in indiscutibile realtà. L’omologazione, anche cognitiva, è organica e funzionale ai modi di produzione e consumo di una società capitalista.

Vi sono poi legioni di accademici i quali edificano intere reputazioni, dottrine bislacche o fantasmagoriche, discettando, grazie all’uso di idioletti intenzionalmente criptici o contorti, con l’intento precipuo di far violenza alla verità. Alcuni, in Italia, ricorderanno ancora il verdiglionismo o, sul piano internazionale, si potrebbe consultare il ben documentato libro di Alan Sokal: Imposture intellettuali. Nel XXI secolo, nonostante la situazione sia immensamente peggiorata, si potrebbe menzionare il galimbertismo, ossia il culto creato dall’industria culturale per un accademico di comodo, più volte condannato per plagio, il quale continua a venir pubblicato e proposto, come se nulla fosse, su gazzette e televisioni nazionali. Alla misère di un’epoca in mutande, l’Italia sa sempre come aggiungere un suo tantino in più per offrire, dentro la tragedia, anche un tocco di commedia. Se questo fosse solo estetismo si potrebbe anche dire a questi signore e signori di continuare con i loro giochini, ma bagattellare le idee è sempre stato storicamente pericolosissimo. 

Nel deserto della cultura che è, poi, anche quello dello spirito, il cittadino perde tanto le capacità quanto le possibilità di distinguere venendo costretto, in maniera suadente, all’obbedienza alle voci dei massacranti megafoni dell’industria culturale. Attraverso la spaventosa quantità delle chiacchiere e delle distrazioni dette “intrattenimento” gli si affogano mente e coscienza, costringendolo ad abdicare al giudizio autonomo, a favore di opinioni precostruite nelle centrali della manifattura del consenso. Attraverso tale trucco, in sé abbastanza semplice, lo si conduce per mano al Paese de’ balocchi la cui notte di mente e spirito trasforma in passivi allocchi. L’altro aspetto sottovalutato è che la passività produce distruttività e, dunque, conflitto.

In questo clima si determina un’idolatria per la ripetizione la quale, accoppando l’autonomia individuale, fa scomparire l’originalità. In un contesto di tal genere, tutto viene sovvertito nel suo contrario: la ciarla, il plagio ed il mero credenzialismo passano per elevato pensiero e quest’ultimo, invece di diffondersi, rimane come vox clamantis in deserto. John Maynard Keynes, nel 1920, immediatamente dopo i Trattati di Versailles, ammonì contro le conseguenze politiche di quella cattiva pace. Non venne ascoltato ed il mondo precipitò nella seconda carneficina più grande della storia. Il prezzo che si paga per la sordità alle voci della ragione è sempre intollerabilmente alto. L’erba cattiva che è, platonicamente, il prevalere dell’opinione (δόξα), scaccia quella buona, ossia ciò da cui è davvero possibile trarre insegnamento.

Già Cicerone ammoniva: nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philosophorum, non si può dire niente di tanto assurdo che non sia [da qualche parte] affermato da qualche filosofo. Una parte, purtroppo nutrita, tra gli “esperti di filosofia” – dove il pensare filosofico viene posto nel cantuccio dell’expertise – si sente naturalmente attratta da arzigogoli speciosi poiché, attraverso i giochi di parole e l’esautorazione del giudizio, si può far passare ogni chiacchiera per elevato pensiero. Theodor Adorno, ne Il gergo dell’autenticità (1962–4), tradotto in italiano con un colpevole buco di decenni, espresse una dura critica ai giochi linguistici, in particolare nei confronti di Heidegger e dell’Esistenzialismo scatenato dell’epoca. Questo pandemonio, in cui l’incremento di parole e pubblicazioni indica solo un aumento nella confusione e non nella comprensione, potrebbe anche venir ignorato se si trattasse di mero estetismo o dei ghiribizzi dell’arte contemporanea, eppure già il grande mentore dell’Italia, per bocca del trisavolo Cacciaguida, ammoniva: “Sempre la confusion de le persone | principio fu del mal de la cittade” (XVI). Anche qui l’inascoltata vox clamantis del pensiero.

Quando Gorgia da Leontini tirò fuori, dalla sacca delle meraviglie sofistiche, il suo οὐκ εἶναί φησιν οὐδέν, il discorso secondo cui “niente è e se è, è inconoscibile; e anche se è ed è conoscibile, non si può mostrare ad altri” attaccando, così, i temi della generazione e dell’unità-molteplicità, vi furono quelli che ascoltarono i paradossi del padre dell’istruzione ad esborso anche solo per vedere dove sarebbe andato a parare. Grazie all’insegnamento a pagamento della retorica, il cui metodo di base era quello della memorizzazione, Gorgia divenne talmente facoltoso da poter offrire, nel tempio di Apollo a Delfi, una statua d’oro raffigurante se stesso, mentre Socrate, il padre della filosofia, girovagava scalzo per la polis potendosi permettere di calzare dei sandali solo nelle grandi occasioni. Due vite e due modelli paradigmatici ed opposti anche se è necessario ammettere, seppur dolorosamente, che nei mores dell’epoca contemporanea sono Gorgia o Trasimaco a prevalere su Socrate.

La dea nel poema di Parmenide diceva, però, che la verità è necessaria: “è e non può non essere”, mentre le staffilate delle aporie proposte da Gorgia, le quali esplodono nella modernità, si situano nella direzione contraria. Come confermava Sesto Empirico nell’Adversus Mathematicos: “di ciò che né è, né può essere conosciuto, né per sua natura può essere mostrato ad altri, non può esservi alcun criterio” (VII, 87). L’irrazionalismo, tanto utile per scopi politici, viene qui servito su un piatto d’argento. È da questi presupposti che si giunge alla fuga dalla verità precipitata nel relativismo autoreferenziale e logicamente contraddittorio con cui si liquida ogni discorso possibile sulla base di una presunta interpretazione schiacciata dalla banalizzazione autocontraddittoria tra “la tua” e “la mia verità”.

In questi modesti accenni si manifestano alcune delle afflizioni cui conduce la mera passione per lo svolgimento dell’opinione, ossia l’estetismo filosofico in cui la forma predomina sull’evidenza e di cui il pirronismo estremo è una tra le troppe espressioni. Anche in questo caso, e sarebbe strano il contrario, subentra l’elemento umano troppo umano. Cosa può mai significare, da un punto di vista antropologico, la sospensione assoluta del giudizio sulla realtà perorato dai sofisti? Qualunque tentativo di distacco da un’ermeneutica comune, oltre a condurre ad elucubrazioni prive di senno, come ammonito da Eraclito (“È necessario che coloro i quali vogliono parlare con senno si basino su ciò che è comune a tutti.”), consente, al tempo stesso, lo scatenarsi di fantasia, desiderio e volontà di potenza: “Potrei esser rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re di uno spazio infinito…” (Amleto, II 2).

L’infatuazione per le opinioni sofistiche, nonostante le confutazioni già offerte da Socrate e la refutazione aristotelica, indica un desiderio di porre la retorica e l’immaginazione parolaia quali “misure di tutte le cose”, ossia il programma dell’altro sofista Protagora. La persona onesta e di buona volontà, non animata dalla tracotanza o da altre passioni che alterano lo stato della mente e dell’anima, si pone, invece, umilmente di fronte al mondo onde imparare per provare ad intendere: Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere. Non deridere, non piangere né disprezzare, ma comprendere (Spinoza). Delle tante altre e strane chimere del moderno, forse è meglio “non ragionar…”.