Thursday, February 12, 2026

La calata dei lanzichenecchi.

La discesa del discorso culturale nell’accademismo contemporaneo ha determinato un’inquietante frattura tra il pensiero e la socialità la cui severità, in un’epoca distratta dai bagliori del tramonto, non è ben presente. I temi dell’etica, dell’epistemologia, dell’ermeneutica e della cultura in genere, sono sprofondati nelle paludi dell’industria culturale, producendo l’illusione secondo cui è da questa che ormai dipendono o vengono definiti. Uno tra i risultati di tale catastrofe sotterranea consiste nel trionfo di un autoritarismo cognitivo legittimato da un’assertività basata unicamente sul prestigio conferito da poteri politico-economici. Nelle società in decadenza tutto viene considerato e determinato nei termini della forza e del potere – basterebbe anche una lettura superficiale di Petronio Arbitro per accorgersene. Questo è anche il nucleo da cui inizia a tramontare l’etica e le scandalose vicende correnti relative a Jeffrey Epstein, ed alla cerchia che gli ruotava attorno, ne sono uno tra i tanti segni. Gli apparati tendono a determinare consorterie sempre dannose per il benessere collettivo e la strabiliante separazione dalla realtà cui si assiste nel XXI secolo non sarebbe possibile senza tali complicità diffuse.

Gettando un’occhiata ad un catalogo di testi accademici ci si può facilmente accorgere di quanto i temi lì trattati non facciano ormai neppure capolino tra le preoccupazioni o i discorsi della socialità generale. Chi si occupa ormai, per limitarsi a due esempi, di Semantica della probabilità (Georg J. W. Dorn) o dei Rapporti tra trascendenza e nichilismo (Larry Johnston)? Anche grandi concetti e temi quali la tradizione culturale dell’Occidente – si può qui pensare al classico di George Mosse, La cultura dell’Europa occidentale – o le categorie filosofiche del pensiero antico non fanno più parte, salvo non si tratti di qualche tirata denigratoria, di alcun discorso. 

Sono ormai troppi gli scritti privi del coraggio o dell’autonomia per confrontarsi, apertamente, con i fatti a disposizione e questo è indizio di un ambiente intellettuale determinato da interessi che utilizzano l’ideologia per indirizzare verso fini ed orizzonti precostituiti. Il problema diventa qui rapidamente anche politico e democratico, nonché demografico, poiché, come notava Karl Mannheim nel 1935, quando si desidera la democrazia, è necessario tentare di portare chiunque, chi più chi meno, a livelli di comprensione comparabili o compatibili. Egli parlava, propriamente, di “comprensione”, non dell’immensa confusione di parole (Narrenfreiheit) che conduce all’incomprensione ed allo sfaldamento di un’ermeneutica comune: “Verità di qua dei Pirenei, errore di là” (Pascal).

Su temi centrali ed essenziali di una tradizione culturale millenaria non rimane quasi più traccia nel dibattito pubblico e, altro fatto grave, persino la poesia sembra ormai svanita da questo. Non sarebbe però difficile difendere la tesi secondo cui la soluzione alla gran parte dei problemi che affliggono il moderno sia già contenuta nel patrimonio di conoscenze del passato su cui, però, vi è silenzio o mistificazione ideologica. Quando la contraffazione del sapere passa per il suo contrario, è ovvio che da questo travisamento non si potrà trarre alcunché, sarebbe come voler cavare dell’acqua dalla pietra pomice, aquam a pumice nunc postulas.

Quale persona, senza aver speso anni ed anni su certi testi, può permettersi di navigare tra le tortuosità hegeliane, heideggeriane o wittgensteiniane? Eppure, oltre all’immagine ben ripulita offerta attraverso la trattazione manualistica, con questi pensieri, nelle accademie, non si fa più filosofia ma repetitorium o plagio di linguaggi e posture. Oggi come ieri, la forza del Re nudo risiede nell’ambiguità e nella cecità, o complicità, degli spettatori. 

Se la percezione di presente e passato degrada in una comunicazione mediata da uno schermo, o da una pagina stampata qualche minuto prima, la riflessione tramonta e la “realtà” diventa irrealtà a disposizione del manovratore di turno. Le teste di cartapesta sono, poi, anche un problema politico perché si possono riempire con qualunque opinione fresca di giornata. Percezione ed interpretazione vengono, in questi contesti, demandate ad altri e l’individuo può tutt’al più sottrarsi a questo tetro gioco oppure, com’è nella generalità dei casi, sottomettersi copiando e ripetendo questa comunicazione. La propaganda proveniente dalle sedi dell’interpretazione viene così trasformata in indiscutibile realtà. L’omologazione, anche cognitiva, è organica e funzionale ai modi di produzione e consumo di una società capitalista.

Vi sono poi legioni di accademici i quali edificano intere reputazioni, dottrine bislacche o fantasmagoriche, discettando, grazie all’uso di idioletti intenzionalmente criptici o contorti, con l’intento precipuo di far violenza alla verità. Alcuni, in Italia, ricorderanno ancora il verdiglionismo o, sul piano internazionale, si potrebbe consultare il ben documentato libro di Alan Sokal: Imposture intellettuali. Nel XXI secolo, nonostante la situazione sia immensamente peggiorata, si potrebbe menzionare il galimbertismo, ossia il culto creato dall’industria culturale per un accademico di comodo, più volte condannato per plagio, il quale continua a venir pubblicato e proposto, come se nulla fosse, su gazzette e televisioni nazionali. Alla misère di un’epoca in mutande, l’Italia sa sempre come aggiungere un suo tantino in più per offrire, dentro la tragedia, anche un tocco di commedia. Se questo fosse solo estetismo si potrebbe anche dire a questi signore e signori di continuare con i loro giochini, ma bagattellare le idee è sempre stato storicamente pericolosissimo. 

Nel deserto della cultura che è, poi, anche quello dello spirito, il cittadino perde tanto le capacità quanto le possibilità di distinguere venendo costretto, in maniera suadente, all’obbedienza alle voci dei massacranti megafoni dell’industria culturale. Attraverso la spaventosa quantità delle chiacchiere e delle distrazioni dette “intrattenimento” gli si affogano mente e coscienza, costringendolo ad abdicare al giudizio autonomo, a favore di opinioni precostruite nelle centrali della manifattura del consenso. Attraverso tale trucco, in sé abbastanza semplice, lo si conduce per mano al Paese de’ balocchi la cui notte di mente e spirito trasforma in passivi allocchi. L’altro aspetto sottovalutato è che la passività produce distruttività e, dunque, conflitto.

In questo clima si determina un’idolatria per la ripetizione la quale, accoppando l’autonomia individuale, fa scomparire l’originalità. In un contesto di tal genere, tutto viene sovvertito nel suo contrario: la ciarla, il plagio ed il mero credenzialismo passano per elevato pensiero e quest’ultimo, invece di diffondersi, rimane come vox clamantis in deserto. John Maynard Keynes, nel 1920, immediatamente dopo i Trattati di Versailles, ammonì contro le conseguenze politiche di quella cattiva pace. Non venne ascoltato ed il mondo precipitò nella seconda carneficina più grande della storia. Il prezzo che si paga per la sordità alle voci della ragione è sempre intollerabilmente alto. L’erba cattiva che è, platonicamente, il prevalere dell’opinione (δόξα), scaccia quella buona, ossia ciò da cui è davvero possibile trarre insegnamento.

Già Cicerone ammoniva: nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philosophorum, non si può dire niente di tanto assurdo che non sia [da qualche parte] affermato da qualche filosofo. Una parte, purtroppo nutrita, tra gli “esperti di filosofia” – dove il pensare filosofico viene posto nel cantuccio dell’expertise – si sente naturalmente attratta da arzigogoli speciosi poiché, attraverso i giochi di parole e l’esautorazione del giudizio, si può far passare ogni chiacchiera per elevato pensiero. Theodor Adorno, ne Il gergo dell’autenticità (1962–4), tradotto in italiano con un colpevole buco di decenni, espresse una dura critica ai giochi linguistici, in particolare nei confronti di Heidegger e dell’Esistenzialismo scatenato dell’epoca. Questo pandemonio, in cui l’incremento di parole e pubblicazioni indica solo un aumento nella confusione e non nella comprensione, potrebbe anche venir ignorato se si trattasse di mero estetismo o dei ghiribizzi dell’arte contemporanea, eppure già il grande mentore dell’Italia, per bocca del trisavolo Cacciaguida, ammoniva: “Sempre la confusion de le persone | principio fu del mal de la cittade” (XVI). Anche qui l’inascoltata vox clamantis del pensiero.

Quando Gorgia da Leontini tirò fuori, dalla sacca delle meraviglie sofistiche, il suo οὐκ εἶναί φησιν οὐδέν, il discorso secondo cui “niente è e se è, è inconoscibile; e anche se è ed è conoscibile, non si può mostrare ad altri” attaccando, così, i temi della generazione e dell’unità-molteplicità, vi furono quelli che ascoltarono i paradossi del padre dell’istruzione ad esborso anche solo per vedere dove sarebbe andato a parare. Grazie all’insegnamento a pagamento della retorica, il cui metodo di base era quello della memorizzazione, Gorgia divenne talmente facoltoso da poter offrire, nel tempio di Apollo a Delfi, una statua d’oro raffigurante se stesso, mentre Socrate, il padre della filosofia, girovagava scalzo per la polis potendosi permettere di calzare dei sandali solo nelle grandi occasioni. Due vite e due modelli paradigmatici ed opposti anche se è necessario ammettere, seppur dolorosamente, che nei mores dell’epoca contemporanea sono Gorgia o Trasimaco a prevalere su Socrate.

La dea nel poema di Parmenide diceva, però, che la verità è necessaria: “è e non può non essere”, mentre le staffilate delle aporie proposte da Gorgia, le quali esplodono nella modernità, si situano nella direzione contraria. Come confermava Sesto Empirico nell’Adversus Mathematicos: “di ciò che né è, né può essere conosciuto, né per sua natura può essere mostrato ad altri, non può esservi alcun criterio” (VII, 87). L’irrazionalismo, tanto utile per scopi politici, viene qui servito su un piatto d’argento. È da questi presupposti che si giunge alla fuga dalla verità precipitata nel relativismo autoreferenziale e logicamente contraddittorio con cui si liquida ogni discorso possibile sulla base di una presunta interpretazione schiacciata dalla banalizzazione autocontraddittoria tra “la tua” e “la mia verità”.

In questi modesti accenni si manifestano alcune delle afflizioni cui conduce la mera passione per lo svolgimento dell’opinione, ossia l’estetismo filosofico in cui la forma predomina sull’evidenza e di cui il pirronismo estremo è una tra le troppe espressioni. Anche in questo caso, e sarebbe strano il contrario, subentra l’elemento umano troppo umano. Cosa può mai significare, da un punto di vista antropologico, la sospensione assoluta del giudizio sulla realtà perorato dai sofisti? Qualunque tentativo di distacco da un’ermeneutica comune, oltre a condurre ad elucubrazioni prive di senno, come ammonito da Eraclito (“È necessario che coloro i quali vogliono parlare con senno si basino su ciò che è comune a tutti.”), consente, al tempo stesso, lo scatenarsi di fantasia, desiderio e volontà di potenza: “Potrei esser rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re di uno spazio infinito…” (Amleto, II 2).

L’infatuazione per le opinioni sofistiche, nonostante le confutazioni già offerte da Socrate e la refutazione aristotelica, indica un desiderio di porre la retorica e l’immaginazione parolaia quali “misure di tutte le cose”, ossia il programma dell’altro sofista Protagora. La persona onesta e di buona volontà, non animata dalla tracotanza o da altre passioni che alterano lo stato della mente e dell’anima, si pone, invece, umilmente di fronte al mondo onde imparare per provare ad intendere: Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere. Non deridere, non piangere né disprezzare, ma comprendere (Spinoza). Delle tante altre e strane chimere del moderno, forse è meglio “non ragionar…”.


Tuesday, January 27, 2026

Domande su Israele.



Elie Wiesel, scrittore premio Nobel e sopravvissuto ai campi di sterminio, ebbe sapientemente a dire: “Le ferite inflitte ad Israele sono ferite inflitte all’umanità”. In particolare dall’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, in aderenza a quel proverbio secondo cui ogni volta che il tempo lascia crescere un ramo, certi esseri umani gli mettono sopra una lancia, la socialità viene sistematicamente indirizzata da forme di sovversione e manipolazione ideologiche con le quali l’individuo viene attaccato nella sua cognizione delle cose e degradato a marionetta di narrative che lo agiscono, sovente, in maniera contraria ed opposta ai suoi interessi propri. L’individuo eterodiretto finisce, così, per allontanarsi persino da se stesso. Anche questo è un elemento che fa sembrare Israele lontano.

Eppure, come lamentava Leonardo Sciascia, basterebbe non ammattirsi dietro alle “notizie fresche come uova di giornata” per accorgersi di quanto queste riescano a dirigere ed impregnare il chiacchiericcio nei bar, negli uffici, nelle sale d’attesa, nei corridoi e nelle aule delle scuole. Un digiuno di appena poche settimane dal surreale mondo dei media basterebbe per risvegliarsi in una dimensione di normalità, magari diventando spettatori, affascinati o atterriti, dallo spettacolo tragicomico che l’industria culturale mette costantemente in scena grazie a coloro i quali ne recitano i copioni. Si potrebbe allora notare in maniera distaccata come, d’un tratto, cittadini, conoscenti e colleghi si trasformino in “esperti” di questo o quell’altro argomento e, quando il vento di poppa cambia direzione, diventino portatori di nuove parole d’ordine, intrappolati in un monopensiero fabbricato chissà dove. Grazie alla capillarità della tecnologia, capace di arrivare ad ognuno, “sapere” significa ormai ripetere, con piccole varianti, quello che ripetono tutti. Quest’incubo antidemocratico diventa allora possibile proprio perché al cittadino vengono offerte delle narrative preconfezionate nelle quali non gli si lascia più lo spazio per pensare e decidere in autonomia.

Poi si arriva ad Israele ed al 7 ottobre, di cui persino i media generalisti hanno dovuto riportare alcuni tra i fatti salienti. Per bontà verso l’audience le redazioni hanno però deciso di non trattare la verace truculenza di Hamas: gli stupri di ragazze la cui colpa era quella di voler partecipare ad un concerto, le raffiche di mitra contro degli anziani ad una fermata d’autobus, le granate lanciate nei rifugi civili e troppe altre indegne mostruosità. I media proteggono da queste brutte cose, almeno fino a quando non si tratta di diffondere i falsi numeri sui morti di Gaza inventati da Hamas, in quel caso la truculenza può ben andare a braccetto con la falsificazione. 

Da tempo le centrali della comunicazione giudicano, da sole, cosa è “corretto” vedere o leggere. Eppure, nonostante tutti questi filtri editoriali, le parole “assassinio”, “stupro”, “anziani mitragliati”, “lavoratore thailandese rapito ed ucciso”, “bambini decapitati” ed altre atrocità da grand guignol perpetrate da Hamas si sono quantomeno lette e vi sono anche prove video riprese dagli stessi assassini. Le scene di ragazze trascinate a forza con i pantaloni insozzati di sangue hanno fatto capolino, per qualche giorno, anche nelle televisioni generaliste. 

A questo punto ci si sarebbe potuti aspettare, da coloro i quali si abbeverano abitudinariamente nei media, un certo sconcerto insieme ad espressioni di solidarietà verso Israele, ma il terreno era già arido dapprima. Nonostante le scene ed i titoli, le orecchie ed i cuori sono rimasti sordi ed il copione ben altro, non quello della ragione e dell’empatia, ma il loro contrario. Si è liberamente avuto l’ardire, e questo non per la prima volta, di chiamare “resistenza” il vile attacco, l’assassinio intenzionale di civili e lo stupro. Nelle redazioni, con l’orrore che andava ancora dispiegandosi, lo sgomento per le vittime ancora da contare e da seppellire, Israele, da aggredito, è magicamente passato al ruolo di aggressore. Mesdames et messieurs, les jeux sont faits.

Al posto dello sconcerto, naturale e salutare, che una società civile avrebbe dovuto legittimamente provare; alla protesta politica che i suoi leader avrebbero dovuto levare contro tutto ciò che è dietro ad Hamas, vi è stato dapprima un silenzio e, poi, quando Israele ha inviato le truppe in quel territorio da cui è stato lanciato un attacco di una brutalità inusitata ed in cui erano ancora detenuti centinaia di ostaggi israeliani, è arrivata la condanna per l’aggredito e non per l’aggressore! Come se il biasimo fosse già pronto, come se nulla fosse mai accaduto.

L’operazione militare a Gaza è iniziata con l’apertura di corridoi umanitari protetti dai carri armati israeliani per consentire l’evacuazione verso sud della popolazione civile che Hamas avrebbe voluto utilizzare come scudo. Erano i soldati israeliani a proteggere i civili dai terroristi di Hamas che sparavano sulla loro gente mentre sfollavano. Quasi nessuna traccia di tutto questo è apparsa sui media. Israele ha poi consentito l’arrivo di migliaia e migliaia di camion con rifornimenti alimentari ed i blocchi e ritardi di queste forniture erano dovuti a Hamas che cercava di appropriarsene; sui media, ça va sans dire, si parlava invece di affamamento della popolazione. Fu nel 1982, durante la guerra in Libano provocata dai continui attacchi e bombardamenti contro la Galilea ed il tentativo di assassinio dell’ambasciatore Shlomo Argov a Londra, che il Ministero della Sanità israeliano decise di offrire assistenza medica gratuita ai feriti libanesi e, da allora, Israele si è paradossalmente sempre preso cura di rifocillare, curare e persino offrire acqua, gas ed energia elettrica a coloro che gli sono ostili. Nessun’altra nazione al mondo ha mai provveduto, durante le ostilità, alla popolazione civile del nemico, anzi, gli inglesi, grazie al loro blocco navale durante la Prima guerra mondiale, affamarono letteralmente i tedeschi, per non parlare di quello che questi ultimi fecero alle popolazioni civili di mezza Europa, Italia compresa, durante la Seconda guerra mondiale. Israele è allora un caso unico ed un esempio umanitario. Qual è, però, la ricezione di tutto questo sui media e la reazione nelle teste degli ubriachi? L’esatto contrario!

Quest’epoca assurda e stolta pretende, implicitamente, di poter dire ad Israele: “come osate rispondere ad un attacco di una brutalità smisurata, cercando persino di salvare i vostri ostaggi?” Qualcuno è in grado di immaginare, anche solo immaginare, reazioni simili quando, dopo Pearl Harbor, gli Stati Uniti bombardarono Tokyo? Oppure di fronte alla completa distruzione di Berlino ed altre città da parte degli Alleati? Eppure i giapponesi avevano attaccato una base navale con un bombardamento aereo senza prendere ostaggi, stuprare e tutto il resto degli abomini bellamente perdonati ad Hamas. Perché il compasso morale dell’Occidente non funziona più quando si parla di Israele e l’aggredito può esser così sfacciatamente invertito con l’aggressore?

Nel 1967, tre giorni prima della Guerra dei sei giorni, al terrorista Ahmad Shuqayri, primo capo dell’OLP, il quale invocava la solita, stancante, guerra santa (jihad) contro Israele, venne chiesto cosa avrebbero fatto con gli israeliani se avessero vinto la guerra. Egli rispose, nella consueta maniera agghiacciante che a costoro viene sempre concessa, “Quelli che sopravviveranno [tra gli ebrei] rimarranno in Palestina, ma non credo che nessuno di loro resterà in vita. Dopo la guerra non vi sarà più un problema ebraico”. Una retorica ripugnante che faceva anche parte dei discorsi degli altri leader della Lega Araba, il cui obiettivo apertamente dichiarato era quello di cancellare Israele ed il suo popolo. In quale altro contesto tali affermazioni sarebbero possibili senza suscitare orrore e sconcerto? Se qualcuno volesse invadere l’Italia e dicesse che “nessuno degli italiani rimarrà in vita dopo l’invasione”, come verrebbe presa tale dichiarazione dalla comunità internazionale? Quando, però, è Israele l’obiettivo del male assoluto, allora si chiudono occhi, orecchie e cuore? Dov’è la coscienza? Assopita oppure annebbiata nella notte dell’odio? Le brave persone di buona volontà, coloro i quali anche in queste tenebre mantengono ancora senno e buonsenso, intendono l’assurdità, anzi la mostruosità, di quanto avviene sotto gli occhi di tutti.  

Le implicazioni delle dichiarazioni jihadiste di cui sopra erano già chiare dai massacri di Hebron, nel 1929, ossia ben prima che esistesse lo Stato d’Israele, tanto quanto lo sono ora: “soluzione al problema ebraico”, per esser chiari, significa qui “genocidio”, non quello inventato dai media rispetto al “popolo palestinese”, ma quello reale al quale già i nazisti avevano, non casualmente, dato lo stesso nome. 

Oggi come ieri poco è cambiato, né negli intenti dell’orda, né nel vuoto umano e politico che ha pianta stabile nel cuore d’Europa ed a nulla servono l’evidenza o la razionalità, anche elementari, perché la sordità non sa mai cosa farsene della parola.